mercoledì 21 luglio 2021

Ci è cascato di nuovo!

Puntualmente all'inizio dell'estate, quando i contagi calano e i reparti Covid si svuotano, un noto clinico milanese ci fa conoscere le sue previsioni tranquillizzanti. L'anno scorso i giornali avevano dato molto risalto alle sue affermazioni sul virus "clinicamente morto". Quest'anno - più prudentemente - si è limitato a evidenziare che il virus è diventato "clinicamente inesistente". 

Le dichiarazioni del noto clinico milanese sono solo un modo un po' contorto per affermare che i reparti Covid si stavano svuotando, ma l'affermazione ha indotto molti a credere che la pandemia fosse ormai entrata in una fase di irreversibile declino.

Purtroppo, come ci dimostrano i dati della Gran Bretagna (ieri quasi 100 decessi causa Covid), l'andamento ad ondate della pandemia è molto più subdolo di quanto molti possano immaginare. Questo non è un buon motivo per chiudersi in casa e rinunciare ad avere relazioni sociali perché - una volta vaccinati - si può gestire la situazione al meglio, pur senza rinunciare alla necessaria prudenza.

Qualsiasi affermazione che possa essere fraintesa ed interpretata come una sorta di "liberi tutti" produce due danni concomitanti:

  1. induce molti indecisi a posporre ulteriormente la data della vaccinazione, aumentando il livello di rischio per loro stessi e per le persone con cui entrano in contatto;
  2. può far credere che non siano più necessarie alcune elementari forme di prudenza come, ad esempio, l'uso delle mascherine nei locali chiusi e nelle zone particolarmente affollate o l'utilizzo del green pass per filtrare gli accessi.

C'è poi una spiegazione maliziosa che riporto per dovere di cronaca, ma che - come scienziato - mi rifiuto di avvalorare: "non sarà mai che affermare che il virus sia morto/evaporato/inesistente porti semplicemente iella?"

martedì 20 luglio 2021

L'effetto dei vaccini in Italia

Gli ultimi dati rilasciati dall'Istituto Superiore di Sanità ci forniscono una visione della situazione delle vaccinazioni, dei contagi, dei ricoveri ospedalieri e dei decessi durante lo scorso mese di giugno. Durante questo periodo abbiamo registrato un livello decrescente (e comunque molto basso) dei contagi, con un analogo veloce calo dei posti letto occupati negli ospedali. L'analisi dei nuovi ricoveri, fatta in base allo stato di vaccinazione dei pazienti, ha permesso di elaborare anche in Italia una stima - per la verità piuttosto grossolana - dell'efficacia vaccinale nel "mondo reale". 

Lo studio dell'ISS ha molti limiti. In particolare, non separa i pazienti vaccinati in base al tipo di vaccino che hanno ricevuto e non considera il ceppo virale che ha prodotto il contagio. Quest'ultimo punto è particolarmente importante perché a giugno c'è stata la transizione che ha portato la variante Delta a diventare dominante in Italia, sostituendo progressivamente la variante Alpha. Siccome ci sono dati in letteratura che indicano che la variante Delta, oltre ad essere più contagiosa, produce anche casi mediamente più gravi, sarebbe stato interessante conoscere i dati italiani disaggregati su base genica, almeno per i casi che hanno comportato il ricovero in terapia intensiva. Purtroppo i noti ritardi italiani nella mappatura del virus hanno precluso la possibilità di disporre di tali informazioni.

Sulla base dei dati disponibili, l'Istituto Superiore di Sanità ha elaborato le sue stime sull'efficacia dei vaccini. Io preferisco mostrare e discutere i dati grezzi perché - a mio avviso - forniscono una informazione più diretta e comprensibile di quanto avviene nel "mondo reale".

Partiamo dal dato dei contagi che sono stati registrati nel corso del periodo considerato (poco più di 4 settimane). Il dato è disaggregato per classe d'età e per stato vaccinale. L'ISS fornisce anche i dati relativi a chi ha ricevuto solo una prima dose vaccinale, ma ho preferito non mostrarli perché forniscono poche informazioni aggiuntive. Inoltre va ricordato che una sola dose vaccinale (per i vaccini a due dosi) offre una protezione davvero scarsa contro la variante Delta e quindi è assolutamente necessario contrarre il tempo tra la prima e la seconda dose al valore minimo strettamente necessario.

