sabato 21 marzo 2020

Aggiornamento 21 marzo: è passato un mese dall’inizio dell’epidemia.

A partire da domani, l'aggiornamento dei dati sarà postato ogni due giorni, a meno che non intervengano novità di un certo rilievo. Continueremo a commentare le diverse questioni che sono legate allo sviluppo dell'epidemia.


Oggi è un giorno importante perché proprio un mese fa sono stati rilevati ufficialmente in Italia i primi casi endogeni di contagio da Coronavirus. In realtà, prima del 21 giugno erano stati già state ricoverate all’ospedale Spallanzani di Roma tre persone (due turisti cinesi ed un italiano di rientro da Wuhan), ma quelli erano senza ombra di dubbio casi di importazione. Nei giorni seguenti abbiamo assistito ad una crescita esponenziale dell’epidemia che, in un primo momento, sembrava confinata entro i focolai iniziali. Specialmente in alcune zone della Lombardia, l’epidemia è dilagata, propagandosi progressivamente alle regioni vicine.

Prima di analizzare i consueti grafici sui contagi complessivi ed i nuovi contagi giornalieri, vorrei mostrarvi l’aggiornamento della curva relativa a ricoveri e decessi, comprendendo nell’analisi non solo Veneto e Trentino, ma anche la Liguria. Perché proprio la Liguria? La scelta dipende dal fatto che la Liguria presenta alcune interessanti analogie rispetto al Trentino. Infatti la Liguria è una zona di attrazione per i turisti lombardi e subito dopo il 21 febbraio sono stati rilevati in Liguria un certo numero di contagi esogeni, dovuti a turisti anziani provenienti dalle aree del Lodigiano che si trovavano in Liguria per i tradizionali soggiorni invernali. Questi casi  sono stati prontamente individuati. Le persone con sintomi meno gravi sono state riportate in Lombardia (analogamente con quanto è stato fatto in Trentino) e durante le prime due settimane di epidemia il carico di lavoro degli ospedali liguri (linea continua blu del grafico riportato qui sotto) è stato contenuto su livelli accettabili. Ricordiamo inoltre che la Liguria è la regione italiana con a più alta sensità di anziani e questo rende la popolazione ligure più esposta al problemi delle complicanze indotte dal contagio.

Anche in Liguria, fino all'inizio di marzo, l'epidemia sembrava circoscritta, ma non era così. L’epidemia si stava propagando sotto traccia e solo dopo il 6 marzo la Liguria osserva un’impennata dei ricoveri che prosegue nei giorni successivi con una tendenza molto simile a quella fatta registrare in Trentino. La curva verde e quella blu che, ricordiamo, sono normalizzate rispetto al numero di abitanti, mostra come il carico di lavoro dei sistemi sanitari ligure e trentino sia diventato rapidamente più impegnativo rispetto a quello del Veneto, dove pure l’epidemia si stava diffondendo da almeno due settimane. Quando tutto questo sarà finito, sarà importante fare un’analisi approfondita dei dati e delle diverse strategie seguite a livello regionale per capire se qualcosa è andato storto. Adesso le priorità sono altre ed è comunque troppo presto per trarre conclusioni. 
 Confronto dei ricoveri ospedalieri (linee continua) e dei decessi (linee tratteggiate) normalizzate per un campione di 10.000 abitanti in Trentino (verde), Veneto (rosso) e Liguria (blu).

