venerdì 19 giugno 2020

Indagine ISS sull’epidemia di Covid-19 nelle RSA italiane

L’Istituto Superiore di Sanità ha rilasciato la versione finale dell’indagine relativa all’impatto dell’epidemia di Covid-19 all’interno delle RSA italiane. L’indagine è stata fatta tramite la compilazione di un questionario. L’ISS ha contattato le RSA (3292 in tutta Italia) per via telefonica e non è stato fatta alcune verifica in-situ relativa alla consistenza delle risposte inserite nei questionari. Solo il 41% delle RSA contattate ha compilato il questionario (questa percentuale scende al 29,4% per il Trentino, in pratica hanno risposto solo 15 RSA – con 1189 ospiti al 1 febbraio 2020 – rispetto alle 51 RSA trentine contattate). Il tasso di risposta delle RSA è stato estremamente variabile andando dallo 0% della Basilicata fino al 90,8% delle Marche. Poiché non sappiamo quali siano le RSA del Trentino che hanno risposto, in presenza di una situazione provinciale molto differenziata, non è possibile dedurre se le (poche) risposte ricevute dal Trentino forniscano comunque una rappresentazione statisticamente significativa dell’intero sistema delle RSA provinciali. Con questa doverosa premessa, vediamo quali sono i dati più significativi che emergono dal rapporto.

Rispetto ai decessi fatti registrare a partire dal 1 febbraio, le RSA trentine che hanno risposto al questionario, hanno segnalato complessivamente 99 decessi, ci cui 33 sicuramente positivi al Covid-19 ed altri 54 con sintomi “simil-influenzali”. In termini percentuali, questo significa un tasso di mortalità verificato tramite tampone come Covid-19 pari al 2,7%, mentre i decessi “simil-influenzali” corrispondono ad un tasso di mortalità pari al 3,7%. Per confronto, in Lombardia i due tassi di mortalità sono rispettivamente 1% e 6,5%. La somma dei due tassi (mortalità Covid e simil-Covid) per il Trentino e la Lombardia sono circa uguali e si tratta decisamente del valore più alto d’Italia (media nazionale 0,7% e 3,1%, per una somma pari al 3,8%). Per confronto, la somma dei due tassi di mortalità è pari al 3.1% dell’Alto-Adige, 4,2% dell’Emilia-Romagna, 1,2% del Veneto e 1,3% del Friuli V.G.

Durante la fase acuta dell’epidemia, ciascuna RSA trentina ha mediamente ospedalizzato 3,5 ospiti, un valore lievemente superiore a quello della Lombardia (2,9). Molto più alto il numero medio di ospiti ospedalizzati in altre regioni del Nord-Est (6,3 Veneto, 6,8 Alto-Adige, 9,0 Friuli V.G.).

A fronte di una media nazionale di contagiati tra il personale delle Rsa pari a circa il 21%, Trento (46,7%) e Bolzano (50,0%) mostrano tassi di contagio del personale sensibilmente più elevati (per confronto il Veneto ha registrato una incidenza pari al 16,6%).

Sempre secondo l’indagine ISS, il Trentino registra uno dei valori più bassi in assoluto rispetto alle azioni di formazione del personale delle RSA dedicate alle nuove esigenze generate dall’epidemia. La domanda specifica era. “È stato eseguito un programma di formazione del personale sanitario e di assistenza anche con esercitazioni pratiche specifico per COVID 19? (Corso FAD dell’ISS, video…)”. Il tasso di formazione risulta essere pari al 35,7% (media nazionale 64,9%).

Alla domanda “Viene misurata la temperatura due volte al giorno ai residenti e al personale della struttura? ” ha risposto positivamente solo il 20% delle Rsa trentine, contro una media nazionale pari al 79%.

Ripeto ancora, si tratta delle risposte ad un questionario e solo poche RSA trentine hanno risposto. Il quadro che ne emerge è comunque abbastanza sconcertante e richiederebbe – a parere mio – un serio approfondimento da parte delle Autorità provinciali.



giovedì 18 giugno 2020

E voi di che gruppo sanguigno siete?

