lunedì 31 maggio 2021

Da domani, primo avvio del green pass europeo

A partire da domani 1 giugno, gli Stati Europei potranno - se sono pronti a farlo - emettere i primi certificati validi per la mobilità Covid-free tra Paesi europei. Le persone dotate del cosiddetto green pass (il vero nome è Digital Green Certificate - DGC) saranno esentate da controlli e quarantene e potranno muoversi liberamente tra i Paesi dell'Unione Europea. La piena operatività del sistema sarà garantita a partire dal 1 luglio, data entro la quale i diversi Stati dovranno uniformarsi alla direttiva emanata dalla Commissione.

Il green pass è valido a partire da due settimane dopo il completamento della vaccinazione, ovvero dopo la seconda dose per i vaccini che prevedono la doppia somministrazione. Per l'unico vaccino monodose (Johnson & Johnson)  la validità decorre due settimane dopo la prima e unica vaccinazione.

Chi ha fatto vaccini non autorizzati dall'EMA dovrebbe essere escluso dalla possibilità di ricevere il green pass, almeno fino a quando l'EMA non ne dovesse autorizzare l'utilizzo.

Per chi ha contratto la Covid-19 basta la somministrazione di una unica dose, anche per i vaccini che normalmente ne prevedono due. Infatti per loro l'effetto del vaccino si va ad aggiungere alla immunizzazione indotta dalla malattia.

Salta quindi la possibilità di fornire il green pass a tutti indiscriminatamente dopo una singola dose vaccinale. La proposta era stata avanzata dall'Italia in concomitanza con la dilatazione dei tempi di somministrazione della seconda dose dei vaccini ad mRNA. Giustamente - a mio avviso - l'Europa ha cassato la proposta, tenendo conto della limitata protezione che la prima dose offre soprattutto rispetto ad alcune varianti virali.

Segnalazione da Lavoce.it: quanti morti avremmo potuto evitare se avessimo attuato la zona rossa a novembre?

Il problema è stato oggetto di numerosi interventi su questo blog e sui mezzi di informazione locale. Durante il picco pandemico dello scorso novembre la Provincia Autonoma di Trento ha nascosto ai suoi cittadini la reale portata del contagio. Le cifre ufficiali dei contagi contenevano solo i dati confermati con il test molecolare, ma è bastato ritardare di una decina di giorni la conferma dei test antigenici per far sparire dalle statistiche ufficiali oltre la metà dei contagi.

Di fronte agli ospedali che si riempivano ci hanno raccontato che "era colpa degli anziani che si esponevano incautamente al contagio" oppure che "in Trentino ci fossero più persone anziane rispetto al resto d'Italia". Tutte bugie, raccontate senza dimostrare alcun rispetto per i cittadini. Per i nostri governanti era motivo d'orgoglio il fatto che "Il Trentino fosse l'unico territorio italiano rimasto sempre in zona gialla", almeno fino a quando il Ministero non si è deciso a considerare i dati veri dei contagi, inclusi quelli dei test antigenici.

Uno studio del prof. Enrico Rettore, pubblicato su Lavoce.it, cerca di quantificare il costo della mancata applicazione della zona rossa durante lo scorso mese di novembre in termini di vite umane. Il confronto viene fatto con le Regioni vicine (Veneto, Lombardia ed Emilia-Romagna). 

Le conclusioni per il Trentino non sono dissimili rispetto a quanto evidenziato dall'analisi della mortalità del mese di dicembre 2020 basata sui dati ISTAT. Le mancate restrizioni dello scorso mese di novembre hanno prodotto in Trentino un costo di vite umane molto rilevante.

Correlazioni e conclusioni sbagliate

Scusate l'autoreferenzialità, ma in questo post parlerò proprio di questo blog

Iniziato per caso all'inizio del marzo 2020, il blog ha ormai raggiunto quasi 250mila visualizzazioni. Con circa 850 post e 1.500 commenti ha descritto l'andamento della pandemia, con i suoi numeri (veri e falsi) ed i numerosi problemi associati all'interpretazione dei dati.

Qui di seguito vi mostro l'andamento temporale delle letture. Si vede una correlazione tra l'andamento dei contagi in Italia ed il numero  delle pagine visualizzate. Anche per questo blog si osserva una "prima ondata" che si è esaurita all'inizio dell'estate 2020 ed un nuovo picco iniziato nell'ottobre 2020. Ma quale è la causa e quale è l'effetto?

Andamento mensile delle visualizzazioni di questo blog

Qualcuno potrebbe essere tentato di dedurre che la lettura di queste pagine possa produrre un aumento dei contagi. Ma sarebbe una lettura sbagliata dei dati sperimentali, simile a tante altre analisi sbagliate che abbiamo letto nel corso di questa pandemia. Probabilmente è vero il contrario: quando salgono i contagi, cresce l'attenzione dell'opinione pubblica verso la pandemia e cresce anche l'interesse per una analisi indipendente dei dati epidemiologici.

Se lo vorrete, potrete quindi tranquillamente continuare a leggere e a commentare i miei post, senza che questo produca alcun effetto sulla circolazione virale.

Colgo l'occasione per ringraziarvi per l'attenzione che avete dedicato a questo blog e per i numerosi commenti e suggerimenti che avete mandato. Un ringraziamento particolare all'affezionato lettore che ha corretto i miei post emendandoli da numerosi errori di battitura, frasi incoerenti o poco leggibili e da qualche errore grammaticale che la mia Maestra avrebbe segnato con la matita blu.


domenica 30 maggio 2021

La risposta della variante indiana agli anticorpi neutralizzanti

Un gruppo di ricercatori dell'Istituto Pasteur di Parigi ha pubblicato un lavoro, ancora sotto forma di pre-print, nel quale viene analizzata la risposta del ceppo virale indiano (ed in particolare della variante B.1.617.2, quella che sembra essere la più contagiosa ed attualmente circola in Inghilterra) agli anticorpi neutralizzanti presenti nel siero di persone guarite o vaccinate. Lo studio ha considerato anche la risposta del virus ad alcuni anticorpi monoclonali proposti per la cura precoce della Covid-19, ma in questo post vorrei soffermarmi sul tema dei vaccini.

L'analisi è stata condotta confrontando la risposta a 4 ceppi virali: D614G, il ceppo pre-variante inglese e quelli relativi alle varianti inglese (B.1.1.7), sudafricana (B.1.351) e indiana (B.1.617.2). Questo tipo di studi va letto ricordando che il grado di protezione rispetto al contagio non dipende linearmente dalla capacità neutralizzante degli anticorpi presenti nel siero. Ciò premesso, ci aspettiamo che - almeno in prima approssimazione - un maggiore livello di capacità neutralizzante corrisponda ad un più elevato grado di protezione.

Il risultato evidenziato dai ricercatori francesi è che la capacità neutralizzante per chi ha già contratto la Covid-19 oppure per chi ha ricevuto due dosi del vaccino Pfizer-BioNTech è da 3 a 6 volte minore rispetto a quella che si misura per la variante inglese. La capacità neutralizzante osservata per la variante indiana è comunque più alta rispetto a quella misurata  per la variante sudafricana (B.1.351).

Per quanto riguarda i vaccinati con una sola dose di AstraZeneca, si osserva una capacità  neutralizzante molto limitata. Lo studio non fornisce dati per chi ha ricevuto entrambe le dosi di AstraZeneca, né per chi ha ricevuto una sola dose di Pfizer-BioNTech.

