giovedì 20 agosto 2020

Il Trentino come la “foglia di lattuga” nell'hamburger dei contagi

 Commento aggiunto il 31 Agosto.
Ahimé a quanto pare la foglia di lattuga ce la siamo mangiata ed anche Il Trentino 
negli ultimi giorni si è allineato ai valori di contagio di Veneto ed Alto Adige
 
 
 
I dati dei contagi di oggi riportano in evidenza i casi del Veneto e dell’Alto Adige che, pur avendo numeri assoluti dei nuovi contagi molto diversi tra loro (159 e 21 rispettivamente) si trovano in testa alla classifica dei nuovi contagi giornalieri per abitante. Livelli abbastanza simili a quelli medi delle ultime due settimane come ci faceva notare il lettore Maurizio in un suo commento riferito allo scorso 18 agosto. Va detto che Veneto, Trentino e Alto Adige si distinguono a livello nazionale per il numero dei tamponi fatti. A parte i cali fisiologici fatti registrare durante le festività di Ferragosto, le rispettive Autorità sanitarie stanno cercando di rispondere alle richieste di tamponi che provengono dai cittadini, specialmente da parte di coloro che al rientro dalle vacanze si sono trovati nella preoccupante situazione di poter essere inconsapevoli importatori del virus.

In questo contesto, il numero dei nuovi contagi del Trentino rimane ad un livello relativamente basso. Facciamo i debiti scongiuri perché se i contagi sono collegati alle vacanze non c’è da credere che i turisti trentini abbiano sperimentato rischi di contagio molto diversi rispetto ai loro vicini alto-atesini o veneti. Forse i numeri elevati del Trentino durante la fase acuta dell’epidemia ci hanno insegnato qualcosa e le persone si sono mosse con maggiore prudenza.

In questo momento il Trentino è come la classica foglia di lattuga che si mette in mezzo agli hamburger. Sottile, sottile passa quasi inosservata. Speriamo che rimanga tale!

mercoledì 19 agosto 2020

La pandemia, lo smart-working ed il mercato immobiliare

Vi segnalo un interessante articolo apparso oggi su Il Sole 24 ORE dal titolo "Smart working, fuga dagli affitti a San Francisco. E se succedesse anche a Milano?" 

Il titolo è volutamente provocatorio, ma fa riferimento a dati reali e per certi versi impressionanti. La cosiddetta Silicon Valley oltre ad essere la culla di alcune delle più importanti compagnie che hanno determinato la nascita dell'economia digitale è anche una terra di grandissimi differenze sociali, dove miliardari e senza-casa convivono quasi gomito a gomito. Il grande flusso di lavoratori provenienti da tutto il Mondo ha creato una enorme bolla immobiliare che ora rischia di scoppiare a causa della progressiva de-localizzazione dei lavoratori che stanno adottando metodi di lavoro a distanza più o meno smart. Tra l'altro, considerato l'enorme potenziale di questo polo tecnologico, c'è da scommettere che saranno presto sviluppate tecniche e metodologie di lavoro veramente "smart", tali da diventare una valida alternativa alle metodologie di lavoro tradizionali anche in tempi normali. Insomma, una rivoluzione che è destinata a incidere profondamente sul tessuto economico e sociale della Silicon Valley.

La cosa è, a mio avviso, estremamente interessante perché in fin dei conti la pandemia ha soltanto accelerato un processo che era già maturo e che ora si svilupperà secondo linee ancora difficili da comprendere, ma certamente molto impattanti sotto molti punti di vista. Un grande esperimento sociale che attrarrà senz'altro l'attenzione di sociologi, economisti e tecnologi e che potrebbe avere un impatto mondiale, ben oltre i confini della Silicon Valley

Una lezione per chi si illude che dopo la pandemia si possa tornare tranquillamente alla cosiddetta "normalità".