Ho normalizzato il dato dei contagi rispetto al numero di abitanti. Per quanto riguarda lo stato vaccinale, ho usato il dato dello scorso 26 giugno pubblicato da ISS. Poiché il periodo di osservazione è stato abbastanza lungo, non c'è dubbio che con il passare dei giorni sia cresciuto il numero delle persone vaccinate e sia contemporaneamente diminuito il numero di coloro che non avevano ricevuto neppure una dose vaccinale. Una analisi più accurata avrebbe dovuto suddividere i dati su base almeno settimanale, calcolando i rapporti per ciascuna settimana e mediando alla fine i risultati. Trattando tutti i dati assieme e usando i dati vaccinali del 26 giugno sono state fatte delle approssimazionini piuttosto grossolane, ma il loro effetto non dovrebbe essere comunque tale da alterare il significato complessivo del grafico.

Contagi x 100 mila abitanti osservati nel periodo 11 giugno - 11 luglio, suddivisi per classi d'età e stato vaccinale
 

Si vede chiaramente che il vaccino riduce sensibilmente la probabilità di essere contagiati (parliamo di casi di contagio sostanzialmente sintomatico perché molti dei casi asintomatici non vengono neppure rilevati). I valori assoluti riflettono il basso livello di circolazione virale che caratterizzava lo scorso mese di giugno e l'inizio del mese di luglio.

I dati della figura mostrata sopra possono essere rivisti in un modo leggermente diverso, calcolando il rapporto tra la probabilità di contagio di una persona vaccinata rispetto ad una non vaccinata: 

Il valore 1 corrisponde alla probabilità di contagio di una persona non vaccinata nelle medesime condizioni di circolazione virale e per la stessa classe d'età

Si nota che il livello di protezione dal contagio cresce all'aumentare dell'età. Questo andamento è abbastanza sorprendente, ma potrebbe dipendere anche da un errore sistematico nella stima della popolazione dei vaccinati e dei non vaccinati. Infatti, mentre per la popolazione 80+ lo stato delle vaccinazioni a giugno era abbastanza stabile (i più anziani sono stati vaccinati per primi all'inizio della campagna vaccinale), per i più giovani abbiamo, in generale, un tasso di copertura vaccinale che potrebbe essere sostanzialmente cambiato proprio durante il mese di giugno. Ciò avrebbe potuto influire sul calcolo del numero di contagi per 100 mila abitanti.

Passiamo ora ai ricoveri ospedalieri. In pratica, andiamo a vedere quale è la probabilità di essere ricoverato dopo che è stato diagnosticato un contagio. Il calcolo è stato fatto normalizzando il numero dei ricoveri rispetto al numero dei contagi e quindi non c'è più l'incertezza che caratterizzava la valutazione del numero di contagi per ogni 100 mila abitanti. Tuttavia, anche in questo caso, i dati ISS contengono una incongruenza: i dati dei ricoveri fanno riferimento al periodo 4 giugno - 4 luglio e sono parzialmente antecedenti a quelli dei contagi (avrebbe avuto senso il contrario perché statisticamente i ricoveri avvengono con qualche giorno di ritardo rispetto alla prima diagnosi di positività). 

Purtroppo questi sono i dati pubblicati dall'ISS e di questi dati ci dobbiamo accontentare. Lo sfasamento temporale tra la raccolta dei dati relativi a contagi e ricoveri potrebbe aver provocato un leggero sovradimensionamento dei risultati, ma non mi aspetto che ci sia un effetto diverso tra vaccinati e non vaccinati.

Ricoveri per ogni 1.000 contagi osservati nel periodo 4 giugno - 4 luglio, suddivisi per classi d'età e stato vaccinale. Il tasso di ricovero delle persone contagiate con più di 80 anni supera il 50% per le persone non vaccinate
 
Non è sorprendente notare che il tasso di ricovero dei contagiati cresce fortemente con l'età, ma per i vaccinati (barre blu) è comunque sempre inferiore rispetto a quello dei non vaccinati (barre rosse). Questo dato conferma che, oltre a contagiarsi meno, anche in caso di contagio, le persone vaccinate contraggono, mediamente, forme di Covid-19 meno gravi.

L'effetto diventa ancora più evidente se, al posto dei ricoveri generici, consideriamo solo i ricoveri in terapia intensiva:

Ricoveri in terapia intensiva per ogni 1.000 contagi osservati nel periodo 4 giugno - 4 luglio, suddivisi per classi d'età e stato vaccinale

Sotto i 60 anni c'è una certa probabilità di finire in terapia intensiva (l'1% dei contagiati tra i 40 ed i 59 anni!) solo se non si è vaccinati. Nessun ricovero in terapia intensiva è avvenuto per i vaccinati sotto i 60 anni. Un analogo risultato è stato recentemente comunicato dal Ministero della Salute israeliano.
 