Passiamo ora all'aggiornamento dei grafici già visti nei giorni precedenti. Il dato dei contagi complessivamente rilevati è riportato qui sotto. Attualmente sono stati individuati in Italia circa 50.000 positivi al test, anche se le persone che sono state effettivamente contagiate sono molte di più (bisogna aggiungere gli asintomatici e quelli con sintomi lievi che spesso non sono sottoposti a test). Tra l'altro siccome nella mggioranza dei casi parliamo di positivi con sintomi medio-gravi, stimiamo che i contagi misurati fino ad oggi siano quelli avvenuti almeno 5 giorni fa. Questo implica che - oggi - il numero dei contagiati in cricolazione è circa doppio rispetto ai casi noti. Molte di queste persone manifesteranno i sintomi nei prossimi giorni.
Concludiamo con l'analisi dei nuovi contagi evidenziati oggi:
Vediamo che l'aumento fatto registrare a livello nazionale è ancora sostanzialmente dipendente dalla variazione del valore lombardo. Sulla consistenza dei dati lombardi abbiamo già detto. Sono poco affidabili ed hanno un limitato significato statistico. Conforta tuttavia il fatto che non ci sia stata - almeno fino ad oggi -  la temuta esplosione dei contagi al Centro - Sud. Ammesso e non concesso che le regioni del Centro - Sud applichino i test nel modo più appropriato.

C'è un collegamento tra l'inquinamento atmosferico e l'epidemia di Coronavirus?

 perdiamo la salute per fare i soldi,
ma poi perdiamo i soldi per cercare di recuperare la salute
(Dalai Lama)

In questi giorni difficili molti si domandano se lo sviluppo dell'epidemia sia stato causato dall'inquinamento ambientale. Abbiamo tutti sotto gli occhi le immagini satellitari della regione intorno a Wuhan e della Padania che ci mostrano come i due territori abbiano in comune un preoccupante livello di inquinamento atmosferico. Considerato lo stato di pandemia conclamata, è difficile pensare che l'inquinamento atmosferico possa essere stato l'unico elemento scatenante, ma il dubbio che abbia contribuito almeno come concausa è molto ragionevole.

Come ripetuto più volte, è troppo presto per trarre conclusioni che abbiano un accettabile livello di confidenza. Qui ci limiteremo ad analizzare quale era la situazione pre-Coronavirus e a discutere i possibili meccanismi chimico-fisici che potrebbero essere alla base del collegamento tra inquinamento atmosferico e sviluppo del contagio.

Dimentichiamo per il momento il Coronavirus e vediamo quale era la condizione della qualità dell'aria prima dell'inizio dell'epidemia. Forse lo ricordate, ma negli ultimi anni sono apparsi molti studi che documentavano come l'inquinamento atmosferico fosse responsabile di un numero crescente di morti premature. Lo studio più aggiornato sviluppato dall'EEA (European Environment Agency) lo potete trovare qui:


I numeri del rapporto sono impressionanti anche se sono stati accolti dall'opinione pubblica con una sostanziale indifferenza. Anzi chi li citava invitando le Autorità a prendere provvedimenti veniva talvolta liquidato come  un "gretino". Eppure parliamo solo per l'Italia (dati relativi all'anno 2016, pag. 69 del rapporto citato sopra) di circa 60.000 morti premature all'anno (una ogni circa 1000 abitanti) dovute alle cosiddette "polveri sottili" a cui si aggiungono poco meno di 20.000 morti premature legate alle componenti gassose dell'inquinamento. Il rapporto ci dice anche quanto "prematuri" siano stati questi decessi, stimando una perdita di circa mezzo milione di anni, in pratica circa sei anni a defunto. Si tratta di stime che possono cambiare a seconda dei criteri adottati per calcolarle, ma l'ordine di grandezza è questo. Non sappiamo ancora quanti saranno i decessi prematuri che l'epidemia di Coronavirus provocherà prima di essere debellata, ma i numeri del rapporto EEA ci fanno capire quanto compromessa fosse la situazione ben prima dell'arrivo dell'epidemia.