Nota aggiunta il 20 agosto: Oggi sulla Stampa è apparso un articolo in cui si riferisce delle decisioni assunte da Leonardo e da altre primarie aziende italiane che porteranno ad una drastica riduzione degli spazi destinati ad uffici ipotizzando che, anche dopo la fine dell'epidemia, si vada a forme di lavoro miste in cui il lavoro "smart" fatto a distanza verrà integrato con il lavoro in presenza che potrebbe essere limitato a solo due giorni della settimana. Con i robot nei reparti produttivi e i progettisti e gli amministratiivi delocalizzati, gli umani rischiano di sparire da certe aziende. Fantascienza?

Più positivi con più carica virale

In una articolo apparso oggi sul Corriere della Sera la brava giornalista Silvia Turin ci informa sul fatto che la crescita dei nuovi positivi osservata in questo tempi ferragostani è stata accompagnata da una sensibile crescita anche della carica virale media dei tamponi positivi. Attualmente la densità di virus riscontrata nei campioni è tipicamente superiore anche di due ordini di grandezza rispetto ai valori che venivano trovati fino a fine luglio. Il dato è importante e particolarmente preoccupante perché smonta definitivamente le fantasie di chi dichiarava che i nuovi contagiati fossero in effetti "non malati". A conferma di ciò c'è anche la crescita, ormai evidente, sia dei ricoverati Covid complessivi che di coloro che richiedono un trattamento in terapia intensiva.  

Osserviamo quindi una netta inversione di tendenza rispetto a quello che succedeva da giugno in poi e che era stato oggetto - a suo tempo - di uno specifico post. Combinando tutte le informazioni disponibili il quadro che emerge è abbastanza chiaro:

  1. Nei mesi di giugno-luglio abbiamo assistito alla lunga coda in esaurimento del picco epidemico registrato a fine marzo. Molti dei positivi rilevati in quei mesi risultavano a bassa carica virale, ma in realtà nei loro tamponi il virus era ben poco o del tutto assente. Si trattava in realtà di malati che avevano avuto la Covid-19 molte settimane prima e che in molti casi facevano il tampone nell'ambito di una attività di screening, oppure dopo essere risultati positivi ai test immunologici. Tutte queste persone non avevano nel loro fluidi naso-faringei virus integri (in grado di infettare), ma solo frammenti che comunque potevano dare un risultato del tampone debolmente positivo. Queste persone non erano più malate e non potevano infettare gli altri.
  2. Chi ha frettolosamente interpretato i dati di giugno per dedurne che il virus fosse "clinicamente morto" ha preso una grossa cantonata e dovrebbe chiedere scusa agli Italiani.
  3. Grazie a tanti giovani che citando una formidabile frase di Osho si sono ispirati al motto "di notte leoni, di giorno tamponi", il virus ha ricominciato a circolare in grande quantità e molti tamponi sono tornati ad essere fortemente positivi.
  4. Ricordo che la calibrazione assoluta della carica virale fatta tramite i tamponi è una questione tecnicamente piuttosto delicata, ma certamente è valida l'osservazione fatta dai responsabili dei laboratori di analisi che, operando con procedure sempre uguali, oggi vedono risultati positivi con un numero molto inferiore di cicli di amplificazione, a dimostrazione del fatto che la carica virale dei campioni è mediamente più alta rispetto a giugno-luglio.
Vorrei sottolineare che l'osservazione fatta sulla carica virale dei tamponi più recenti non cambia le considerazioni generali fatte sulla dinamica dell'epidemia. Almeno fino ad Agosto dobbiamo mettere nel conto un aumento dei nuovi contagi e dei ricoveri. Quando sarà conclusa questa crescita di circolazione del virus legata alle vacanze ferragostane, potremo incominciare a capire se si debba considerare l'episodio solo come uno spiacevole contrattempo o se dovremo veramente preoccuparci per una possibile seconda ondata dell'epidemia. Nel frattempo tutti coloro che sono a rischio dovrebbero assumere un atteggiamento responsabile e sottoporsi a tampone (ammesso che le Autorità sanitarie siano in grado di gestire le richieste, cosa su cui personalmente dubito, almeno per alcune realtà regionali).