Tra i 60 ed i 79 anni solo 3,5 contagi su 1000 provocano il ricovero in terapia intensiva di una persona vaccinata, circa 1/9 di quello che succede per i loro coetanei non vaccinati. Un rapporto lievemente più basso (1/7) si trova per le persone con più di 80 anni.
 
La figura seguente mostra il rapporto della probabilità di ricovero di un contagiato vaccinato rispetto a quella di un contagiato non vaccinato. Il dato è stato calcolato per i reparti ordinari (punti verdi) e di terapia intensiva (punti grigi), a seconda della classe d'età.
 
Il valore 1 corrisponde alla probabilità di ricovero per un contagiato non vaccinato appartenente alla stessa classe d'età

Riassumendo, la vaccinazione riduce sensibilmente la probabilità di contagio e, anche in caso di contagio, le persone vaccinate contraggono una malattia meno severa che richiede mediamente meno ricoveri, soprattutto in terapia intensiva.

Ovviamente, come ho già ripetuto molte volte, alla fine il numero dei ricoveri dipende, oltre che dalle vaccinazioni, anche e soprattutto dal livello di circolazione del virus. I ricoveri sono proporzionali al numero dei contagi. Se le persone si vaccinano, la probabilità di finire in terapia intensiva diminuisce fortemente, ma se i contagi si moltiplicano per 100, fatalmente si riempiranno gli ospedali, terapie intensive incluse. 
 
Bisogna ricordare che il vaccino protegge, ma non rende "invincibili" e che tutti, anche le persone completamente vaccinate, debbono sempre comportarsi con prudenza.


lunedì 19 luglio 2021

Il freedom day e la "pingdemic"

Sciûsciâ e sciorbî no se pêu
antico detto ligure (letteralmente "non si può soffiare e succhiare")

La citazione dell'antico detto ligure ("non si possono fare due cose contrastanti contemporaneamente") mi è venuta spontanea dopo che ho letto che, durante l'ultima settimana, oltre mezzo milione di inglesi (incluso il premier BoJo) sono stati messi in quarantena nelle loro abitazioni a causa di un contatto con una persona positiva. Per descrivere questo fenomeno è stato creato il neologismo "pingdemic" che combina il concetto di epidemia con il suono del cellulare (ping!) che segnala l'arrivo del messaggio di allerta con cui i cittadini vengono avvisati dell'obbligo di quarantena.

Tutto deriva dal sofisticato sistema di esecuzione di tamponi e di tracciamento dei contagi che le Autorità sanitarie inglesi hanno attivato per accompagnare le liberalizzazioni del cosiddetto "Freedom day". Ogni giorno in Gran Bretagna si fanno oltre 1 milione di tamponi ed un efficace sistema di tracciamento permette di contattare molti dei cittadini che hanno avuto contatti con le persone contagiate.

In pratica, le Autorità sanitarie inglesi si sono illuse di lasciare il virus libero di circolare, riuscendo contemporaneamente a tracciare la diffusione dei contagi. Ma quando i contagi salgono oltre un certo livello, anche le più sofisticate tecnologie rischiano di andare in tilt (o - come nel caso inglese - di mandare in tilt il Paese).

Infatti, quando crescono i contagi, crescono esponenzialmente anche le persone da mettere in quarantena e - come ha scoperto lo stesso premier BoJo - una parte significativa dei cittadini inglesi rischia di finire bloccata in quarantena. 

Chi cade nella rete della pingdemic deve aspettare che passi un certo numero di giorni prima di poter  effettuare il tampone che verificherà la presenza di un eventuale contagio. Tutto questo si traduce in una enorme massa di persone che deve interrompere le sue normali attività professionali. Non sempre tali attività possono essere svolte a distanza e ciò si traduce in danni significativi per l'economia. Per alcune professioni - come ad esempio quelle sanitarie - sono state previste delle deroghe perché c'era il rischio di bloccare l'attività di numerosi reparti ospedalieri, ma tutti gli altri, compreso il primo ministro, devono rimanere a casa.

Di fronte a tali problemi, si sta valutando l'opportunità di trasformare la quarantena in una sorta di libertà "vigilata" con l'obbligo di effettuare un tampone quotidiano per un certo numero di giorni. L'idea sarebbe quella di  bloccare gli eventuali contagiati non appena la loro carica virale sale al di sopra della minima soglia rilevabile. In tal modo si ridurrebbe al minimo la probabilità che queste persone trasferiscano il contagio ad altri.   