Alcuni dati sperimentali inclusi nello studio fatto presso l'Istituto Pasteur. Sopra (lettera c) a sinistra be al centro la capacità neutralizzante misurata utilizzando il siero estratto da un campione di persone vaccinate con Pfizer-BioNTech, 8 e 16 settimane dopo la seconda dose. A destra, lo stesso risultato 10 settimane dopo la prima dose di AstraZeneca. In basso (lettera d) percentuale del campione (barre azzurre) che ha dimostrato una capacità neutralizzante superiore rispetto ad una certa soglia definita dagli Autori

I risultati di questo lavoro sembrano andare nella stessa direzione di un primo studio osservazionale che è stato sviluppato recentemente in Inghilterra. La minore risposta agli anticorpi neutralizzanti potrebbe spiegare come mai la variante indiana riesca a contagiare anche un numero significativo di persone che hanno già ricevuto almeno una dose vaccinale.


sabato 29 maggio 2021

Aggiornamento sulla pandemia: la situazione a fine maggio 2021

Per fortuna non c'è nulla di preoccupante da segnalare. Il calo dei ricoveri ospedalieri procede spedito ed ha portato ad un generalizzato miglioramento della situazione sanitaria nazionale. A questo proposito, partirei proprio da un grafico che ho elaborato su dati di provenienza ECDC che ci fa vedere l'andamento dei nuovi ricoveri ospedalieri in Italia, Spagna, Francia e Germania. Ho aggiunto anche i dati della Gran Bretagna, forniti dalle Autorità sanitarie britanniche

I dati sono raggruppati su base settimanale, normalizzati rispetto ad un campione di 100mila abitanti e si riferiscono alle prime 20 settimane del 2021 (in pratica, fino allo scorso 23 maggio):

Nuovi ricoveri nei reparti Covid in 5 Paesi europei durante la prima parte del 2021. Elaborato su dati distribuiti da ECDC e dalle Autorità sanitarie britanniche
 

Come si vede, tutti i Paesi mostrano un rapido declino dei nuovi ricoveri, un po' meno marcato in Francia. Nel corso di questa prima parte del 2021 la dinamica dei ricoveri ospedalieri è stata abbastanza simile in Italia e Francia. 

La Gran Bretagna ha mostrato, ad inizio 2021, il picco più alto di ricoveri legato alla rapida diffusione della variante inglese. Da metà febbraio in poi si osserva un rapido declino associato alla diffusione dei vaccini. Nelle ultime settimane c'è stata una stabilizzazione dei casi. La situazione è seguita con grande attenzione dalle Autorità sanitarie britanniche, preoccupate per la diffusione della variante indiana.

Il dato spagnolo è stato decisamente più critico all'inizio dell'anno, probabilmente a causa del fatto che la variante inglese si è propagata nella Penisola Iberica prima di quanto non sia successo nel resto d'Europa. Il numero complessivo dei ricoveri avvenuti durante questi primi mesi del 2021 (in pratica l'area sottesa sotto le curve) è stato più o meno simile in Italia, Francia, Spagna e Gran Bretagna (parliamo di circa 250 ricoveri per ogni 100mila abitanti).

Per la Germania (linea blu) l'andamento dei ricoveri è decisamente migliore rispetto agli altri grandi Paesi europei. Il numero complessivo di ricoveri avvenuti durante questi primi mesi del 2021 si attesta intorno ai 100 casi per ogni 100mila abitanti, meno della metà dei ricoveri avvenuti in Francia, Spagna, Italia o Gran Bretagna.

Spesso si sente ripetere che la letalità della Covid-19 registrata in Germania sia stata significativamente minore rispetto ad altri grandi Paesi europei e che ciò sia dovuto ad una maggiore disponibilità di posti letto per i malati di Covid. Guardando al dato dei ricoveri, non sembra che il numero di posti letto disponibili abbia giocato un ruolo così rilevante, visto che in ospedale i tedeschi ci sono finiti molto meno rispetto ai cittadini di altri Paesi europei. Io non ho spiegazioni per questo dato, ma ritengo che dovrebbe essere attentamente valutato dagli esperti di salute pubblica.

Tornando all'Italia, meno ricoveri significa anche meno posti letto complessivamente occupati. Il dato settimanale è ottimo e rappresenta la discesa percentualmente più grande osservata nel 2021:

Variazione percentuale dei posti letto Covid occupati negli ospedali italiani (somma di tutti i reparti, incluse le terapie intensive)

Anche il dato nazionale sulle nuove entrate nei reparti Covid di terapia intensiva (linea  nera nella figura sottostante) mostra un calo continuo e confortante:

Nuove entrate settimanali nei reparti Covid di terapia intensiva normalizzate per 100mila abitanti in Italia (linea nera), Trentino (linea rossa), Alto Adige (linea verde) e Veneto (linea azzurra).

Il dato nazionale si attesta intorno a 0,5 nuovi ricoveri in terapia intensiva per ogni 100mila abitanti. Anche i decessi calano, ma molto più lentamente. Attualmente siamo attestati su un valore medio pari a circa 0,2 decessi giornalieri per ogni 100mila abitanti, grosso modo 10 volte i decessi che si registrano a causa degli incidenti stradali. Ancora decisamente troppi per poter dire di "essere tornati alla normalità" anche se ormai l'opinione pubblica sembra essersi assuefatta all'idea e guarda a questi numeri con scarsa attenzione:

Andamento dei decessi Covid giornalieri in Italia da inizio novembre 2020 fino ad oggi. Il dato è normalizzato rispetto ad un campione di 100 mila abitanti. La linea rossa è una media a 7 giorni.

Osservando i dati dell'Istituto Superiore di Sanità si nota una riduzione dell'età media dei decessi. Si tratta con ogni probabilità dell'effetto dei vaccini che hanno coperto maggiormente le persone più anziane, lasciando scoperta una fetta importante di persone 70-enni o anche più giovani. 

Probabilmente è in atto anche un allungamento del tempo mediano che intercorre tra il momento del contagio e l'eventuale decesso. Se volessimo abbellire le statistiche, basterebbe fare come gli inglesi che considerano come "decesso Covid" solo i casi di coloro che muoiono entro 4 settimane dal momento del contagio. In questo modo molti casi "lungo-degenti" spariscono dalle statistiche e la differenza può essere notevole, soprattutto in un momento di coda pandemica come quello attuale. Vorrei tuttavia sottolineare che il criterio inglese produce solo un artificioso miglioramento delle statistiche, ma purtroppo anche in Inghilterra non mancano i casi di coloro che muoiono anche 2 o 3 mesi dopo aver contratto la Covid-19. I dati dei decessi italiani vanno quindi letti per quello che sono: indicano un progressivo miglioramento, ma includono anche un numero consistente di casi che purtroppo si trascinano da molte settimane e sono stati generati da contagi avvenuti vicino al momento dell'ultimo picco pandemico. 

Un lettore (che ringrazio per i suoi preziosi commenti  e suggerimenti) mi ha fatto notare che un anno fa, al termine della prima ondata, la discesa dei decessi era avvenuta più rapidamente. Va detto che l'anno scorso uscivamo da un lungo e rigido lockdown che aveva drasticamente interrotto le relazioni sociali ed i contagi. Nel 2021 non si è mai fatto nulla di simile ed i contagi sono calati molto più lentamente di quanto non sia avvenuto un anno fa (parlo ovviamente di contagi reali  e non di quelli rilevati ufficialmente che dipendono dal numero dei tamponi fatti e dalle tecniche di tracciamento adottate). Purtroppo, se i contagi calano più lentamente, ci aspettiamo di vedere un analogo andamento, sia pure spostato nel tempo, anche per i decessi.