Il New England Journal of Medicine (NEJM) ieri ha pubblicato un articolo di un ampio gruppo di ricerca internazionale (Italia, Spagna, Norvegia, Germania) in cui viene presentato il risultato di una analisi genomica volta a individuare la possibile correlazione tra alcune varianti genetiche e la probabilità di contrarre le forme più gravi di patologie respiratorie indotte dal virus SARS-Cov-2. I dati analizzati sono stati raccolti in Italia e Spagna durante la fase più acuta della pandemia ed hanno coinvolto complessivamente 1900 pazienti ospedalizzati per aver contratto la forma più grave di Covid-19, oltre ad un campione di 2300 persone sane utilizzate per controllo. Il lavoro può essere scaricato da questo sito:


Il risultato principale di questo studio è che, dopo l'accurata analisi di una grande mole di dati, sono state individuate due varianti genetiche, ambedue legate al gruppo sanguigno che sono maggiormente presenti nei pazienti con gravi sintomi respiratori. Come sintetizzano gli Autori "We identified a 3p21.31 gene cluster as a genetic susceptibility locus in patients with Covid-19 with respiratory failure and confirmed a potential involvement of the ABO blood-group system".

In estrema sintesi, coloro che appartengono al gruppo sanguigno A avrebbero una maggiore probabilità di contrarre le forme più gravi di Covid-19, mentre chi ha il gruppo 0 godrebbe di un certo grado di protezione. Il condizionale è d'obbligo perché, anche se il numero di pazienti osservati è molto ampio, studi di questo tipo mostrano l'esistenza di possibili correlazioni, ma non forniscono spiegazioni sulla loro motivazione.

Si tratta comunque di un risultato importante, frutto di un eccellente lavoro di squadra a livello europeo, che ha fornito dati molto rilevanti sia per quantità che per qualità. Il possibile contributo alla comprensione dei meccanismi con cui il virus attacca l'organismo umano sarà senz'altro oggetto di ulteriori discussioni scientifiche.

martedì 16 giugno 2020

Un farmaco low-cost può essere d'aiuto per i pazienti più gravi

Anche se le terapie intensive dei reparti Covid-19 italiani si stanno svuotando, è consolante sapere che in questi giorni è stato fatto un piccolo, ma significativo progresso nel trattamento farmacologico dei pazienti più gravi affetti da Covid-19. Parliamo di persone che hanno severe difficoltà respiratorie. Lo studio è stato sviluppato in Gran Bretagna, sotto la supervisione di un gruppo dell'Università di Oxford, ed ha coinvolto un campione di oltre 2000 pazienti trattati, confrontati con oltre 4000 pazienti che si trovavano in analoghe condizioni e non hanno ricevuto il farmaco. Parliamo quindi di un test completo e non di casi numericamente limitati come ci è successo di sentire spesso durante questa pandemia, quando l'ansia di trovare trattamenti farmacologici efficaci ha spinto taluni a sopravvalutare i risultati positivi di pochi "casi aneddotici".

Secondo una intervista che i responsabili scientifici del progetto hanno rilasciato alla BBC, il farmaco in questione è il dexamethasone (desametasone in italiano), un antinfiammatorio già noto ed utilizzato per altri scopi terapeutici, caratterizzato da un costo molto contenuto, facilmente reperibile in tutto il mondo. Il dexamethasone è entrato nell'uso medico nel lontano 1958 e non è quindi coperto da alcun brevetto. Un trattamento completo dura circa 10 giorni ed ha un costo pari a circa 70 Euro. Pur non essendo risolutivo, il trattamento con dexamethasone  ha mostrato risultati molto incoraggianti: la mortalità per i pazienti trattati con ossigeno è diminuita di circa il 20%. La riduzione della mortalità è salita fino al 30-40% per i pazienti più gravi che devono essere collegati al ventilatore. Il farmaco non produce benefici apprezzabili per i pazienti meno gravi che non necessitano della somministrazione d'ossigeno.