I giovani untori, Draghi e la bomba demografica

I tre argomenti sono apparentemente scollegati, ma trovano un preciso legame alla luce del discorso tenuto recentemente da Mario Draghi a proposito del futuro del Paese e della necessità di non sprecare le risorse disponibili, ma di investirle in modo assennato avendo come principale obiettivo quello di assicurare un futuro alle nuove generazioni. L’intervento di Draghi è stato accolto da un coro di generale approvazione da parte delle forze politiche anche se, temo, sarà presto dimenticato e lasciato nel cassetto dei “buoni propositi che non portano voti”.

Contemporaneamente, i giovani sono all’attenzione delle cronache e sono additati come i “nuovi untori” a causa del forte aumento della circolazione del virus associato ai comportamenti imprudenti tenuti soprattutto da giovani durante le vacanze estive. In attesa che riaprano le Scuole, con annesso sviluppo - temo - di numerosi focolai di contagio.

Mi sembra già di sentire alcuni miei coetanei preoccupati che i finanziamenti pubblici si spostino dalle (loro) pensioni agli investimenti per il futuro delle giovani generazioni: “dobbiamo forse preoccuparci di coloro che mettono a repentaglio la nostra salute con i loro comportamenti sconsiderati?”. Insomma ci sono tutti gli elementi affinché, di fronte alla crisi generata dalla pandemia, vecchie e nuove generazioni incomincino a beccarsi come i ben noti “capponi di Renzo” di manzoniana memoria. Il tutto in un Paese dove i problemi c’erano ed anche grossi ben prima che arrivasse la pandemia. Forse la pandemia li ha esasperati, ma non è certamente la causa primaria del malessere italiano.

La questione era stata già brevemente discussa in alcuni post in cui si discuteva del futuro demografico del Paese e delle criticità legate alla carenza di nascite. Giustamente, a mio avviso, Mario Draghi ha voluto riportare l’attenzione su questo tema perché la pandemia prima o poi passerà, ma il problema demografico resterà e rischia di diventare sempre più grave. Soltanto dando alla questione “futuro” la giusta priorità possiamo indicare a tutto il Paese (giovani e meno giovani) una prospettiva condivisa. Le proposte devono essere credibili e di lungo termine e tutti  dovranno fare la loro parte. Solo in questo contesto sarà più facile farci ascoltare dalle giovani generazioni quando chiederemo loro di comportarsi in modo ragionevole e di non mettere a repentaglio la salute delle persone più anziane.

martedì 18 agosto 2020

Un interessante lavoro sul trasporto del virus tramite aerosol (ancora da sottoporre ai referee)

Sulla stampa internazionale è stato dato ampio risalto ad un lavoro preparato da un gruppo di ricercatori dell'Università della Florida dal titolo "Viable SARS-CoV-2 in the air of a hospital room with COVID-19 patients". L'articolo affronta sperimentalmente un tema che è stato oggetto di grandi discussioni ovvero se il virus SARS-CoV-2 possa essere trasportato nell'aria da piccole gocce sotto forma di aerosol e possa arrivare integro (ovvero ancora capace di infettare) anche a grande distanza (superiore al metro comunemente utilizzato come parametro per le misure di distanziamento). 

Per fugare ogni dubbio, il virus raccolto nelle goccioline di aerosol è stato utilizzato per infettare colture di cellule in laboratorio. La differenza rispetto a tutti i precedenti lavori è proprio questa. Invece di limitarsi alle consuete analisi di laboratorio (le stesse cui sono sottoposti i cosiddetti tamponi) che potrebbero confondere il virus integro con suoi frammenti, il test con le cellule ha dimostrato senza ombra di dubbio la capacità di infettare. Inoltre tramite una analisi genetica è stato dimostrato che il virus raccolto a distanza era lo stesso che aveva infettato un paziente presente nella stanza dove è stato condotto l'esperimento.

In attesa che i referee esprimano un giudizio scientifico approfondito sul lavoro, il New York Times si lancia con un titolo altisonante: "‘A Smoking Gun’: Infectious Coronavirus Retrieved From Hospital Air". Ulteriori commenti li potete trovare sul Corriere della Sera.