Quanto ai contagi attuali, l'ultima settimana è stata la prima da molti mesi durante la quale non sono mai stati superati i 5mila contagi giornalieri. Si tratta di una soglia operativa, non solo psicologica. Da un punto di vista tecnico questo è il livello sotto il quale diventa possibile attivare efficaci politiche di tracciamento

Dubito seriamente che le Autorità sanitarie regionali mostreranno un reale impegno per riattivare i tracciamenti. Il primo effetto di un efficace tracciamento sarebbe quello di produrre un momentaneo aumento dei contagi (magari asintomatici) che rischierebbero di far superare, a livello regionale, la soglia dei 50 contagi settimanali per ogni 100mila abitanti. Il rischio sarebbe quello di far saltare l'agognata "zona bianca". Meglio voltarsi dall'altra parte, sperando che i vaccini e la buona stagione facciano migliorare la situazione. Sperando anche che la variante indiana non arrivi a sparigliare le carte.

Nuovi contagi (dato nazionale)






La fake news del Trentino che avrebbe ricevuto meno vaccini delle altre Regioni

Il Trentino continua a slittare verso il basso nella classifica del numero di dosi vaccinali somministrate per abitante. L'ultimo dato tratto da Lab24 lo vedete qui sotto:

Dosi somministrate per ogni 100mila abitanti. Il Trentino (segnato in rosso) si trova saldamente nel fondo della classifica nazionale e ormai supera solo la Sicilia. Aggiornato al 28 maggio 2021. Tratto da Lab24

La situazione è peggiorata costantemente nel corso delle ultime settimane, in concomitanza con il fatto che il Trentino - per motivi organizzativi - ha dovuto ridurre drasticamente il numero di prime dosi e deve tenere bloccati in frigorifero i vaccini necessari per somministrare la seconda dose ai vaccinati con mRNA che si avvicinano alla scadenza dei 42 giorni. Questo "stop & go" ha prodotto un rallentamento che ha tenuto il Trentino molto lontano dall'obiettivo delle 4.500 dosi giornaliere fissato dal gen. Figliuolo:

Vaccinazioni fatte in Trentino durante il mese di maggio. La linea rossa rappresenta l'obiettivo di 4.500 dosi giornaliere. Il dato relativo all'ultimo giorno (29 maggio) potrebbe essere incompleto. Tratto da Lab24
 

Di fronte a questa situazione la nostra ineffabile Assessora alla Salute "non è mai colpa mia", ha pensato bene di attribuire la colpa a Roma che non avrebbe mandato abbastanza vaccini al Trentino

Sono andato a vedere i numeri per verificare quale fosse esattamente la situazione. Al fine di valutare quale fosse il flusso vaccinale atteso ho adottato due criteri di suddivisione diversi:

  1. Il criterio più semplice basato sulla distribuzione legata al numero di abitanti (tutti, inclusi i giovani che non devono ricevere il vaccino).
  2. Un criterio che tenga conto del fatto che, fino a questo momento, la priorità è stata quella di vaccinare le persone di età superiore ai 65 anni. Nel conto andrebbero messe anche le persone più giovani appartenenti alle cosiddette categorie fragili, ma cambia poco. Questo secondo criterio avvantaggerebbe le Regioni più "anziane" (Liguria e Friuli Venezia Giulia) a scapito di quelle più giovani (Campania, Alto Adige). Il Trentino ha una popolazione più giovane rispetto alla media nazionale e quindi, secondo questo criterio, riceverebbe meno vaccini rispetto a quelli calcolati con il criterio precedente.

I risultati di questo calcolo per il Trentino ed altre Regioni/PPAA italiane è mostrato nella figura seguente. Si noti che la scala verticale è di tipo logaritmico in modo da evidenziare le differenze esistenti per territori di diverse dimensioni:

Confronto tra la percentuale dei vaccini distribuiti in Italia ricevuti da alcune Regioni/PPAA (colonne azzurre) e la percentuale di vaccini attesi, calcolati secondo i criteri illustrati precedentemente (colonne verdi e rosse). Elaborato su dati Lab24 aggiornati al 28 maggio 2021          

La figura seguente ci mostra la situazione in maggiore dettaglio. Per ciascuna Regione/PPAA è stata calcolata la differenza percentuale tra il numero di dosi effettivamente ricevute (dato al 28 maggio) e quelle che sarebbero dovute arrivate se fossero stati rigorosamente applicati uno dei 2 criteri che ho elencato sopra. Il risultato 0% corrisponde alla corrispondenza perfetta tra dosi ricevute e dosi attese. Va ricordato comunque che i lotti vacccinali non vengono distribuiti ogni giorno secondo criteri rigidi anche perché tecnicamente non avrebbe senso dividere tutte le forniture tra tutte le Regioni/PPAA. Vengono ovviamente applicate delle compensazioni, ma fluttuazioni pari al +/- 2% sono del tutto fisiologiche. 

Differenza percentuale tra le dosi ricevute e quelle attese in base ai 2 diversi criteri di distribuzione

Vediamo subito che non è vero che il Trentino sia stato penalizzato nella distribuzione dei vaccini. Il Trentino ha ricevuto una quota di vaccini lievemente inferiore rispetto a quella attesa in base alla popolazione (barra rossa a sinistra) e leggermente superiore rispetto a quello che gli sarebbe spettata se la distribuzione dei vaccini fosse stata parametrizzata rispetto alla presenza di persone di età 65+ (barra verde a destra).

In generale si nota come il criterio adottato a livello nazionale abbia tenuto principalmente conto del numero complessivo di abitanti (barre rosse), sia pure con alcune eccezioni. L'unica Regione - tra quelle considerate nel grafico - che potrebbe lamentarsi è la Sicilia che ha effettivamente ricevuto molte meno dosi rispetto al numero di abitanti. L'Alto Adige, la Liguria ed il Friuli V.G. hanno ricevuto un numero di vaccini maggiore rispetto a quello atteso in base al numero di abitanti, ma  - come vedremo qui di seguito - nel caso di Liguria e Friuli V.G. l'aumento è ampiamente giustificato considerando la forte percentuale di popolazione over 65.

Se analizziamo le barre di colore verde (criterio di somministrazione che tiene conto della distribuzione d'età degli abitanti) vediamo che Alto-Adige e la Campania hanno ricevuto un numero di vaccini largamente superiore rispetto a quello proporzionale alla popolazione 65+. In pratica Alto Adige e Campania si sono trovati a disposizione più vaccini di quelli strettamente necessari per vaccinare prioritariamente gli anziani e quindi hanno potuto coinvolgere maggiormente la popolazione più giovane e fare anche operazioni di grande impatto mediatico (tipo isole "Covid-free"). La situazione opposta si registra in Liguria e Friuli V. G.: malgrado abbiano ricevuto più dosi rispetto a quelli attese in base al numero di abitanti, non ne hanno ricevute abbastanza per gestire al meglio la campagna vaccinale dei loro numerosi cittadini anziani.

Quanto al Trentino, qualsiasi criterio si voglia utilizzare, le dosi ricevute sono più o meno in linea con il dovuto. Il Trentino non è stato né penalizzato, né favorito rispetto alla media nazionale.  

Invece  di attribuire colpe inesistenti allo Stato centrale, il Trentino dovrebbe migliorare le sue capacità organizzative nella somministrazione dei vaccini, evitare scelte improvvisate e coinvolgere maggiormente tutte le forze disponibili, a cominciare dai medici di base.


giovedì 27 maggio 2021

La variante indiana si propaga in Inghilterra

Durante una seguitissima conferenza stampa, oggi pomeriggio il Ministro Matt Hancock ha fatto il punto sulla propagazione della variante indiana in Inghilterra. A livello complessivo, durante gli ultimi due giorni è stata superata la soglia di 3.000 nuovi contagi, un valore che non si vedeva da metà aprile, mentre il numero di casi attribuito alla variante indiana è raddoppiato nell'arco dell'ultima settimana.