Formula strutturale (alto) e conformazione (sotto) del dexamethasone (C22H29FO5). Le palline rosse rappresentano gli atomi di ossigeno, quelle bianche gli atomi di idrogeno, mentre quella verde corrisponde all'atomo di fluoro.


Al termine della prova, la Gran Bretagna ha deciso di utilizzare il dexamethasone come terapia standard per i pazienti Covid-19 affetti da gravi problemi respiratori. I ricercatori dell'Università di Oxford stimano che se il trattamento con dexamethasone fosse stato applicato sistematicamente fin dall’inizio della pandemia, nella sola Gran Bretagna sarebbero state salvate circa 5.000 vite umane.

Una notizia che ci rammarica da un lato, ma che apre uno scenario di speranza anche per quei Paesi meno ricchi dove la pandemia è ancora molto diffusa.

Lombardia alla resa dei conti (perché è importante anche per noi)

Mentre il resto del Paese registra ormai da molti giorni un numero esiguo di nuovi contagi e si appresta a gestire la fase finale dell’epidemia, la Lombardia deve ancora affrontare una situazione che suscita qualche preoccupazione. L’andamento dei nuovi contagi è illustrato nella figura seguente (fonte: Protezione Civile Nazionale su dati del Ministero della Salute):

Andamento settimanale dei nuovi contagi in Lombardia. La data mostrata sull'asse orizzontale è quella dell'ultimo giorno della settimana considerata.
Il calo sensibile di nuovi contagi registrato durante il mese di maggio sembra essersi arrestato e nelle ultime tre settimane i nuovi contagi sono stabilmente superiori al 2% di tutti i tamponi fatti. Ieri, 15 giugno, la Lombardia da sola registrava oltre l’80% di tutti i nuovi contagi italiani. Difficile dire se l’effetto sia dovuto ad un incremento post-lockdown della circolazione del virus in terra lombarda oppure se si tratti di quello che, in gergo, si chiama “svuotamento di serbatoi di contagio”, ovvero se molti dei nuovi contagi rivelati non risalgano a molti giorni addietro e vengano conteggiati solo ora perché, a suo tempo, non era stato fatto un numero sufficiente di tamponi

In attesa di vedere come andrà a finire, in Lombardia è iniziata una sorta di resa dei conti. La gravità dell’epidemia ha messo a dura prova quello che veniva definito il “modello lombardo” della sanità. Non c’è dubbio che molte (troppe) cose siano andate storte in Lombardia (e non solo in Lombardia, aggiungo io). In questo momento la Magistratura è impegnata in numerose inchieste che riguardano la gestione dell’epidemia con particolare riferimento al mancato confinamento di alcuni pericolosi focolai ed ai gravi episodi accaduti nelle residenze per anziani. Vedremo quali saranno gli esiti delle indagini e lasciamo che la Magistratura operi con la necessaria attenzione, senza sentirsi tirare per la giacchetta da questa o quella forza politica.

Va comunque ricordato che le responsabilità politiche vanno ben aldilà delle eventuali responsabilità penali e riguardano l’essenza stessa del nostro vivere civile. Credo quindi che sia positivo che la Lombardia si interroghi sulle questioni che hanno riguardato la gestione dell’epidemia, perché la Lombardia è un elemento fondamentale per la vita economica e culturale dell’Italia intera. Sarebbe stupido – come hanno fatto alcuni – rallegrarsi per le disgrazie della “prima della classe” perché se la Lombardia va male, alla fine il conto da pagare arriva a tutti gli italiani. Quella della rinnovata polemica tra Nord e Sud è, purtroppo, una delle tante piaghe socio-economiche che il Covid-19 sta generando!

A giudicare dalle notizie di stampa, in questo momento c’è una certa agitazione nei palazzi della Regione Lombardia. Il Direttore generale della Sanità lombarda è stato rimosso dal suo incarico, anche se - secondo la migliore tradizione italica – si è trattato di una classico caso di “promoveatur ut amoveatur” e, sempre secondo notizie di stampa, anche la poltrona dell’Assessore regionale alla Sanità sarebbe piuttosto traballante. Sembra che in questo momento tra i pochi a spingere affinché rimanga al suo posto ci sia il mitico Maurizio Crozza che, in caso di dimissioni, perderebbe una delle sue vittime sacrificali.