Vedremo come evolverà la situazione. Un punto comunque è certo: gestire una situazione di forte circolazione virale è una cosa straordinariamente complicata, a meno di non lasciare che le cose vadano per il loro verso, senza fare nulla.

L'idea di "convivere con il virus" è molto facile da annunciare, ma la sua realizzazione pratica è irta di difficoltà, con pesanti ricadute di natura sanitaria e socio-economica. 

Due problemi distinti davanti a noi

Oggi, durante la conferenza stampa del premier BoJo, gli inglesi hanno appreso che circa il 60% dei circa 750 nuovi ricoveri che ogni giorno avvengono nei reparti Covid della Gran Bretagna riguardano persone che hanno ricevuto due dosi vaccinali. Apparentemente un fallimento della campagna vaccinale, ma si tratta di un dato che - analogamente a quanto sta accadendo in Israele - va letto tenendo conto che la Gran Bretagna ha ormai vaccinato la quasi totalità delle persone più a rischio.

Il discorso è sempre lo stesso: i vaccini non offrono una copertura assoluta ed è prevedibile che una piccola parte delle persone vaccinate possa contrarre forme gravi di Covid-19. Fortunatamente la probabilità di tali eventi, a parità di profilo di rischio (età e presenza di altre patologie) è nettamente inferiore rispetto a quanto atteso per una persona non vaccinata.

Man mano che cresce la circolazione virale, sempre più persone vaccinate vengono esposte al virus e, anche se la probabilità di contrarre forme gravi di contagio è bassa, un numero crescente di persone completamente vaccinate finisce in ospedale. Questo spiega l'aumento dei ricoveri e dei decessi che è stato recentemente osservato in Gran Bretagna.

Se confrontiamo i dati inglesi (60% di ricoverati completamente vaccinati) con quelli recentemente diffusi dall'ISS (tabella 7 a pag. 34), sembra che la situazione italiana sia decisamente migliore: nel mese che si è concluso lo scorso 4 luglio, quasi l'80% delle 2.360 persone che sono state ricoverate nei reparti Covid degli ospedali italiani non aveva ricevuto neppure una dose vaccinale. I ricoverati che avevano ricevuto una vaccinazione completa erano solo il 10%. La maggioranza dei ricoverati (1382 su 2360) aveva meno di 60 anni e per il 93% non aveva ricevuto neppure una dose di vaccino. Ben 528 ricoverati (il 22% del totale) avevano meno di 40 anni (ditelo a Salvini!) e di loro 513 non erano mai stati vaccinati. Ricordo che i dati ISS sono stati raccolti in un periodo (4 giugno - 4 luglio) caratterizzato, almeno in Italia, da un minimo della circolazione virale e dalla presenza ancora importante del vecchio ceppo virale Alpha, molto meno contagioso rispetto alla variante Delta che sta diventando dominante proprio durante questo mese di luglio.

Da una lettura affrettata si potrebbe dedurre che i vaccini in Italia funzionino molto meglio rispetto alla Gran Bretagna. Purtroppo non è così.

La forte presenza di persone non vaccinate tra i ricoverati italiani è legata alla copertura vaccinale ancora largamente incompleta che caratterizza il nostro Paese. La cosa è particolarmente preoccupante per le persone appartenenti alle categorie a rischio. Ad esempio, si calcola che attualmente ci siano circa 2 milioni e mezzo di italiani ultra sessantenni che non sono stati ancora vaccinati.

Quindi, man mano che crescerà la circolazione virale, ci troveremo davanti a due diversi tipi di fenomeni:

  1. Il contagio (con conseguenti ricoveri e decessi) dei non vaccinati ed, in particolare, di quella fascia di persone a rischio che troveremo con maggiore probabilità tra i casi più critici.
  2. I contagi gravi (rari, ma purtroppo sempre possibili) delle persone completamente vaccinate che non sono riuscite a sviluppare una adeguata risposta immunitaria dopo la vaccinazione.
Qui di seguito, vi mostro un semplice calcolo della probabilità di ospedalizzazione espressa come livello relativo di ospedalizzazione in funzione del tasso di vaccinazione della popolazione. In pratica, fissata una certa probabilità di ospedalizzazione per la popolazione non vaccinata (che dipende da età, condizioni generali del paziente e livello di esposizione al virus), dopo il vaccino la probabilità di ospedalizzazione si ottiene moltiplicando il dato per i non vaccinati per il valore mostrato in figura. 
 