Che il lavoro sia proprio una pistola fumante non ve lo posso garantire. Ci sono, a mio avviso, alcuni punti interessanti ed altri che richiederebbero maggiori approfondimenti. Qui di seguito riporto alcuni commenti:

  1. Una grande novità introdotta da questo lavoro riguarda le modalità con cui le goccioline di aerosol sono state raccolte. Nelle ricerche precedenti il sistema di raccolta era molto invasivo e poteva  danneggiare il virus. Nell'ambito di questa ricerca è stato sviluppato un nuovo sistema di campionamento particolarmente efficace e tale da preservare le caratteristiche del virus campionato.
  2. Come ricordato precedentemente, il test con la coltura di cellule ha risolto i dubbi che affliggevano le ricerche precedenti ovvero: raccogliamo virus integri o parti di essi?
  3. Le quantità di virus raccolte in questo esperimento sono molto piccole e vicine ai limiti fissati dalla sensibilità della strumentazione utilizzata. L'ambiente di raccolta era la stanza di un reparto ospedaliero Covid, dove erano presenti due pazienti virologicamente positivi. La stanza era soggetta ad un ricambio d'aria ogni 10 minuti e l'impianto era dotato di filtri e di sistemi di trattamento dell'aria tali da abbattere virus e batteri, così come qualsiasi altra particella presente nell'aria. Non è affatto semplice generalizzare i risultati di questo lavoro per capire come possano essere riscalati ad un generico ambiente chiuso nel quale sia presente almeno una persona virologicamente positiva.
  4. Da un punto di vista tecnico, considerate le basse densità di virus misurate, ci sono nel lavoro alcuni punti relativi alla calibrazione dello "zero" con campioni di riferimento nulli che andrebbero  - a mio avviso - approfonditi.
In conclusione, certamente un passo in avanti che potrà aiutarci a capire meglio i meccanismi di diffusione del virus nell'atmosfera, ma - almeno a mio parere - c'è ancora molto lavoro da fare prima di arrivare ad una comprensione più esaustiva del problema.

Più tamponi per tutti! E intanto i ricoveri aumentano ...

Di fronte all'allarme generato dalla elevata circolazione del virus in alcuni Paesi vicini a noi sono scattate misure che dovrebbero servire a limitare l'importazione del virus da parte dei viaggiatori in rientro dall'estero. Il problema è complesso e, personalmente, non sono molto ottimista rispetto al fatto che tutte le Regioni/PPAA riescano a gestire efficaci campagne di individuazione/tracciamento dei contagiati in arrivo. Oltre alle oggettive difficoltà ed ai possibili ritardi generati dalle strutture di analisi già provate da mesi di duro lavoro, c'è da mettere nel conto la mancata collaborazione di tante persone che incuranti dei danni che possono provocare al prossimo si guarderanno bene dall'aderire a qualsiasi forma di quarantena su base volontaria ed eviteranno di sottoporsi al tampone. Solo all'inizio di settembre avremo dati adeguati per valutare quanto stia succedendo oggi. Per il momento - come si dice - "speriamo bene!". 

Per cercare di cogliere segnali utili a prevedere il futuro andamento dell'epidemia continuiamo a monitorare i dati relativi ai contagi e, soprattutto, ai ricoveri ospedalieri. Li vediamo qui di seguito, aggiornati ad oggi 18 agosto:




Le tre figure (attualmente positivi (punti verdi), numero complessivo dei ricoverati (punti blu) e ricoverati in terapia intensiva (punti rossi)) mostrano tutte un minimo durante il mese di luglio (indicato dalle linee nere tratteggiate) ed attualmente sono tutte in fase di risalita. Si tratta per il momento di numeri assoluti ancora piccoli rispetto alla fase acuta dell'epidemia perché siamo sostanzialmente in una condizione di distribuzione granulare del contagio. Gli organi di informazione riportano di numerosi episodi anche gravi, ma per fortuna circoscritti. Se riuscissimo a governare la situazione potrebbe trattarsi di quello che come discusso in un post precedente viene definito "rimbalzo del gatto morto" piuttosto che di una vera e propria seconda ondata dell'epidemia.
 