Una frazione tra il 50% ed il 75% degli esami genetici fatti nel corso dell'ultima settimana ha evidenziato la presenza della variante indiana (ed in particolare del ceppo B.1.617.2). Il dato potrebbe essere influenzato dal fatto che la maggior parte degli esami genetici è stata eseguita nella città di Bolton ed in altri distretti dove è stata registrata la presenza più alta della variante indiana.

Secondo gli ultimi dati disponibili, la grande maggioranza delle persone infette dalla variante indiana non è vaccinata. Su 5.599 casi della variante individuate tramite analisi genetica dall'inizio di febbraio fino ad oggi, 3.367 persone infette non erano state vaccinate, 2.055 avevano ricevuto una sola dose vaccinale e 177 erano state completamente vaccinate con entrambe le dosi.  

Gli individui non vaccinati hanno rappresentato 29 dei 43 ricoveri ospedalieri e le rimanenti 14 persone avevano ricevuto almeno una dose vaccinale. Il dato è particolarmente significativo tenuto conto dell'alto livello di vaccinazioni effettuate in Inghilterra (36% della popolazione completamente vaccinata e 57% con almeno una dose) e soprattutto del fatto che una larga frazione delle persone più anziane e fragili sono state vaccinate.

Tra i decessi (che - lo ricordo - secondo l'originale criterio adottato dalle Autorità sanitarie inglesi comprendono solo coloro che muoiono entro 4 settimane dalla data di contagio), 8 erano non vaccinati, 3 avevano ricevuto una sola dose ed 1 aveva completato la vaccinazione. Non sono noti i dati relativi ai ricoveri ed ai decessi delle persone vaccinate, disaggregati in base al tipo di vaccino.

I numeri relativi a ricoveri e decessi sono piccoli in assoluto, ma - lo ricordo - si riferiscono ai soli circa 5.500 contagi per i quali è stata rilevata la presenza della variante indiana. I numeri reali potrebbero essere molti di più perché la genotipizzazione del virus non viene fatta per tutti coloro che vengono ricoverati o muoiono. Pur con tale incertezza, i dati confermano che la vaccinazione - soprattutto con una singola dose - non fornisce una copertura assoluta né dal ricovero, né dal decesso. Questa considerazione è importante perché molte volte abbiamo sentito alcuni supposti "esperti" ripetere che "una sola dose vaccinale copre al 100% dalle forme gravi e dai decessi".

In questo momento il Governo sta seriamente valutando se sia il caso di confermare la data del prossimo 21 giugno come termine per l'abolizione di tutte le (ormai ridotte) forme di distanziamento sociale che sono ancora presenti sul territorio inglese. Molto dipenderà dall'andamento delle prossime settimane. In pratica, bisognerà valutare se l'aumento dei contagi sarà quello che era stato comunque preventivato circa un mese fa a causa dell'allentamento delle misure di distanziamento sociale oppure se la variante indiana (più contagiosa rispetto a quella inglese) provocherà un incremento significativamente più alto. In tal caso, potrebbe essere necessario rimodulare il calendario delle aperture, prevedendo - soprattutto nelle zone dove ci sono i focolai più consistenti - l'attuazione di nuove restrizioni.


mercoledì 26 maggio 2021

La circolazione di nuove varianti virali in Italia

L’Istituto Superiore di Sanità ha rilasciato un rapporto sulla circolazione delle nuove varianti virali di SARS-CoV-2 in Italia, basato sui dati raccolti tra la fine dello scorso mese di dicembre ed il 19 maggio. D'ora in avanti, il rapporto dovrebbe essere aggiornato due volte al mese.
 
Il rapporto appena pubblicato evidenzia che, complessivamente, sono state fatte circa 23.000 caratterizzazioni tramite analisi genetica (genotipizzazioni), molto poche rispetto agli oltre 2 milioni di nuovi contagi segnalati nello stesso periodo.

La carenza di indagini genetiche è uno dei punti di debolezza del sistema di contrasto alla pandemia italiano che insegue l’emergenza, invece di cercare di prevenirla
 
Oltre il 70% degli esami genetici ha identificato la presenza della variante inglese (1.1.1.7) che attualmente è senz’altro quella dominante, anche se è stata trovata una percentuale significativa (6 % come media nazionale con picchi fino al 18% in alcune Regioni/PPAA) di casi attribuibili alla variante brasiliana (P.1). Seguono, con percentuali intorno all’1% dei casi, la variante nigeriana (B.1.525) e quella sudafricana (B.1.351). Oltre la metà dei casi di variante nigeriana sono stati importati dall’estero.

La figura seguente mostra la distribuzione delle mappature genetiche eseguite dalle diverse Regioni/PPAA. Si vede una forte disomogeneità: Alto Adige, Abruzzo e Sardegna sono gli unici territori che hanno eseguito una percentuale di genotipizzazioni superiore al 4% dei casi.

Percentuale di genotipizzazioni dei nuovi contagi fatte nelle Regioni/PPAA italiane. Tratto dal Rapporto ISS

La figura seguente mostra la percentuale delle varianti inglese e brasiliana, distribuita a livello regionale. La mappa a sinistra si riferisce alla variante inglese, mentre quella a destra corrisponde alla variante brasiliana. 
Prevalenza della variante inglese e della variante brasiliana nelle Regioni/PPAA italiane. Tratto dal Rapporto ISS
 
Al momento, i casi ufficialmente segnalati della cosiddetta variante indiana sono ancora molto pochi (solo 5). Il numero è probabilmente largamente sottostimato e potrebbe essere aggiornato a breve grazie ad una nuova indagine che l’ISS sta completando proprio in questi giorni.

Come commento generale si può dire che:
  1. Grazie alla maggiore contagiosità, la variante inglese è rimasta, almeno fino ad oggi, la variante dominante. Fortunatamente questa variante viene contrastata molto efficacemente dagli attuali vaccini.
  2. Varianti particolarmente pericolose come la variante brasiliana (particolarmente resistente agli attuali vaccini) non sono riuscite a diventare dominanti a causa della loro contagiosità tutto sommato limitata e delle azioni di limitazione mirate condotte in alcuni focolai (ad esempio, in Alto Adige ed in alcune zone del Centro Italia).
  3. La presenza della variante indiana è ancora del tutto sporadica. I contatti diretti con l’India e quelli con la Gran Bretagna espongono l’Italia ad un serio rischio di propagazione di tale variante, analogamente a quanto sta accadendo in Inghilterra. Le Autorità sanitarie italiane non sembrano particolarmente attive nelle attività di prevenzione e sembrano ferme in attesa di vedere cosa succederà in futuro. Una maggiore vigilanza sarebbe – a mio avviso – raccomandabile.
  4. Il sistema consortile che avrebbe dovuto dare slancio alle attività di mappatura genetica del virus in Italia non sembra aver prodotto – almeno fino ad oggi – risultati di particolare rilievo. Esistono fortissime disomogeneità nell’attività di mappatura fatta a livello territoriale che potrebbero causare significativi ritardi nella identificazione di nuove varianti genetiche. Questo è un punto di debolezza del sistema di prevenzione italiano su cui è stato fatto ancora troppo poco.

 

Super-diffusori: sono solo il 2% dei contagiati, ma giocano un ruolo fondamentale nella diffusione del contagio

Uno studio svolto svolto presso l'Università di Boulder (Colorado, USA) - attualmente disponibile sotto forma di pre-print - rilancia l'idea dell'esistenza dei cosiddetti "super-diffusori", ovvero del fatto che una esigua minoranza delle persone attualmente positive sia effettivamente responsabile della maggior parte dei contagi. L'idea non è nuova ed è stata al centro del dibattito scientifico fin dall'inizio della pandemia.