Ad esempio (vedere figura seguente), quando la quota di vaccinazione arriva all'86%, la probabilità di ospedalizzazione media in caso di esposizione al virus (includendo nella media sia i vaccinati che i non vaccinati) è pari a 0,2 volte quella che si aveva quando la stessa popolazione non era vaccinata. In altre parole, a parità di circolazione del virus, mi aspetto che i ricoveri si riducano ad 1/5 rispetto a quanto sarebbe accaduto in asssenza dei vaccini. Ovviamente si tratta di un valore medio: per i singoli che sono vaccinati la riduzione è più ampia, mentre non c'è alcuna riduzione per i loro coetanei non vaccinati.
 
Nel calcolo ho assunto che i vaccini riducano mediamente la probabilità di contagio che porta ad un ricovero di un fattore 15 (i numeri che si trovano in letteratura variano tra 5 e 25).
 
La figura ci fa vedere come scende (a parità di esposizione al virus, d'età e degli altri fattori di rischio) il livello di ospedalizzazione medio di una popolazione con l'aumento del tasso di vaccinazione. Il valore 1 corrisponde alla situazione che si ha quando nessuno è vaccinato. Il livello minimo si raggiunge quando tutti sono vaccinati. Tale livello dipende dall'efficacia del vaccino

Dal grafico si vede che, anche vaccinando tutti, rimane comunque una certa probabilità di ospedalizzazione, sia pure molto bassa. Si nota anche che, andando da un tasso di vaccinazione pari all'86% fino al 96%, il numero delle ospedalizzazioni si dimezza. Questo ci fa capire quanto possa essere pesante il contributo alle ospedalizzazioni legato alla presenza di sacche di non vaccinati, soprattutto se anziani e fragili, anche in presenza di un tasso di vaccinazione generale relativamente alto.

Ovviamente, poichè il grafico indica il livello relativo di ospedalizzazione, a parità di vaccinazioni, il numero di ricoveri sarà proporzionale al livello della circolazione virale. Più contagi portano fatalmente a più ricoveri. Quanti ricoveri ci saranno, dipende criticamente dalla capillare vaccinazione di tutte le persone a rischio.
 
Le vaccinazioni fatte alle persone sotto i 40 anni hanno una limitata incidenza diretta sul numero dei ricoveri perché per queste persone il rischio intrinseco di ospedalizzazione è decisamente più basso (ma non nullo, come si vede dai dati ISS). Tuttavia i più giovani sono, di fatto, il veicolo con il quale il virus si propaga. Se non si vaccinano i giovani, crescerà la circolazione virale e, dopo qualche settimana, aumenteranno anche i ricoveri delle persone più anziane.
 
In conclusione, senza una capillare vaccinazione di massa, sarà difficile uscire dai problemi legati alla pandemia. Paradossalmente sembra che gli abitanti dei Paesi più poveri (dove, per molti, il vaccino è un lusso ancora irraggiungibile) siano molto più predisposti a vaccinarsi rispetto agli abitanti dei Paesi ricchi. Insomma essere no o ni-vax è un lusso per Paesi ricchi.

Chi si illude che i contagi di questa nuova ondata siano solo un problema limitato alle persone giovani (senza alcun impatto sul numero dei ricoveri) si troverà rapidamente davanti ad una situazione molto più complessa rispetto a quanto potrebbe immaginare. Le nuove soglie di attenzione basate sul numero di ricoveri al posto del numero dei contagi (di cui si sta attualmente discutendo) potrebbero essere raggiunte abbastanza facilmente. 

E poi chi lo dirà agli italiani di chiudere tutto a Ferragosto o di non riaprire tutte le Scuole in presenza a settembre?

Quando anche l'Istituto Superiore di Sanità fa i saldi "fino al 90%"

Durante questo tempo di saldi, sarà capitato a molti di vedere qualche negozio con cartelli del tipo "Saldi FINO al 90%". Poi, se entrate, vi accorgerete che di saldi al 90% ce ne sono proprio pochi, mentre il livello reale degli sconti è più basso. Sono ben noti trucchi commerciali e finchè li fa qualche negoziante furbetto poco male. La cosa diventa - a mio avviso - inquietante quando anche il nostro Istituto Superiore di Sanità si presta a certe forme di ambiguità.