Vi domanderete "Perché l'opinione pubblica ha accolto i dati EEA con indifferenza?". Ci vorrebe un collega sociologo per dare una risposta convincente. Io mi limito a mettere in evidenza un aspetto. A differenza di quello che succede con il Coronavirus, le morti premature dovute all'inquinamento atmosferico non sono caratterizzate da una evidente relazione causa-effetto. In altre parole, non è che una persona esce, respira l'aria inquinata e dopo pochi giorni muore. La cosa è molto più subdola perché il danno si accumula nel tempo. La situazione mi fa ricordare quando oltre mezzo secolo fa, giovane perito chimico, ebbi modo di visitare alcune industrie localizzate al confine tra Liguria e Piemonte. Queste fabbriche sono state classificate nei decenni successivi come vere e proprie fabbriche della morte perché hanno gravemente inquinato aria ed acqua provocando un numero incredibile di tumori. Eppure allora nessuno capiva esattamente quello che stava accadeno. Ricordo che in alcuni laboratori chimici c'erano ancora le gabbiette con i canarini. Se morivano i canarini scattava l'allarme ed il personale veniva evacuato. C'era percezione solo per il pericolo immediato, mentre non erano chiari gli effetti di accumulo che nel medio-lungo periodo avrebbero prodotto ingenti danni alla salute. Per l'inquinamento atmosferico siamo più o meno ancora alle gabbiette dei canarini. Quando il livello di inquinamento supera un certo limite si blocca il traffico per qualche giorno e poi riprende tutto come prima. 

Tornando alla domanda iniziale, "Come potrebbe entrarci l'inquinamento con l'epidemia di Coronavirus?". Ci sono varie ipotesi. La prima è di tipo medico e non ho le competenze per discuterla. Mi limito a ricordare che molti ipotizzano che la costante esposizione ad un forte inquinamento atmosferico provochi danni permanenti al sistema immunitario e all'apparto respiratorio, facilitando l'aggressione del virus. Non è il mio campo e, come detto sopra, lascio ai medici le valutazioni di merito.

Qui vorrei soffermarmi su come l'inquinamento atmosferico potrebbe favorire il trasferimento del virus tra le persone. Escluderei che l'inquinamento possa avere un qualche effetto sui contagi che avvengono per contatto diretto o tramite colpi di tosse e starnuti (almeno per le goccioline di maggiori dimensioni). Un effetto ci potrebbe essere per quelle goccioline che vengono emesse con la normale respirazione o per le frazioni più leggere associate a colpi di tosse e starnuti. In un post precedente abbiamo visto che le goccioline di dimensioni più piccole possono rimanere sospese nell'aria anche per molto tempo, così come le famose PM10 che tutti abbiamo imparato a conoscere attraverso i bollettini sulla qualità dell'aria. Sappiamo che le goccioline di dimensioni inferiori a circa 100 micron tendono a ridursi velocemente a causa dell'evaporazione dell'acqua che avviene a livello superficiale. Questo produce un duplice effetto: man mano che l'acqua evapora la massa si riduce e la gocciolina riesce a rimanere in sospensione nell'aria più a lungo. Tuttavia, l'evaporazione dell'acqua porta anche alla progressiva disattivazione del virus. Se, durante il suo tragitto, la gocciolina  incontra una particella di polvere sottile può accadere un processo di "fusione" con conseguente formazione di una sorta di "supergocciolina". L'interazione - a livello molecolare - tra la gocciolina originale e la particella di polvere può rallentare l'ulteriore evaporazione dell'acqua, stabilizzando la carica virale. Lo ripeto è solo una ipotesi già discussa nella letteratura scientifica, ma nel caso del Coronavirus è ancora tutta da verificare. Tra l'altro ci aspettiamo che il proceso dipenda in modo critico dalla composizione chimica, dalla massa e soprattutto dalla morfologia della particella di polvere sottile. Ipotizziamo che questo meccanismo potrebbe essere particolarmente importante per le particelle molto porose che potrebbero funzionare come una sorta di "spugna" che agisce a livello molecolare.

Chiudo qui perché per proseguire dovrei entrare in dettagli della chimica-fisica delle superfici che interessano solo agli specialisti del settore.