I dati analizzati in questo nuovo lavoro provengono dai controlli sugli studenti ospiti delle residenze universitarie. I dati risalgono alla fine del 2020 quando, per motivi di sicurezza, ogni studente veniva sottoposto al prelievo di un campione salivare con cadenza settimanale. Complessivamente sono stati analizzati oltre 70mila campioni, di cui quasi 1.500 risultati positivi all'analisi PCR. Tutti i casi positivi risultavano asintomatici al momento del prelievo (ma il lavoro non specifica quanti di loro abbiano eventualmente sviluppato sintomi dopo la data in cui è stato effettuato il tampone).

Dopo aver determinato la distribuzione della carica virale dei casi positivi è stato fatto un confronto con la carica virale riscontrato in una analogo gruppo di pazienti che avevano dovuto ricorrere alla ospedalizzazione. Le due distribuzioni sono molto simili come si vede nella figura seguente:

Confronto tra la distribuzione della carica virale trovata tra gli studenti asintomatici (barre azzurre) e quella trovata in un campione di persone ospedalizzate (barre rosse). Si noti che la scala orizzontale (carica virale) è logaritmica. Tratto da MedRxiv

Analizzando i dati degli studenti asintomatici si nota che circa il 2% di loro porta con sé il 90% della carica virale complessiva. Un dato analogo si osserva per le persone sintomatiche ospedalizzate. Questa osservazione suggerisce che ci possano essere i cosiddetti "super-diffusori" ovvero persone che, da sole, possono potenzialmente infettarne molte altre a causa della loro elevatissima carica virale. Il punto fondamentale è che chi manifesta sintomi gravi non è necessariamente più contagioso di una persona asintomatica (o pre-sintomatica).

Il lavoro citato in questo post non è ancora stato sottoposto al giudizio dei referee e quindi potrebbe essere soggetto a modifiche prima dell'eventuale pubblicazione. I dati relativi alle persone asintomatiche corrispondono ad un campione abbastanza esteso e sono stati raccolti utilizzando una metodologia omogenea e con una cadenza temporale costante. È invece più difficile valutare la consistenza statistica del campione di persone ospedalizzate. Uno dei problemi classici di questi studi di tipo osservazionale è proprio legato alla scelta delle persone da includere nelle statistiche. Ci sono sempre ampi margini di arbitrarietà che possono andare ad incidere sulla qualità dei risultati finali.

Un pregio di questo lavoro - a mio avviso rilevante - è legato al fatto che analizza casi solo asintomatici (almeno fino al momento dell'esecuzione del tampone). Ciò è stato reso possibile dal fatto che sia stato fatto un grande numero di tamponi con cadenza ravvicinata, su un campione ben definito di persone. La letteratura scientifica contiene ormai moltissimi studi relativi ai contagiati sintomatici, mentre i dati relativi ai casi asintomatici sono ancora molto pochi. Ciò ha dato spazio alla credenza che i positivi asintomatici siano anche poco contagiosi. In realtà, ci sono anche gli asintomatici con alta carica virale. Un super-diffusore asintomatico è potenzialmente molto pericoloso e, in condizioni normali, è molto difficile da individuare

Un ulteriore sviluppo di questo studio potrebbe aiutarci a capire meglio cosa succede dopo la vaccinazione. La domanda a cui manca ancora una risposta è se i vaccini siano sterilizzanti, ovvero se impediscano di contrarre l'infezione anche in forma completamente asintomatica. L'utilizzo dei comodi tamponi salivari, applicati ad una comunità abbastanza ampia, ma ben definita come quella degli studenti di un campus universitario, potrebbe aiutarci a capire quanti siano gli eventuali contagi asintomatici tra le persone vaccinate e quale sia la distribuzione della loro carica virale.



martedì 25 maggio 2021

La fornitura di vaccini per l'Europa raggiungerà il miliardo di dosi entro la fine del prossimo mese di settembre

Secondo quanto comunicato poco fa dall'Agenzia Reuters, l'Unione Europea ha elaborato un documento - non ancora diffuso ufficialmente - secondo il quale le attuali previsioni di fornitura dei vaccini corrispondono complessivamente ad oltre un miliardo di dosi vaccinali entro la fine del prossimo mese di settembre. Durante il primo trimestre 2021, l'Europa aveva ricevuto 106 milioni di dosi vaccinali. Le dosi aumenteranno a 413 milioni durante il trimestre in corso e saliranno ulteriormente (529 milioni) durante il terzo trimestre.

Le previsioni riguardano esclusivamente i farmaci che sono già stati autorizzati dall'EMA, incluso AstraZeneca, limitatamente alle forniture ordinate entro fine giugno (l'Unione Europea non ha rinnovato il contratto ad AstraZeneca dopo il 30 giugno). Non sono state considerate le forniture di altri vaccini attualmente in fase di valutazione preliminare come il tedesco CureVac o il francese Sanofi.

Entro la fine del 2021, l'Unione Europea riceverà circa 1,5 miliardi di dosi vaccinali, di cui almeno 100 milioni saranno donate a Paesi poveri.

Considerando che gli abitanti dell'Unione Europea sono circa 450 milioni e che le vaccinazioni non sono destinate a bambini e ragazzi sotto i 12 anni, le dosi che arriveranno entro settembre saranno più che sufficienti per soddisfare le richieste di tutti i cittadini europei che vorranno farsi inoculare il vaccino e anche per fare una eventuale terza dose di richiamo a coloro che ne avessero una effettiva necessità. 

Considerando che in tutti i Paesi europei è presente una agguerrita minoranza no-vax, le dosi vaccinali di cui ci sarà effettivo bisogno per completare la campagna vaccinazione di massa iniziata a fine 2020 potrebbero essere meno di 750 milioni. Il vero problema sarà quello di convincere gli indecisi (presenti tra le persone di tutte le età, ma in modo particolare tra i più giovani) e di raggiungere quella consistente frangia di popolazione (soprattutto in avanti con gli anni) che ha avuto finora difficoltà a prenotare la vaccinazione.

La relazione esistente tra anticorpi neutralizzanti e la protezione contro il contagio

Uno dei problemi più dibattuti tra gli esperti che si occupano dei vaccini anti-Covid è quello della relazione esistente tra il livello di anticorpi neutralizzanti generati dalla vaccinazione ed il grado di protezione che il vaccino produce rispetto al contagio. Se tale relazione fosse conosciuta esattamente, si semplificherebbe enormemente lo sviluppo di nuovi vaccini. Infatti basterebbe misurare con un semplice esame del sangue il livello di anticorpi neutralizzanti indotti dalla vaccinazione per conoscere subito il livello di efficacia del vaccino.

Uno studio apparso recentemente su Nature Medicine affronta questo tema, confrontando i dati relativi a 7 diversi vaccini con quelli delle persone che sono guarite dalla Covid-19. In generale, i vaccini che hanno generato le risposte anticorpali neutralizzanti più forti, come i vaccini a base di mRNA prodotti da Moderna e Pfizer – BioNTech, sono stati i più protettivi. I vaccini che hanno indotto una risposta più debole, ad esempio Oxford-AstraZeneca, hanno fornito livelli di protezione inferiori. 
 
Il dato più importante evidenziato da questo lavoro è che la relazione esistente tra anticorpi neutralizzanti e grado di protezione non è lineare. Ad esempio, il vaccino CoronaVac prodotto dalla cinese Sinovac (il meno efficace tra i vaccini considerati in questo studio) raggiunge un'efficacia del 50% anche se induce livelli di anticorpi neutralizzanti inferiori dell'80% rispetto a quelli riscontrati, in media, in una persona che è guarita dalla Covid-19.