In un recente comunicato stampa l'ISS titola "Covid-19: il vaccino protegge da infezioni, ricoveri e decessi fino al 100%". In realtà, se uno va a leggere i dati, scopre che il 100% citato nel titolo "civetta" c'è soltanto contro i casi di ricovero in terapia intensiva e di decesso per le persone sotto i 60 anni, mentre in tutti gli altri casi l'efficacia è comunque alta, ma inferiore rispetto al 100%. Tra l'altro, siccome i casi analizzati sono quantitativamente limitati, andrebbe specificato che tutte le stime sono affette da una certa indeterminazione statistica. Inoltre, siccome i dati sono quelli che risalgono al periodo compreso tra il 21 giugno ed il 4 luglio, ISS avrebbe dovuto specificare anche quale era la distribuzione delle varianti virali che hanno colpito i pazienti inclusi nello studio. Considerato il periodo, è possibile che si tratti di un mix formato principalmente dalle varianti Alpha e Delta. Il dato è importante perché è presumibile che in caso di contagio con la variante Delta, l'efficacia dei vaccini sia minore rispetto a quella misurata con la variante Alpha.

Che il vaccino non offra una protezione assoluta è un fatto assodato. Un articolo in corso di pubblicazione analizza alcune decine di decessi avvenuti in Israele tra persone che avevano ricevuto ambedue le dosi del vaccino Pfizer-BioNTech. Il vaccino, ricordiamolo, non è una cura per la malattia, ma serve solo ad "addestrare" il sistema immunitario della persona vaccinata in modo da prevenire futuri contagi. Anche in caso di contagio, il sistema immunitario della persona vaccinata dovrebbe comunque essere in grado di evitare l'insorgenza di complicanze gravi. Purtroppo alcune categorie di persone come, ad esempio, alcuni grandi anziani e, in generale, gli immunidepressi, possono trarre un beneficio limitato dai vaccini e possono correre seri rischi, soprattutto quando la circolazione virale è molto alta. Non è un caso se Israele ha recentemente deciso di somministrare una terza dose vaccinale proprio alle persone più a rischio.

Invece di usare titoli "civetta", l'ISS dovrebbe spiegare come stanno esattamente le cose. Non si convincono gli indecisi a vaccinarsi, millantando proprietà "miracolose" che i vaccini non hanno.

Inghilterra: sarà davvero "freedom day"?

Malgrado il forte aumento dei contagi, oggi l'Inghilterra celebra il suo "freedom day" ed elimina tutte le restrizioni ancora in atto per limitare la circolazione del virus. Al posto delle restrizioni, d'ora in avanti ci sarà soltanto una generica raccomandazione ad assumere "atteggiamenti prudenti". 

La decisione politica è stata fortemente criticata da numerosi scienziati, ma - in questo momento - nessuno è veramente in grado di fare previsioni attendibili sulla futura evoluzione della pandemia. 

I contagi (considerando tutta la Gran Bretagna) sono ormai attestati sul livello di 50 mila nuovi casi giornalieri, molto vicini al massimo picco pandemico registrato durante lo scorso mese di gennaio. Alcuni sostengono che si potrebbe arrivare fino a 100 mila contagi giornalieri mentre i più pessimisti ipotizzano quota 200 mila contagi.

Intanto il mantra che ci viene ripetuto è che sarebbero quasi tutti contagi asintomatici o pauci-sintomatici che non producono un significativo impatto su ricoveri e decessi. In realtà le cose stanno andando diversamente: aumentano anche i ricoveri ed i decessi, anche se  - in proporzione -  meno rispetto ai contagi. 

C'è stato quindi un innegabile effetto positivo legato alle vaccinazioni, ma quando il virus circola molto, fatalmente arriva anche a contatto con le persone più fragili che, tra l'altro, sono spesso quelle meno protette dai vaccini. 

In altre parole, vivere come se il virus non ci fosse comporta comunque un costo da pagare, sia in termini di maggior carico del sistema sanitario che di maggiori decessi. A mio avviso, il punto chiave da considerare è il seguente: ammesso (e non concesso) di voler trascurare il dato sui decessi, bisogna comunque attentamente monitorare il carico indotto dalla pandemia sul sistema sanitario. 

Se ci sono troppi malati Covid da curare, verranno fatalmente trascurati gli altri malati, aggravando una situazione che già sconta i problemi accumulati durante gli scorsi mesi. Fatalmente questo andrà ad incidere sulla salute di tutti (anziani e giovani), producendo un effetto negativo anche sull'economia. Possiamo permettercelo?