Interessante notare che le tre figure mostrate sopra, pur in fase di risalita mostrano un ritardo temporale tra di loro. Il dato odierno delle persone virologicamente positive è tornato al livello di fine giugno, quello del numero complessivo dei ricoverati è attualmente simile a quello registrato alla fine della prima settimana di luglio, mentre quello dei ricoverati in terapia intensiva è circa uguale a quello registrato alla fine della seconda settimana di luglio. Non è una novità: passano mediamente alcuni giorni prima che le persone trovate  positive al virus siano ricoverate ed un ulteriore ritardo (parliamo sempre di valori medi) si registra prima del passaggio alla terapia intensiva. In altre parole, guardare ai dati di oggi, in una fase di contagi crescenti, ci fornisce solo un'idea parziale dei problemi che dovremo affrontare tra una o due settimane. 
 
Una ulteriore considerazione riguarda la distribuzione territoriale dei ricoveri. Lo scorso 23 giugno poco meno del 50% dei ricoveri erano localizzati in Lombardia. Oggi questa quota è scesa a circa il 18% più o meno in linea con il fatto che in Lombardia risiede il 16,5% della popolazione italiana. Per contro, molte Regioni del Centro-Sud hanno fatto registrare una crescita significativa dei contagi e dei ricoveri. Possiamo dedurne che sia in atto una sorta di rimescolamento dei contagi e che l'epidemia di Covid-19 non sia più soltanto un problema localizzato principalmente nel Nord del Paese. In altre parole, l'effetto di sostanziale confinamento dell'epidemia nel Nord del Paese che era stato ottenuto introducendo a marzo rigide regole di lockdown è completamente svanito.

Particolarmente interessante l'andamento del rapporto tra persone ricoverate e coloro che sono attualmente positivi. Il grafico aggiornato è mostrato qui sotto:

In base agli ultimi dati disponibili, reinterpretiamo l'andamento da fine giugno ad oggi come una lenta decrescita (dal 7% di fine giugno al 6% attuale) rappresentata nel grafico dalla linea nera tratteggiata. Ci sono in proporzione più persone virologicamente positive che sono asintomatiche o pauci-sintomatiiche e non richiedono alcun tipo di trattamento ospedaliero. L'andamento è compatibile con la crescente riduzione dell'età media dei contagiati. 

Interessante il fatto che, malgrado ci siano in proporzione sempre più positivi asintomatici e pauci-sintomatici si registri una crescita sensibile dei nuovi contagiati. Questo riapre l'irrisolta questione di quanto possano essere contagiosi coloro che mostrano pochi sintomi e se tra queste persone ci possano essere anche dei super-diffusori del virus. Lo studio accurato di alcuni dei numerosi focolai in atto, integrato dalla mappatura genetica del virus per tracciare esattamente chi ha infettato chi, potrebbe servire per capire meglio anche questa delicata questione.


lunedì 17 agosto 2020

Con o per? La tragica (e confusa) contabilità dei decessi del Covid-19

 Ogni definizione troppo precisa porta
 in sé il germe per il suo degrado
 
All'inizio della pandemia si è molto discusso sulla questione di come contare i decessi legati alla Covid-19. La recente decisione inglese di rivedere i criteri con cui si valutano i decessi  ha riportato il tema all'attenzione dell'opinione pubblica. Forse ricorderete le discussioni fatte anche in Italia tra chi distingueva i morti per Covid-19 rispetto ai morti con Covid-19. In realtà potremmo andare avanti ore a discutere della questione anche se temo che qualsiasi definizione che cerchi di classificare i casi con troppo dettaglio rischi di essere inconcludente.

Il criterio comunemente adottato è quello di contare come decessi legati all'epidemia quelli delle persone che erano positive al tampone. Soprattutto all'inizio dell'epidemia quando le misure di protezione dal virus erano carenti poteva succedere che una persona già in fin di vita per altre patologie venisse contagiata dal virus poche ore prima di morire. In tal caso la Covid-19 non poteva neppure essere considerata come una concausa del decesso, ma si trattava comunque di un paziente positivo al virus che aveva perso la vita e quindi come tale andava conteggiato nei decessi legati all'epidemia. Qualcuno, anche in Trentino, ha pensato bene di escludere dai decessi dell'epidemia coloro che fossero già in precarie condizioni di salute. Ma si trattava di un criterio ambiguo, che prestava il fianco ad interpretazioni diverse. Più che altro una furbata per ridurre i numeri e far apparire la situazione meno critica di quanto già non fosse (specialmente nelle RSA). Poi l'epidemia è cresciuta come un'onda esponenziale e anche questo criterio è stato abbandonato.
 