I risultati di questo lavoro aiutano a spiegare perché, nonostante gli studi dimostrino che alcune varianti del coronavirus SARS-CoV-2 riducano sensibilmente la capacità degli anticorpi neutralizzanti di bloccare l'infezione, la maggioranza degli attuali vaccini funziona ancora abbastanza bene con tutte le nuove varianti fin qui trovate. Secondo gli Autori il livello di anticorpi neutralizzanti necessari per poter avere un certo grado di protezione (almeno rispetto alle forme più gravi di contagio) è probabilmente inferiore rispetto a quanto non si pensasse all'inizio della pandemia.

 

Livello di protezione (asse verticale, su scala lineare) in funzione del livello medio di anticorpi neutralizzanti (asse orizzontale, su scala logaritmica). Tratto da Nature Medicine

Poiché il livello di anticorpi neutralizzanti tende a scendere con il passare del tempo, questo studio - pur non essendo risolutivo - può aiutarci a capire quanto potrebbe durare l'effetto protettivo indotto dai vaccini.


Dopo i cani da tartufo avremo i cani da Covid?

In uno studio pubblicato su Plos One, i ricercatori della Scuola di Veterinaria dell'Università della Pensilvania hanno dimostrato che i cani, se adeguatamente addestrati, sono in grado di riconoscere le persone contagiate dal virus SARS-CoV-2 con elevatissima sensibilità. 

Che il fiuto dei cani sia straordinario lo sappiamo da sempre. Non a caso i cani sono correntemente utilizzati in aeroporti, stazioni ed altri luoghi pubblici per individuare i corrieri della droga. Altre applicazioni sono state sviluppate in campo medico, per non parlare dei cani che vengono addestrati per ricercare i preziosi tartufi.

Anche nel caso della Covid-19 erano stati fatti numerosi tentativi (anche nel vicino Alto Adige), ma quello che è stato pubblicato ora è il primo studio sistematico sull'argomento. Il Centro dove è stata condotta la ricerca ha anni di esperienza nella formazione di cani per il rilevamento medico, compresi quelli in grado di identificare il cancro alle ovaie. Quando è arrivata la pandemia, i ricercatori della Scuola di Veterinaria dell'Università della Pensilvania hanno sfruttato le competenze acquisite per progettare uno studio sul rilevamento del Coronavirus. Lo studio è stato condotto su un campione di 9 cani (8 Golden retriever e un Malinois belga).

Il prossimo passo sarà quello di impiegare i cani per effettuare il cosiddetto "test della maglietta"  in cui i cani vengono addestrati a discriminare gli odori di individui COVID-positivi, negativi e vaccinati in base ai composti organici volatili che rimangono su una maglietta indossata durante la notte.

Aldilà dell'interesse suscitato da questo studio, va comunque messo in evidenza che il fiuto dei cani ha dei limiti. Infatti, a fronte di pochissimi "falsi negativi", i cani tendono a registrare un numero molto elevato di "falsi positivi". La maggiore difficoltà è quella di distinguere coloro che sono attualmente positivi, rispetto a coloro che sono guariti da poco tempo o sono stati vaccinati. 

 

lunedì 24 maggio 2021

Segnalazione da Nature: funzionamento e limiti delle mascherine

Proprio nel momento in cui si incomincia a discutere della possibile abrogazione dell'obbligo di indossare la mascherina all'aperto, Nature pubblica un interessante lavoro che fa il punto sul ruolo protettivo offerto dalle mascherine:

Yafang Cheng, et al.,  “Face masks effectively limit the probability of SARS-CoV-2 transmission”, Science (2021), DOI: 10.1126/science.abg6296

Durante oltre un anno di pandemia si è molto discusso sull'efficacia delle mascherine e sono stati pubblicati studi talvolta contraddittori. L'articolo apparso su Science mostra che le maschere facciali riducono effettivamente la trasmissione del SARS-CoV-2 e spiega perché la loro efficacia varia a seconda del tipo di ambiente considerato e della concentrazione di virus presente nell'aria. 

Lo studio è stato svolto da un team internazionale guidato da ricercatori del Max Planck Institute for Chemistry di Mainz, in Germania ed ha utilizzato una combinazione di dati osservativi e modelli fisico-matematici. Lo studio mostra in quali condizioni e in che modo le mascherine riducono effettivamente i rischi di infezione e aiutano a mitigare la pandemia. 

Nella maggior parte degli ambienti e delle situazioni, anche le semplici mascherine chirurgiche riducono efficacemente la trasmissione del SARS-CoV-2. In ambienti con concentrazioni di virus potenzialmente elevate come ambienti medici e spazi interni densamente occupati, è necessario utilizzare maschere con maggiore efficienza di filtrazione (FFP2), combinate con altre misure protettive come la ventilazione intensiva e - ove possibile - il distanziamento tra le persone.

 

domenica 23 maggio 2021

Primo studio osservazionale sull'efficacia dei vaccini per la variante indiana

Come anticipato dalla BBC, è uscito - al momento ancora sotto forma di pre-print - il primo studio osservazionale specificamente dedicato al comportamento dei vaccini in presenza della variante indiana. In particolare, lo studio ha analizzato il livello di protezione contro forme di contagio sintomatiche per le due varianti che attualmente circolano in Inghilterra, ovvero la variante inglese e quella indiana.

Lo studio è stato elaborato da Public Health England (PHE) ed è basato sull'analisi dei contagi avvenuti recentemente in Inghilterra. Il lavoro originale lo potete trovare qui

Viene confermato quanto anticipato ieri dal Financial Times ovvero che una sola dose dei vaccini Pfizer-BioNTech e AstraZeneca fornisce, 3 settimane dopo la vaccinazione, una protezione contro la variante indiana che è pari solo al 33%. Il livello di protezione contro la variante inglese è nettamente superiore (51%).

Due settimane dopo la somministrazione della seconda dose, entrambi i vaccini mostrano un sostanziale aumento dell'efficacia. In generale, l'efficacia per la variante indiana è leggermente inferiore rispetto a quella misurata per la variante inglese.

Il livello di copertura fornito dopo la seconda dose del vaccino Pfizer-BioNTech è pari all'88% per la variante indiana, mentre la copertura per la variante inglese è pari al 93%.

La seconda dose del vaccino AstraZeneca porta il livello di copertura contro la variante indiana al  60%, contro il 66% misurato per la variante inglese. 

Dopo la seconda dose, l'efficacia del vaccino Pfizer-BioNTech (88%) è decisamente superiore rispetto al vaccino AstraZeneca (60%). Va notato tuttavia che i dati non sono stati normalizzati per tenere conto della distribuzione d'età delle persone che hanno ricevuto i due diversi tipi di vaccino. Una analisi più dettagliata potrebbe fornire valori finali di efficacia diversi rispetto a quelli inclusi in questo studio preliminare.

L'informazione essenziale è comunque quella relativa alla bassa protezione offerta da una singola dose vaccinale. Gli Autori concludono: 

"Our findings would support maximising vaccine uptake with two doses among vulnerable groups in the context of circulation of B.1.617.2 (i nostri studi suggeriscono che la circolazione della variante indiana debba spingerci a massimizzare la somministrazione delle due dosi vaccinali ai gruppi di persone più vulnerabili)". 

Il concetto è stato ribadito dal Segretario alla Sanità inglese Matt Hancock che ha dichiarato: "Ricevere entrambe le dosi del vaccino è assolutamente vitale".

La lenta campagna vaccinale del Trentino

Anche se i comunicati dell’Ufficio Stampa provinciale non mancano di sottolineare l’eccellenza solo proclamata della campagna vaccinale trentina, i dati oggettivi ci mostrano una realtà meno rosea. Il numero di dosi di vaccino somministrate in Trentino in rapporto al numero di abitanti è ormai da molte settimane uno dei più bassi d’Italia. Nell’ultima settimana anche la Campania ci ha superato ed il Trentino si trova in coda alla classifica nazionale, seguito solo da Sardegna, Calabria e Sicilia.