Riassumendo. Non abbiamo prove certe, ma è probabile che l'inquinamento atmosferico possa essere una concausa della diffusione del virus. Sono ipotizzabili specifici meccanismi chimico-fisici che potrebbero spiegare come le particelle di polvere sottile possano favorire il trasporto del virus per via aerea. L'attuale riduzione del traffico e delle attività industriali porterà senz'altro alla riduzione di polveri sottili nell'aria, con un possibile beneficio anche ai fini del contenimento dell'epidemia. Ma se, pur stando chiusi in casa, vi scaldate con la vostra stufa a legna, probabilmente non state facendo la cosa giusta

venerdì 20 marzo 2020

Aggiornamento 20 marzo

I dati aggiornati sono mostrati qui sotto. Tenuto conto dei dati odierni abbiamo rivisto in aumento (fatto positivo!) il tempo di raddoppio per il Trentino e, in piccola parte per il dato nazionale. Oggi iI numeri comunicati dalla Protezione civile nazionale sono drammatici, specialmente per quanto rigurda i decessi. Anche se l'ho già scritto in vari post, lasciatemi ricordare che i numeri di oggi sono il frutto dei comportamenti non sempre responsabili di una-due settimane fa. Attendiamo con fiducia che si vedano risultati positivi. 


Anche stasera nella consueta conferenza stampa della Protezione civile nazionale i giornalisti hanno posto molta enfasi sulla questione "Quando si vedrà il massimo dei contagi giornalieri". Ricordiamo che trattiamo dati statistici, con i loro errori di misura. Quindi prima di poter dire di aver visto con sicurezza il massimo, bisogna che il massimo sia abbondantemente superato e che la riduzione dei casi sia maggiore rispetto alle fluttuazioni del segnale. Insomma ci vuole pazienza. Intanto vediamo l'aggiornamento con i dati odierni.
Il post di questa mattina relativo al confronto dei ricoveri  e dei decessi in Trentino e Veneto è stato aggiornato con i dati odierni.

Servono davvero le mascherine?

Dal momento dello scoppio dell’epidemia le mascherine sono diventate il bene più ricercato in Italia. In questi giorni, sia pure in modo disordinato ed estemporaneo, è in atto una rapida riconversione di numerose aziende grandi e piccole che hanno iniziato a produrre le preziose mascherine anche in Italia. Purtroppo l'attuale carenza di mascherine è solo la punta dell’iceberg di un problema molto più grande. Il numero impressionante di medici ed altro personale sanitario che sono morti in Lombardia ci fa capire quanto impreparato sia stato il sistema sanitario italiano di fronte all’arrivo dell’epidemia. Ciascuna regione si è mossa in ordine sparso, sottovalutando i rischi ed il risultato è sotto gli occhi di tutti. Non c’è dubbio che la priorità sia quella di riservare il poco materiale protettivo disponibile a chi combatte l’epidemia in prima linea. Per tutti gli altri viene ripetuto: “Le mascherine non servono, basta mantenere la distanza di sicurezza”. Molti lecitamente si domandano: “Sarà veramente così o ci dicono che le mascherine non servono perché tanto non ci sono?”

Vediamo un po’ di numeri. Ricordiamo che la maggioranza delle mascherine sono prodotti mono uso e quindi durano non più di un giorno. Se 50 milioni di persone pensassero di usare una mascherina al giorno, in un mese ce ne vorrebbero un miliardo e mezzo. Se pensate che i lotti in consegna oggi arrivano difficilmente al milione di pezzi, capite che l’approccio mascherine sempre e a tutti è al momento irrealistico.

Cerchiamo quindi di capire meglio come stanno le cose, partendo dalla considerazione che per le persone in buone condizioni di salute non c’è motivo di indossare una mascherina quando stanno a casa.

Prima di continuare dobbiamo ricordare qualche dettaglio sulle diversità esistenti tra i diversi tipi di mascherine. Le mascherine più semplici (quelle dette chirurgiche, che sono anche più facili da produrre) sono efficaci nel limitare l’emissione di goccioline di saliva da parte di chi le indossa. Servono principalmente a proteggere gli altri perché hanno una struttura microscopica troppo grossolana e durante l’inspirazione non bloccano le particelle più piccole presenti nell’aria (vale per i virus così come per le particelle più piccole dovute all’inquinamento atmosferico). C’è comunque un altro effetto positivo. Se le indossate non riuscirete a toccarvi accidentalmente naso o bocca, ma state comunque attenti a non toccarvi gli occhi! Riassumendo: non sono risolutive, ma aiutano a limitare la diffusione del virus. Chi deve uscire di casa per brevi periodi, senza svolgere attività direttamente a contatto con persone positive al Coronavirus, dovrebbe usare una mascherina di questo tipo, senza dimenticare che rispettare scrupolosamente la distanza di sicurezza è comunque la norma di riferimento.