Per capire come si presenta l'Inghilterra al "freedom day" vediamo quale è lo stato attuale della pandemia. I dati si riferiscono all'intera Gran Bretagna, ma i dati della sola Inghilterra (circa 56 dei 66 milioni di abitanti dell'intero Regno Unito) sono molto simili. Ricordo che le decisioni in materia sanitaria delle diverse Nazioni che compongono il Regno Unito sono di stretta competenza dei singoli governi e quindi il "freedom day" riguarda strettamente solo l'Inghilterra.

Come già detto, il dato dei contagi continua a crescere senza mostrare una tendenza al rallentamento:

Andamento dei contagi settimanali normalizzato rispetto ad un campione di 100 mila abitanti. Le due linee rette tratteggiate (grigia e verde) sono un semplice fit di tipo esponenziale (notate che il grafico usa una scala verticale logaritmica). La linea verde tratteggiata è la somma dei due esponenziali

Attualmente il livello dei contagi è arrivato a circa 500 contagi settimanali per ogni 100 mila abitanti (per confronto, circa la metà dei contagi veri che c'erano in Trentino durante lo scorso mese di novembre).

Se osserviamo l'andamento dell'ultima settimana, l'aumento dei contagi è stato accompagnato da un aumento quasi proporzionale sia dei decessi che dei nuovi ricoveri in ospedale:

Tratto da https://coronavirus.data.gov.uk/

Come al solito, nella fase iniziale di un picco pandemico, i giovani rappresentano il principale serbatoio virale e questo non produce effetti particolarmente rilevanti sul fronte dei danni sanitari. Ma poi - passate da 2 a 6 settimane - i contagi si estendono alle persone più anziane ed i nodi vengono fatalmente al pettine.

Vediamo ora il dettaglio dei nuovi ricoveri. Il dato relativo alla settimana che si è conclusa il 18 luglio è una stima ancora provvisoria perché il dato ufficiale si ferma allo scorso 13 luglio:

Andamento dei nuovi ricoveri in ospedale, normalizzati rispetto ad un campione di 100 mila abitanti. Le linee tratteggiate rappresentano un fit esponenziale, analogo a quello mostrato per i contagi

Anche il dato dei decessi è ormai decisamente in aumento. Poiché le statistiche ufficiali britanniche vengono aggiornate con grave ritardo, ho utilizzato la definizione corrente dei decessi introdotta dalle Autorità sanitarie britanniche (o almeno da quelle inglesi): parliamo infatti di decessi avvenuti entro 4 settimane dalla data del contagio. Questo dato viene comunicato giornalmente, anche se esclude tutti coloro che sono deceduti per le conseguenze della Covid-19 dopo il limite dei 28 giorni. Si tratta di una definizione molto discutibile che può ampiamente sottostimare il numero dei decessi, ma è comunque utile se si vogliono capire gli andamenti dei decessi in funzione del tempo, ammesso che il livello di sottostima non cambi nel corso dei mesi.

Decessi Covid settimanali (avvenuti entro 28 giorni dalla prima diagnosi di contagio) normalizzati rispetto ad un campione di 100 mila abitanti. Le linee tratteggiate rappresentano un fit esponenziale, analogo a quello mostrato per i contagi

Come si vede, la situazione non è affatto semplice e, nel prossimo futuro, potrebbe riservare qualche brutta sorpresa. Se confrontiamo gli ultimi dati disponibili (18 luglio) con quelli dello scorso 28 marzo (punto più a sinistra nei grafici mostrati precedentemente) notiamo che attualmente i contagi sono aumentati di quasi un ordine di grandezza rispetto a fine marzo, mentre i nuovi ricoveri sono sostanzialmente raddoppiati. Per quanto riguarda i decessi, siamo ancora ad un livello inferiore rispetto a quello di fine aprile, ma anche i decessi hanno iniziato a salire abbastanza velocemente. 

In conclusione, sarà anche "freedom day", ma tutti gli indicatori sono in crescita esponenziale e la pandemia in Inghilterra è ben lungi dall'aver raggiunto un punto di relativa calma.






Israele, la variante Delta e l'effetto dei vaccini

Israele (circa 9 milioni di abitanti) ha vaccinato oltre il 56% della sua popolazione con due dosi del vaccino Pfizer-BioNTech. Il 90% dei cittadini ultra-sessantenni è stato vaccinato.