Aldilà della girandola di posizioni politiche e tecniche, l'aspetto – a mio parere – più significativo è il sostanziale ripensamento rispetto al nuovo Piano sanitario regionale, che la stessa Giunta lombarda aveva approvato in "pompa magna" pochi mesi prima dell’inizio dell’epidemia. Mi sembra una scelta saggia, anche se c'è sempre il rischio di “buttare via il bambino con l’acqua sporca”. Come ha dimostrato questa epidemia, di acqua sporca nel sistema lombardo ce n’era veramente tanta. Ricordiamo tutti le interviste ai medici di base lasciati abbandonati a sé stessi durante le fasi critiche dell’epidemia e la scelta improvvida di usare spazi all’interno delle RSA per ospitare malati di Covid-19. È mancata completamente la dimensione della Sanità territoriale capace di identificare e curare i contagiati prima che fosse necessario il loro ricovero in ospedale. Pensare di gestire la Sanità pubblica solo con strutture ospedaliere, magari di elevata qualità, è una idea fuorviante, specie per una società come la nostra dove il progressivo invecchiamento della popolazione (Covid-19 permettendo) porterà ad una crescente richiesta di servizi di tipo sanitario. Personalmente non ho preclusioni di natura ideologica nei confronti della Sanità privata e credo che realtà come Humanitas o San Raffaele rappresentino una risorsa preziosa per tutto il Paese. Tuttavia quando vedo un ex presidente della Regione Lombardia condannato definitivamente per aver accettato mazzette da taluni imprenditori della Sanità privata, qualche domanda sull’esistenza di controlli adeguati me la pongo.

Nei prossimi mesi vedremo quale sarà il risultato del dibattito avviato in Lombardia dalle forze politiche di maggioranza e di minoranza. Mi aspetto un confronto a tratti anche aspro, ma spero che alla fine la Regione Lombardia riesca a trovare un giusto punto di sintesi, utile per i lombardi, ma anche per tutti noi.

Concludo con un fugace accenno al Trentino dove pure di errori nella gestione dell’epidemia ne sono stati fatti tanti. Apparentemente tutto tace anche se circolano voci di possibili rimpasti a livello tecnico. Sul piano politico, l’unico rumore che si coglie è quello delle minoranze del Consiglio provinciale che si stanno beccando come i capponi di Renzo di manzoniana memoria. A livello di maggioranza, nessuna autocritica e nessun ripensamento, anche per chi ha ampiamente dimostrato la sua inadeguatezza rispetto al ruolo politico che avrebbe dovuto gestire.

lunedì 15 giugno 2020

Sta arrivando la seconda ondata?

In queste settimane stiamo assistendo ad una estrema mutevolezza delle opinioni e dei comportamenti tenuti rispetto alla pandemia di Covid-19. Passata la “grande paura” c’è stato un allentamento progressivo delle condizioni di lockdown che, almeno in Europa, non ha fin qui generato i temuti ritorni di fiamma dell’epidemia. Sale in tutti noi la preoccupazione per le conseguenze socio-economiche della pandemia e la voglia di buttarci alle spalle questa brutta esperienza. Nei salotti televisivi è andato in onda un dibattito un po’ superficiale e confuso sulla possibile riduzione della pericolosità del virus. Hanno ripreso voce negazionisti e no-vax di cui francamente non sentivamo la mancanza.

Proprio mentre molti di noi incominciavano a sperare in una estate Covid-free ecco irrompere fragorosamente sulla scena mediatica la notizia del possibile arrivo di una “seconda ondata”. Mentre USA e Sud America sono ancora intenti a fronteggiare la prima ondata, le ultime notizie in arrivo dalla Cina e dal Medio Oriente riportano di una significativa impennata dei contagi. A livello nazionale, a Roma, sono stati individuati almeno due focolai piuttosto significativi che hanno contribuito a suscitare un certo allarme nell’opinione pubblica.