A destra, le dosi somministrate per ogni 100 mila abitanti (dati aggiornati al 23 maggio). Il Trentino (evidenziato in rosso) si trova nelle ultime posizioni a livello nazionale. Per confronto ho sottolineato in verde il dato della Lombardia che, all'inizio della campagna vaccinale aveva registrato serie difficoltà, superate anche grazie ai cambi intervenuti tra i vertici politici e tecnici della sanità lombarda. Tratto da Lab24

Aldilà del risultato complessivo che dipende anche dal fatto che il numero di vaccini è stato distribuito alle Regioni/PPAA tenendo conto della distribuzione d'età della popolazione (questo criterio non favorisce le Regioni/PPAA mediamente più "giovani" come il Trentino) il dato che desta maggiore allarme è legato ai forti rallentamenti registrati dalle vaccinazioni effettuate in Trentino durante le ultime due settimane. Il valore medio giornaliero si è fermato a circa 3.500 dosi, piuttosto lontano dall’obiettivo di 4.500 vaccinazioni fissato dal gen. Figliuolo:

Vaccini somministrati giornalmente in Trentino. La linea rossa indica l'obiettivo di 4.500 dosi giornaliere assegnato al Trentino dal gen. Figliuolo. Tratto da Lab24

Varie motivazioni possono essere considerate per spiegare la performance non esaltante del Trentino. Non si tratta certamente di un problema legato alla fornitura dei vaccini perché i vaccini ci sono e rimangono nei frigoriferi. E non si tratta neppure di una carenza di “vocazioni vaccinali” perché – contrariamente a quanto fatto da molte altre Regioni/PPAA – il Trentino non ha ancora aperto le prenotazioni alla platea delle persone con meno di 50 anni dovendo ancora soddisfare le richieste pervenute dai cittadini over-50.

Probabilmente il rallentamento fatto registrare dal Trentino nel corso delle ultime due settimane è stato in qualche modo legato alla “fuga in avanti” fatta a metà aprile fa quando il Trentino ha deciso di ritardare a 42 giorni la somministrazione della seconda dose dei vaccini ad mRNA. Adesso, trascorse le fatidiche 6 settimane, è in arrivo la massa dei vaccinati con una sola dose a cui va somministrata - senza possibilità di ulteriori ritardi - la seconda dose. E quindi bisogna tenere le dosi necessarie in frigorifero per non generare problemi in caso di eventuali ritardi nelle future forniture.
 
La decisione di spostare la seconda dose dei vaccini ad mRNA fino all'ultimo giorno possibile è stata da me criticata in precedenti post perché ritengo che non sia stata sufficientemente meditata e che sia basata su assunti scientificamente discutibili. In pratica, il ritardo nella somministrazione delle seconde dosi è scattato immediatamente per tutti, anche per le persone più anziane e fragili. Ci è stato raccontato che questa operazione serviva a garantire una copertura, sia pure parziale, al maggior numero di persone possibile. Peccato che chi ha programmato le vaccinazioni si è dimenticato di considerare che rimandare la seconda dose di una persona vulnerabile non è una buona idea, a meno che le dosi vaccinali siano suddivise tra persone che corrono lo stesso livello di rischio.

Qui sotto potete vedere due grafici che illustrano bene la situazione attuale. Il Trentino è il fanalino di coda per la somministrazione del ciclo completo di vaccinazione ai settantenni, senza che questo abbia comportato una sostanziale accelerazione nella somministrazione della prima dose. 
 
Somministrazione del vaccino ai cittadini di età compresa tra 70 e 79 anni nelle diverse Regioni/PPAA italiane. Il dato del Trentino è evidenziato in rosso, in verde quello della Lombardia. Tratto da Lab24 
Confronto tra la vaccinazioni fatte fino al 23 maggio in Lombardia (barre verdi) ed in Trentino (barre rosse) per alcune classi d'età. Le barre piene corrispondono alla somministrazione della prima dose, mentre le barre tratteggiate corrispondono alle vaccinazioni complete. Elaborato su dati Lab24

Il confronto tra i dati del Trentino (barre rosse) e quelli della Lombardia (barre verdi) evidenziano come il livello di somministrazione delle prime dosi (barre piene) alle persone di età superiore ai 60 anni sia stato molto simile.  Per la classe d'età 50-59 anni si nota invece che la somministrazione della prima dose è stata decisamente più alta in Trentino. 

Per quanto riguarda la seconda dose (barre tratteggiate), i dati del Trentino sono decisamente inferiori rispetto alla Lombardia, specialmente per le classi d'età comprese tra i 60 ed i 79 anni. In pratica in Trentino si è scelto di ritardare la somministrazione della seconda dose alle persone più anziane (e decisamente più a rischio) per anticipare la somministrazione della vaccinazione ai cinquantenni.
 
A mio parere, l'approccio fin qui seguito dalla Lombardia è stato più razionale. E pensare che la Lombardia era stata pesantemente criticata per i ritardi registrati durante la fase di avvio della campagna vaccinale. Evidentemente il cambio di passo registrato quando sono stati azzerati i vertici politici e tecnici dell’assessorato alla sanità lombarda ha funzionato. Perché non pensarci anche in Trentino?



sabato 22 maggio 2021

Secondo le Autorità sanitarie inglesi una singola dose vaccinale offre scarsa protezione nei confronti della variante indiana

Dall'Inghilterra continuano ad arrivare notizie relative alla variante indiana  (B.1.617.2) che circola in modo significativo soprattutto in alcune zone del Paese. Una riunione del New and Emerging Respiratory Virus Threats Advisory Group (NERTVAG) tenutasi ieri 21 maggio è stata dedicata agli effetti legati alla diffusione del ceppo virale indiano. 

In particolare, è stato comunicato che una singola dose vaccinale induce una protezione pari soltanto al 33% rispetto ai contagi sintomatici provocati dalla variante indiana. Il dato è una media dei risultati ottenuti con i 2 vaccini attualmente in uso in Inghilterra (AstraZeneca e Pfizer-BioNTech). Per confronto, ricordo che il livello di protezione indotto da una sola dose vaccinale nel caso della variante inglese (B.1.1.7, detta anche variante del Kent, come amano definirla gli inglesi) è mediamente pari al 51%. 

Il livello di protezione per la variante indiana sale all'81% dopo la somministrazione della seconda dose vaccinale. Un dato abbastanza in linea con quanto trovato per la variante sudafricana. Anche in questo caso il dato comunicato dalle Autorità sanitarie inglesi rappresenta una media dei due vaccini e non sono stati forniti dati disaggregati.

Il basso livello di protezione nei confronti della variante indiana mette in crisi il modello organizzativo basato sull'estensione del tempo intercorso tra la somministrazione della prima e della seconda dose. Non a caso le Autorità sanitarie inglesi hanno deciso di contrarre i tempi di somministrazione della seconda dose dei vaccini ad mRNA per le persone di età superiore ai 50 anni. 

La strategia di rimandare la seconda dose vaccinale per i vaccini ad mRNA ha senso solo se le poche dosi disponibili vengono suddivise tra persone che corrono analoghi livelli di rischio. Quando l'efficacia di una singola dose è inferiore rispetto alla metà dell'efficacia della vaccinazione completa, vengono a mancare i presupposti stessi dell'operazione. In tal caso, il ritardo produce solo una sorta di "illusione vaccinale", ma è dannoso ai fini della salute pubblica complessiva.

Nel frattempo le cronache italiane indicano un aumento delle persone ricoverate negli ospedali romani nelle quali è stata verificata la presenza della variante indiana. E intanto l'Italia continua - purtroppo in maniera incauta - a fare sempre troppo poco per monitorare la presenza delle nuove varianti virali.