Per chi deve stare a contatto diretto con altre persone, quando non è sempre facile mantenere la distanza di sicurezza, sarebbe meglio utilizzare una mascherina con un più elevato livello di protezione (maggiore capacità filtrante).

Le mascherine tecnicamente più sofisticate (e gli altri dispositivi di protezione individuale) servono senz’altro per coloro che sono a diretto contatto con persone positive al Coronavirus. Ricordiamo che soprattutto i modelli più performanti, riescono a filtrare efficacemente l’aria inspirata, ma sono scomode da indossare e rendono la respirazione meno agevole. Trovano quindi un utilizzo in ambiti specifici e non avrebbe senso distribuirle al resto della popolazione.

Facciamo ora una stima molto grossolana, ma utile per capire le dimensioni del problema. Nel sistema sanitario italiano operano circa 750.000 persone. Non tutte sono impegnate direttamente nella cura dei malati di Coronavirus e quindi non tutte necessitano di strumenti ad elevatissimo grado di protezione. Comunque parliamo di qualcosa come 20 milioni di mascherine al mese, sia pure con diversi gradi di protezione. Molto più grande è il numero delle persone impegnate nei servizi  nelle attività produttive essenziali. Qui la stima è più complessa. Diciamo 5 milioni, corrispondenti a 120 milioni di pezzi al mese, considerato che non tutti i giorni sono al lavoro. Per tutti gli altri che stanno a casa ed escono solo per brevi periodi, magari non tutti i giorni, pensiamo ad una fornitura minima di  almeno una mascherina al mese, con un totale di circa 50 milioni di pezzi al mese. Tirando le somme, sono circa 200 milioni di pezzi al mese, suddivisi secondo le diverse tipologie.

Riassumendo: la stima di almeno 50 milioni di mascherine al mese che è l'obiettivo dichiarato dalla Protezione civile nazionale (dato complessivo che comprende tutti i diversi tipi) è probabilmente sottostimata. Quando finalmente i problemi di approvvigionamento saranno stati risolti, è probabile che anche in Italia saranno adottate le abitudini che siamo soliti osservare nelle popolazioni orientali e tutti noi gireremo per un bel po’ coprendoci il viso con le mascherine.

Una modesta proposta per ridurre la circolazione delle persone




Mentre sto scrivendo questa nota sotto le mie finestre sta passando un'auto con megafono che chiede alle persone di rimanere a casa. A me che sono nato un po’ di tempo fa, vengono in mente immagini della mia infanzia, quando di auto ne giravano proprio poche e durante le campagne elettorali le auto con megafono erano uno strumento fondamentale della propaganda elettorale. Altro che Facebook e Twitter!

Scusate la divagazione, ma ormai tutto il Paese è spasmodicamente concentrato nell’attesa di vedere gli effetti di mitigazione dell’epidemia prodotti dalle ben note misure di limitazione della mobilità personale. Nei post precedenti ho cercato di spiegare, sia pure in forma molto schematica, quanto sia complicato vedere gli effetti attesi e quanto lunga possa essere l’attesa. Ormai è chiaro a tutti quanto fosse illusorio credere che due settimane di clausura avrebbero risolto tutto. Gli effetti ci saranno certamente, ma saranno diluiti nel tempo. C’è solo un modo per anticipare i risultati: stare a casa tutti, a meno di non essere tra le persone impegnate nelle attività essenziali.