Inutile rivolgersi a virologi ed epidemiologi per sapere se questa seconda ondata di contagi arriverà davvero. C’è chi sostiene che siano solo colpi di coda di una pandemia ormai in fase di estinzione, mentre altri sostengono che una seconda ondata sia altamente probabile, magari anche più grave della prima. Quelli più onesti intellettualmente vi risponderanno che non sono in grado di dare una risposta e che bisognerà aspettare per capire cosa potrà succedere nei prossimi mesi.

Ho provato a cercare altre fonti di informazione indipendenti e ho guardato, ad esempio, all’andamento dei mercati finanziari. Si dice che i mercati finanziari “anticipino” le notizie. In effetti, da qualche giorno, i mercati finanziari di tutto il mondo stanno segnando un calo piuttosto significativo, non così grande come quello segnato ad inizio marzo, ma certamente importante. Secondo le motivazioni comunemente accettate questa riduzione sarebbe dovuta al timore di un ritorno della pandemia con conseguenze disastrose per l’economia mondiale già duramente provata dalla prima ondata. Sarà proprio così? La domanda sorge spontanea considerato che gli esperti di finanza sono famosi perché domani ci spiegheranno con dovizia di particolari come mai oggi non si sono verificate le ipotesi che loro stessi avevano fatto ieri. Forse gli gnomi della finanza mondiale dispongono di informazioni riservate sulla pandemia che non sono note a noi comuni mortali? Oppure il Covid-19 è solo una scusa per “scaricare gli oscillatori” come si dice in gergo ovvero per far scendere un po’ le borse drogate dall’eccesso di liquidità che le Banche centrali hanno prodotto nel corso di quest’ultimo decennio?

Temo che anche l’analisi delle borse mondiali non ci possa aiutare più di tanto, così come la cacofonia di opinioni di virologi ed epidemiologi. Vediamo allora di analizzare i numeri che stanno dietro a queste notizie di una seconda ondata, cercando di capire meglio cosa stia effettivamente succedendo.

Partiamo dai dati romani che sono quelli che conosciamo meglio. A Roma sono stati registrati due focolai significativi. Ambedue i casi hanno caratteristiche peculiari. Il primo focolaio è stato localizzato all’interno di una clinica che si occupa di riabilitazione. Le indagini epidemiologiche sono ancora in corso e sembra che il focolaio sia stato innescato circa un mese fa. A fronte di oltre cento contagi accertati, sono stati registrati 5 decessi da Covid-19 a dimostrazione che il virus fa ancora danni quando si infiltra in ambienti come ospedali od RSA dove ci sono persone fragili. Poteva diventare una seconda “Codogno”, ma per fortuna il sistema di tracciamento dei contagi ha permesso di circoscrivere i danni. Il secondo focolaio romano è stato localizzato all’interno di uno stabile occupato. Una situazione particolarmente critica da un punto di vista sociale oltre che sanitario, dove è molto difficile intervenire. Si tratta comunque di un focolaio circoscritto ed isolato, che non dovrebbe provocare ulteriori danni.

Andando più lontano, le notizie che arrivano dalla Cina parlano di un focolaio nato all’interno di un mercato (tanto per cambiare) e di misure di lockdown piuttosto rigide estese ad alcuni quartieri della capitale Pechino. Difficile dire se le Autorità cinesi abbiano detto tutta la verità. La strategia è comunque quella di isolare il focolaio nascente e di tracciare le persone all’interno dei quartieri a rischio per evitare che la circolazione del virus aumenti.

Per quanto riguarda i paesi del Medio Oriente le notizie sono ancora piuttosto incerte. Si parla di una aumento significativo della circolazione del virus in Egitto ed in altri Paesi vicini, ma c’è una grande incertezza sia sui numeri effettivi, sia sull’efficacia delle azioni di mitigazione che sono state attuate. In alcuni casi abbiamo a che fare con sistemi sanitari piuttosto deboli e questo non aiuta. L’unica conclusione che possiamo trarre è che un clima caldo e secco, di per sé, non è sufficiente per proteggerci dalla pandemia.