In questo momento, Israele sta affrontando una nuova ondata pandemica associata alla diffusione della variante Delta, con i contagi quotidiani che stanno puntando verso quota 1.000 (erano 10 - 20 a metà giugno), con circa la metà dei casi che riguardano giovani sotto i 20 anni. Circa il 10% dei contagi registrati durante le ultime settimane sono collegati a casi importati dall'estero e per questo motivo il Governo israeliano sta valutando la possibilità di introdurre nuove e più severe limitazioni ai viaggi internazionali non essenziali.

A fronte del forte aumento dei contagi, c'è stato anche un aumento dei ricoveri. Attualmente Israele conta circa 6.600 casi attivi (erano circa 80 mila al massimo del picco pandemico dello scorso mese di gennaio), con 121 ricoverati (erano circa 2.000 nel gennaio scorso). Di questi, circa la metà (61) sono classificati come "casi gravi o severi", d'ora in avanti indicato come "casi più gravi". Il dato include anche 14 pazienti collegati al ventilatore polmonare. Un mese fa i pazienti che si trovavano nelle condizioni più gravi erano erano solo 19.

Una prima osservazione riguarda il numero dei ricoveri rapportato al numero di casi attivi. In proporzione rispetto a quanto osservato durante il picco pandemico dello scorso mese di gennaio (2.000 ricoverati su 80 mila casi attivi) i 121 ricoveri attuali (con 6.600 casi attivi) sono un po' meno, ma il calo dei ricoveri non è così accentuato come ci saremmo potuti aspettare tenuto conto dell'alto livello di vaccinazioni fatte in Israele. Questo conferma la maggiore pericolosità della variante Delta, anche per le persone completamente vaccinate.

Può essere interessante analizzare lo stato vaccinale dei casi più gravi: 24 pazienti non sono vaccinati, mentre la maggioranza (37) sono completamente vaccinati. Questo fatto non è sorprendente perché sappiamo che il vaccino, per quanto efficace, non garantisce una copertura assoluta verso i contagi più gravi. Se - in astratto - tutti i cittadini fossero vaccinati, ci sarebbe comunque un piccolo numero di casi gravi o severi che riguarderebbero solo persone vaccinate.

L'età rimane un forte elemento di rischio, anche per i vaccinati: c'è un solo cinquantenne tra i 37 vaccinati che si trovano nelle condizioni più gravi. Tutti gli altri hanno più di 60 anni. Se invece andiamo a vedere i 24 pazienti più gravi non vaccinati, troviamo ben 14 persone sotto i 50 anni, di cui 2 sotto i 40 anni. Sulla base delle informazioni diffuse dalla stampa locale, non sono in grado di dirvi quanti di loro abbiano un'età superiore ai 60 anni: al massimo 10, considerato che 14 hanno meno di 50 anni. Questo dato, sia pure molto parziale, evidenzia che:

  1. I cittadini di 60 o più anni (vaccinati al 90%) occupano la maggioranza dei posti letto riservati ai malati più gravi: 36 di loro sono vaccinati e ce ne sono altri 10 (al massimo) che non sono vaccinati. Questo dato ha fatto temere che la protezione del vaccino verso i contagi più gravi provocati dalla variante Delta fosse molto minore rispetto a quanto stimato inizialmente. Va comunque detto che su numeri così piccoli ci potrebbero essere forti effetti legati ai comportamenti individuali. Inoltre bisognerebbe fare una analisi dettagliata dei dati perché sappiamo che il rischio di gravi complicanze - anche per i vaccinati - cresce fortemente con l'aumentare dell'età e con la presenza di altre patologie. Poiché il tasso di vaccinazione per le persone più a rischio è maggiore rispetto al valor medio del 90% (che riguarda la generalità dei cittadini sopra i 60 anni), solo facendo una analisi dettagliata dei casi è possibile trarre indicazioni sull'effettivo grado di protezione offerto dal vaccino.
  2. Le persone sotto i 50 anni non vaccinate corrono comunque seri rischi e, in caso di contagio, possono contrarre forme gravi di Covid-19. Attualmente sono il 23% circa dei pazienti più gravi. Ricordo inoltre che, al momento, tra questi pazienti non ci sono persone vaccinate di età inferiore ai 50 anni.

Nel frattempo Israele ha iniziato a somministrare una terza dose di vaccino a particolari categorie di persone che sono potenzialmente meno protette dai vaccini. Parliamo in particolare di persone immunodepresse, inclusi i trapiantati di cuore, fegato e rene. Per il momento, non si parla ancora di praticare una terza dose vaccinale alla generalità della popolazione.