Poco fa leggevo una notizia di agenzia secondo cui sulla base dei dati rilevati dalle cellule telefoniche si è dedotto che oltre il 40% dei milanesi uscirebbe di casa ogni giorno. Stento a credere che queste uscite siano tutte strettamente necessarie. Tuttavia non dobbiamo dimenticare che molte persone, pur pienamente consapevoli dei rischi, continuano ad uscire semplicemente perché non ne possono fare a meno.

Io non ho la bacchetta magica, ma una proposta semplicissima. Ci sono un sacco di studenti universitari e delle scuole superiori che sono rimasti a casa, più o meno impegnati in attività di didattica online. Chiediamo loro su base volontaria di dedicare una parte del loro tempo per effettuare i servizi di consegna a domicilio di cibo, medicinali e altri beni essenziali. 
 
Supponendo che ogni consegna richieda 10 minuti e che ciascun volontario si impegni per 5 ore al giorno, per ogni volontario attivo sul campo ci saranno 30 persone che non dovranno più uscire per gli acquisti. Questo significa ridurre drasticamente le possibilità di contagio occasionale. Purché ovviamente i volontari addetti alle consegne siano monitorati regolarmente per evitare di far circolare positivi asintomatici. Bella idea, mi direte voi. Ma se non fanno i test neppure ai medici impegnati in prima linea, pensate che li facciano ai fattorini? L’obiezione ha senso, ma purtroppo dobbiamo imparare a ragionare secondo un logica di medio – lungo periodo. 
 
Organizzare un servizio di consegna efficiente, coordinandolo con le altre attività già in essere non è semplice e richiede tempo. Purtroppo di tempo a disposizione ne avremo fin troppo e sarà ancora più lungo se non ci diamo una mossa per arrivare ad una effettiva limitazione della mobilità personale. Sarebbe bello se gli studenti che abbiamo visto impegnarsi per i grandi problemi sul futuro, si auto organizzassero oggi per offrire questo servizio alla nostra Comunità.

Ricoveri e decessi: Trentino vs Veneto

Nota: Il grafico è stato aggiornato con i dati del 20 marzo. Nella versione postata in mattinata c'era un errore sul dato dei decessi del Trentino al 19 marzo. I dati ora sono corretti.

Durante l'ultima settimana i dati relativi ai ricoveri ed ai decessi in Trentino sono purtroppo cresciuti arrivando, almeno per i ricoveri, a valori che possono essere confrontati con altre realtà. Abbiamo scelto il Veneto, così come facciamo ormai da giorni per i dati relativi ai contagi.

Nelle discussioni precedenti è stato evidenziato come i dati dei contagi rilevati siano scarsamente affidabili, rendendo estremamente difficile il confronto tra realtà territoriali diverse. Anche il dato sui ricoveri non è privo di problemi, considerata la situazione di stress a cui sono sottoposti i sistemi sanitari. La decisione di ospedalizzare un paziente piuttosto che cercare di trattarlo a domicilio è soggetta ad un grande margine di discrezionalità e non è detto che i criteri adottati siano sempre gli stessi. Quanto ai decessi, c'è sempre la ben nota questione di capire se il Coronavirus sia stata la causa determinante dl decesso. Solo alla fine dell'epidemia si potranno ottenere dati più affidabili confrontando la mortalità di questi mesi rispetto a quella che si era verificata negli stessi mesi degli anni più recenti (dopo averla depurata dai decessi dovuti agli incidenti del traffico che probabilmente diminuiranno durante questo periodo di quarantena).

Con queste premesse, osserviamo i dati del Trentino confrontati con quelli del Veneto. I dati trentini sono quelli comunicati dalla locale APSS, mentre per quanto riguarda il Veneto facciamo riferimento ai dati distribuiti dalla Protezione civile nazionale. Tra le due serie di dati ci potrebbe essere una sfasatura temporale dovuta al diverso momento della giornata in cui sono aggiornati. Tale disallineamento può corrispondere al massimo ad un giorno e non è tale da cambiare in modo significativo i risultati del confronto.