Possiamo quindi dire che:
  1. Chi dava il virus come “spacciato” forse ha tratto conclusioni un po’ troppo affrettate. Il virus circola ancora e se si infiltra in ambienti dove ci sono persone particolarmente fragili può ancora fare grossi danni.
  2. Attualmente, almeno in Italia, il sistema di tracciamento dei contagi sembra funzionare. La situazione potrebbe diventare molto più critica in autunno-inverno quando le sintomatologie da Covid-19 potranno essere confuse con la normale influenza ed i cosiddetti “mali di stagione”. Se gli italiani si convincessero ad installare IMMUNI sui loro smartphone, male non farebbe,
  3. Parlare di una seconda ondata imminente oggi è ancora prematuro, ma l’evoluzione internazionale della Pandemia va monitorata con attenzione.
  4. Dovremmo ripensare a tutti gli errori fatti ad inizio anno e cercare di non ripeterli nel corso dei prossimi mesi. Ad esempio, sarebbe auspicabile che l’Europa (Gran Bretagna inclusa) adottasse una politica comune nei confronti dei viaggiatori provenienti da altre parti del Mondo  perché c’è il rischio di innescare una sorta di tragico “ping-pong” del virus attraverso i continenti.
  5. Il fatto che l’Italia abbia stretto un patto con altri Paesi europei per la distribuzione di un futuro vaccino è un fatto molto positivo, anche se nessuno oggi può dire con certezza quando il vaccino sarà disponibile e quanto sarà efficace.

sabato 13 giugno 2020

Etica ed esperimenti sull'epidemia

Un lettore mi scrive a proposito dei problemi sollevati dalla recente presa di posizione (subito ritrattata) dell’OMS a proposito della contagiosità dei cosiddetti asintomatici. “Come è possibile” – si (mi) domanda – “che su temi così rilevanti nessuno pensi di fare esperimenti sul campo verificando l’effettiva contagiosità in condizioni controllate?”. Domanda lecita, ma la risposta è che si tratterebbe di un esperimento che coinvolge esseri umani e che, prima di procedere, bisognerebbe dare risposta a precise questioni etiche. Infatti, esponendo persone sensibili (mai esposte al virus prima di allora) ad un contagio sia pure “controllato” si verificherebbe un danno certo (contagio con conseguenze più o meno gravi per la salute delle cavie) a fronte di un beneficio incerto (non è detto che l’esperimento possa essere risolutivo e dare risposte generalizzabili per altre persone). Proprio la estrema variabilità e la complessità dei fenomeni fisico-chimico-biologici che sono alla base del trasferimento del contagio aumenta i rischi senza dare ragionevoli certezze di successo.