In realtà, sappiamo che in Italia, almeno fino ad apirle, le statistiche ufficiali hanno gravemente sottostimato il numero dei decessi legati all'epidemia. Il dato è stato messo in evidenza con brutale chiarezza dall'INPS che ha calcolato l'eccesso di decessi registrato in Italia nei primi mesi del 2020: ci sono più di 10.000 decessi in più rispetto a quelli attesi che non sono mai stati conteggiati nelle statistiche ufficiali italiane. Quanto al Trentino, chi ha seguito questo blog, ricorderà la grave sotto-stima dei decessi avvenuti nelle RSA.

L'utilizzo di criteri diversi per contabilizzare i decessi legati all'epidemia spiega, almeno in parte, le differenze di letalità che sono state registrate a livello internazionale. Spesso la Covid-19 è una concausa di morte e se si tolgono questi casi le statistiche diventano meno preoccupanti. Se poi non si fanno abbastanza tamponi, le statistiche appaiono ancora migliori.

La recente decisione inglese aggiunge un tassello alla creatività delle definizioni. Sono considerati  decessi da Covid-19 solo quelli che avvengono entro 4 settimane dal primo tampone positivo. Si tratta di un criterio del tutto arbitrario che non ha molto senso dal punto di vista scientifico, ma come vedete dal grafico seguente l'effetto "cosmetico" è notevole (il grafico è tratto dal sito della britannica BBC e si riferisce alla sola Inghilterra e non a tutto il Regno Unito). Magicamente spariscono molte decine di decessi al giorno (linea blu) e la situazione appare molto meno drammatica rispetto ai decessi contaggiati prima (linea rossa).
 
Tecnicamente la definirei una furbata e anche in UK non sono mancate le critiche. La soluzione di compromesso sembra essere quella che le statistiche ufficiali conterranno solo i decessi avvenuti entro 28 giorni dal tampone, ma poi saranno distribuite anche delle statistiche ufficiose in cui i decessi saranno ricalcolati (in aumento) utilizzando un limite di 60 giorni. Come dicevo in un post precedente la "questione dei cinque giorni" che si erano inventati in Trentino è nulla rispetto alla fervida fantasia britannica. E pensare che noi italiani credevamo che i britannici fossero un popolo un po' grigio, dotato di scarsa fantasia e creatività!

Alla fine di tutto questo una domanda sorge spontanea: riusciremo mai a sapere quante persone hanno perso prematuramente la vita a causa della pandemia?. La risposta è senz'altro sì e non è neppure un calcolo difficile da fare. Basta fare quello che in Italia stanno facendo ISTAT ed INPS: vedere l'andamento temporale  dei decessi e confrontarlo con la media degli anni precedenti. La cosa importante di questi studi è che, oltre al numero dei decessi in più legati all'epidemia, ci permette di stimare un dato molto importante di cui nessuno parla mai: gli anni di vita persi da coloro che sono morti anticipatamente (o se volete la riduzione della aspettitiva di vita provocata dall'epidemia). Si tratta ovviamente di una stima statistica che non riguarda il singolo individuo, ma operando su numeri complessivi abbastanza grandi la stima si può fare in modo accurato. Questa è senz'altro l'informazione più significativa e fornisce una risposta concreta a chi teorizza che: "tanto sarebbero morti lo stesso a breve!". Quanto a breve? Settimane, mesi o anni? Per le RSA trentine questa domanda è ancora in attesa di una risposta da parte della Provincia Autonoma di Trento.


P.S. Ringrazio il lettore Maurizio per avermi segnalato il sito BBC e per aver suggerito lo spunto per questo post