I colori rosso e verde si riferiscono rispettivamente al Veneto ed al Trentino. Le linee continue sono quelle relative ai ricoveri. Per semplicità mostriamo la somma dei ricoveri, senza separare i ricoveri in terapia intensiva. Per il Veneto, dove la statistica è più ampia, si può dire che, con ragionevole confidenza, circa il 20% dei ricoverati si trova in terapia intensiva.. La linea nera sovrapposta al dato dei ricoveri veneti è un semplice fit di tipo esponenziale. Le linee tratteggiate sono quelle relative ai decessi. I dati sono normalizzati rispetto alla popolazione e sono riferiti ad un campione di 10.000 abitanti.

Osservando la figura troviamo conferma di quanto già mostrato dai dati dei contagi rilevati. L'epidemia in Trentino è stata evidenziata con un ritardo di circa una settimana rispetto al Veneto, ma è cresciuta ad un ritmo iniziale più sostenuto superando ben presto, anche in numero di densità dei ricoveri, il Veneto. Probabilmente (mia ipotesi, ma non ho dati disaggregati per confermarla) l'andamento trentino è stato dovuto alla presenza di alcuni focolai localizzati in comunità ristrette che sono stati identificati e neutralizzati con un certo ritardo. Negli ultimi giorni la progressione dei ricoveri in Trentino e Veneto sembra proseguire con una tendenza più o meno simile. Il dato veneto è quello più completo da un punto di vista statistico e non mostra ancora alcuna tendenza al raggiungimento del massimo del numero di persone ricoverato. Ricordiamo però che i modelli matematici (vedi post di ieri) ci dicono che questo grafico segue l'andamento dei contagi con una grande ritardo (grossolanamente un mese). Quindi non dobbiamo partire da questo dato per dedurre che le azioni di restringimento della mobilità personale non abbiano ancora prodotto l'effetto desiderato. Potremmo cercare di dire qualcosa di più se disponessimo dei dati relativi ai nuovi ricoveri giornalieri, ma questi dati non sono al momento disponibili a livello pubblico.

Le curve dei decessi sembrano seguire quella dei ricoveri con una riduzione di circa un ordine di grandezza. A mio avviso, i dati dei decessi sono quelli meno affidabili a causa dei problemi già ricordati, anche se paradossalmente sono quelli su cui si concentra la maggiore attenzione dell'opinione pubblica. Complessivamente in Italia fino ad oggi sono stati identificati ufficialmente circa 3.400 decessi legati al Coronavirus. Il numero aumenterà senz'altro, ma se guardiamo al dato aggregato a livello nazionale dobbiamo tenere conto che, in condizioni normali,  mediamente ogni giorno in Italia muoiono circa 1600 persone. Chi ragiona come il premier inglese BoJo potrebbe dedurne che l'epidemia di Coronavirus ha avuto un impatto tutto sommato "trascurabile". 
 
Se però rifacciamo lo stesso confronto per la provincia di Bergamo le differenze tra la mortalità normale e quella registrata durante questo mese di marzo sono macroscopiche (ricordiamo tutti la terribile immagine della colonna di camion dell'Esercito che porta via da Bergamo le bare che ormai avevano occupato tutti gli spazi disponibili). In conclusione, la curva dei decessi viene mostrata solo per completare il quadro informativo, ma senza alcuna pretesa di affidabilità.

giovedì 19 marzo 2020

Aggiornamento distribuzione territoriale in Trentino

Ecco l'aggiornamento dei dati presentati ieri relativamente alla densità di contagi rilevata in Provincia di Trento. Si conferma la presenza di tre aree geografiche, due in prossimità del confine con la Lombardia ed una verso l'Alto Adige dove l'intesità del contagio è più rilevante. La barra verde corrisponde alla situazione di ieri, mentre quella arancione corrisponde al dato odierno. Le crescite più rilevanti in termini percentuali si registrano nei comuni di Borgo Chiese e Canazei. Gli altri focolai identificati nei giorni scorsi sembrano sotto controllo