I lettori più assidui di questo blog forse ricorderanno uno dei primi post scritto circa tre mesi fa in cui discutevo la questione della distanza di sicurezza da mantenere tra le persone per ridurre al minimo la probabilità di contagio. Mentre in Italia le Autorità nazionali e regionali discutevano fino allo sfinimento se la distanza minima dovesse essere di un metro o un metro e mezzo, era apparso su una rivista scientifica cinese (Practical Preventive Medicine) un lavoro in cui si raccomandava di mantenere una distanza minima pari a ben quattro metri e mezzo. Sul metodo con cui è stato eseguito l'esperimento esistono diverse fonti tutte indirette. L'articolo originale era scritto in cinese e solo pochi hanno avuto modo di leggerlo. La descrizione che riporto qui di seguito è solo una di quelle disponibili e non ne posso garantire l'autenticità. La riporto solo come un possibile esempio di esperimento che ci aiuta a capire la complessità del problema. Nel fondo di un autobus fu fatta sedere una persona malata di Covid-19 con grande carica virale. L’autobus fu riempito di passeggeri  e le porte dell’autobus furono tenute chiuse per circa quattro ore. Al termine del viaggio tutti furono fatti scendere, prendendo nota dei posti occupati da ciascun passeggero. L’autobus fu nuovamente riempito, questa volta solo con persone sensibili. Ovviamente, né il contagiato, nè le cavie indossavano mascherine. Le cavie furono successivamente poste in isolamento e nell’arco delle due settimane successive fu preso nota dei contagiati a seconda del posto occupato in autobus. I quattro metri e mezzo corrispondono alla distanza massima rispetto al passeggero contagioso occupata dai contagiati che facevano parte della prima carica. Anche un passeggero della seconda carica risultò contagiato, ma non è chiaro se occupasse il  posto del passeggero contagioso durante la prima carica o fosse seduto nelle immediate vicinanze. Sappiamo che la Cina non è esattamente un paradiso per quanto riguarda il rispetto dei diritti civili e non sappiamo se coloro che hanno partecipato all'esperimento fossero cavie inconsapevoli, oppure volontari o persone costrette a “fare i volontari”. Non sappiamo nulla rispetto al decorso della malattia delle persone contagiate durante l’esperimento, ma sappiamo che l’informazione sui quattro metri e mezzo si è rivelata manifestamente infondata. Ricordo infine che l’articolo è stato ritirato pochi giorni dopo la sua pubblicazione. Forse, anche in Cina, c’è qualcuno che qualche problemino etico se lo pone.

A differenza dei fisici che possono ripetere nei loro laboratori gli esperimenti fino a che hanno trovato risposta alle loro domande, gli epidemiologi possono lavorare esclusivamente con le informazioni che derivano dall'osservazione di Madre Natura. Non è possibile riprodurre in laboratorio o comunque “in condizioni controllate” epidemie che coinvolgano esseri umani. L’unica cosa che è possibile fare è cercare di acquisire al meglio tutte le informazioni disponibili ed analizzarle con modelli più o meno affidabili. Quello degli epidemiologi è un duro lavoro. E tra un po’, passata la grande paura per la pandemia, nessuno li vorrà più ascoltare.

L'epidemia degli altri: USA a macchia di leopardo

Mentre in Europa la pandemia mostra un andamento decisamente calante, la situazione in altri Paesi è ancora piuttosto preoccupante. Se a breve pensate di programmare un viaggio negli Stati Uniti vi consiglio di visitare prima il sito covidexitstrategy.org dove potrete trovare una serie di dati molto interessanti suddivisi a seconda dei diversi Stati. La situazione d'insieme è riassunta dalla figura seguente:
Ci sono emormi differenze tra Stato e Stato: ad esempio lo Stato di New York, dopo aver trascorso mesi molto difficili, ha finalmente visto una sensibile riduzione nella diffusione dell'epidemia, mentre altri Stati come, ad esempio, Arizona e Arkansas mostrano situazioni piuttosto preoccupanti con una tendenza all'aumento dei contagi e con una densità di nuovi casi uguale o superiore a 100 nuovi contagi settimanali per ogni 100.000 abitanti. In numerosi Stati si segnala inoltre una occupazione dei posti di terapia intensiva che ha superato il 70%, a dimostrazione che il racconto secondo cui il virus si sarebbe "indebolito", almeno per questi Stati, non sembra funzionare.

Le diversità esistenti tra Stato e Stato sia a livello territoriale, sia per quanto riguarda le politiche attuate per il contenimento della pandemia sono emormi ed è difficile trarre conclusioni di carattere generale. Anche se, tra le follie che talvolta accompagnano le elezioni presidenziali americane, quest'anno ci tocca vedere anche analisi dettagliate volte a capire se il Covid-19 colpisca di più gli Stati che tradizionalmente votano democratico piuttosto che quelli di orientamento repubblicano.

Comunque la situazione non è per nulla tranquillizzante e certamente non è un caso se nel momento in cui si discute di riaprire le forntiere europee a Paesi terzi non si è ancora deciso se ammettere, a breve, i visitatori provenienti dagli Sati Uniti.