La prossima pandemia arriverà dai polli?

Passato quasi in sordina a causa della concomitante pandemia dovuta al SARS-CoV-2, un altro virus altamente patogeno sta destando una crescente preoccupazione per la salute pubblica. Si tratta del virus dell'influenza aviaria H5N8, un patogeno che ha causato epidemie continue e prodotto una mortalità massiccia in uccelli selvatici e allevati in tutta l'Eurasia e in Africa durante il 2020. La segnalazione dei primi casi di “spillover” ovvero il contagio di esseri umani (specificamente di addetti agli allevamenti aviari) è avvenuta durante lo scorso mese di dicembre.

In un lavoro apparso recentemente sulla rivista Science viene fatto il punto sulla situazione attuale e sulle prospettive future:

W. Shi e G.F. Gao. “Emerging H5N8 avian influenza viruses”, Science (2021), DOI: 10.1126/science.abg6302

Secondo gli Autori, la rapida diffusione globale di questa nuova forma di influenza aviaria e la sua capacità dimostrata di attraversare la barriera di specie infettando l'uomo, la rendono una delle principali preoccupazioni non solo per gli allevamenti animali e la sicurezza della fauna selvatica, ma anche per la salute pubblica globale.

Un antico detto popolare diceva "Dopo essersi scottati con l'acqua calda, si ha paura anche dell'acqua fredda". Considerato che i segnali di allarme ci sono, sarà bene che le Autorità sanitarie internazionali si muovano per tempo. Senza generare panico o assurdi isterismi, ma verificando attentamente l'evoluzione dei processi in atto e cercando di agire d'anticipo rispetto ai potenziali pericoli.

venerdì 21 maggio 2021

Convivere con il virus

Il Global Health Summit che si è svolto oggi a Roma ha fissato alcuni punti fermi nella lotta mondiale alla pandemia. Dal punto di vista tecnico, la preparazione dell'evento è stata curata da un comitato scientifico internazionale che ha predisposto un interessante documento.

Tra i numerosi argomenti discussi nel documento, vi segnalo una decisa presa di posizione degli esperti che ormai danno per molto probabile l'evoluzione della pandemia verso una forma endemica:

"La probabile traiettoria per il Sars-CoV-2 è di diventare endemica con dei focolai stagionali a causa della diminuzione dell'immunità naturale, della copertura globale insufficiente dei vaccini e/o dell'emergere di nuove varianti non controllate dai vaccini attuali. Nuove ondate epidemiche sono possibili soprattutto nei Paesi con bassa copertura vaccinale"

In altre parole, dovremo abituarci a "convivere con il virus".

Purtroppo non si può "convivere con il virus" quando i reparti di terapia intensiva sono pieni di malati Covid. Che si potesse convivere con il virus, ce lo raccontava qualche mese fa il Presidente Fugatti durante le sue fumose conferenze stampa. Ma erano parole vuote, solo per tenerci buoni. Oggi il Presidente parla d'altro, anche se lo stile della comunicazione non è cambiato. Sentite cosa è riuscito a dire ieri per annunciare il progetto del nuovo tram a Trento:

"Quello di una infrastruttura in sede fissa sul Comune di Trento rappresenta un progetto di miglioramento della mobilità, che non può però andare disgiunto da un'implementazione dei servizi anche in periferia, assumendo come priorità gerarchica la linea del Brennero e, a scendere, le linee ferroviarie laterali esistenti (della Valsugana e Trento Malè) e di progetto (in particolare nella tratta Rovereto-Riva del Garda), mantenendo un elevato livello di qualità dei servizi e l'equilibrio economico delle gestioni".

Fortunatamente l'arrivo dei vaccini ha cambiato drasticamente la situazione ed il futuro del Trentino - almeno per quanto riguarda la pandemia - non dipenderà più dalle furbizie e dai ragionamenti contorti del Presidente pro-tempore.

Lasciando la micro-dimensione provinciale e tornando ai problemi globali, è importante che alle parole del Global Health Summit seguano i fatti ed i vaccini non rimangano solo una cosa per Paesi ricchi.

Come è cambiato il trattamento dei malati di Covid-19 ospedalizzati nel corso della pandemia

Anche se, almeno fino ad oggi, non è ancora disponibile un farmaco specifico per combattere la Covid-19, durante quasi un anno e mezzo di pandemia ci sono sono stati notevoli cambiamenti nei protocolli adottati a livello ospedaliero per il  trattamento dei malati di Covid-19. In un articolo uscito oggi su JAMA Network Open viene presentata una interessante analisi basata sui dati provenienti da 5 centri medici dell'Università della California:

Jonathan H. Watanabe, et al., "Medication Use Patterns in Hospitalized Patients With COVID-19 in California During the Pandemic", JAMA Netw Open. 2021;4(5):e2110775, DOI:10.1001/jamanetworkopen.2021.10775

La figura seguente mostra l'evoluzione temporale osservata nell'impiego dei farmaci più utilizzati:

Andamento temporale nell'utilizzo dei principali farmaci anti-Covid. Tratto da JAMA Network Open

Si nota, ad esempio, il rapido crollo dell'idrossiclorochina che nella fase iniziale della pandemia era stato il farmaco più utilizzato e aveva generato molte speranze. Forse ricorderete le polemiche di stampo politico che hanno a lungo accompagnato l'utilizzo della idrossiclorochina. Diventata una specie di bandiera di molti leader sovranisti, l'idrossiclorochina veniva presentata come la soluzione economica ed efficace che poteva tenere a bada il virus. Con tanto di appendice complottista del tipo "la soluzione c'è, ma ve la vogliono nascondere".

In realtà, come viene evidenziato nell'articolo citato, di fronte al virus sconosciuto erano state avviate molte sperimentazioni, spesso affrettate se non addirittura sbagliate dal punto di vista metodologico. Molte "scoperte" iniziali si sono rilevate fallaci quando sono state sottoposte ad una severa verifica.

La situazione attuale è ancora lontana dall'aver raggiunto un punto di equilibrio e potrà ulteriormente evolvere nel corso dei prossimi mesi. Gli anticorpi neutralizzanti - molte volte annunciati come un farmaco risolutivo - hanno svolto fino ad oggi un ruolo tutto sommato marginale e sembrano funzionare solo se vengono somministrati nelle primissime fasi della malattia, prima dell'insorgenza di eventuali complicanze. Ci sono alcuni nuovi antivirali in fase di sperimentazione e non mancano le proposte "rivoluzionarie" basate sulle nanotecnologie

Anche se oggi la maggiore attenzione è concentrata sui vaccini, la disponibilità di nuovi farmaci specificamente progettati per combattere la Covid-19 potrebbe fornire un contributo essenziale per poter archiviare definitivamente la pandemia.

Segnalazione da NEJM: i sistemi di tracciamento assistiti da tecnologie di geo-localizzazione

Vi segnalo un breve articolo apparso su New England Journal of Medicine:

James O’Connell, and Derek T. O’Keeffe "Contact Tracing for Covid-19 — A Digital Inoculation against Future Pandemics", N Engl J Med (2021) DOI: 10.1056/NEJMp2102256

Nel lavoro si discutono gli ottimi risultati ottenuti dai sistemi di tracciamento dei contagi della Corea del Sud, confrontandoli con gli esiti – più o meno fallimentari – di analoghe esperienze tentate negli Stati Uniti ed in Europa.

Il caso della Corea del Sud è interessante perché il Paese ha saputo far tesoro della precedente esperienza fatta in occasione della epidemia di MERS nel 2015. Va detto subito che il sistema coreano è un sistema molto “invasivo”, difficilmente accettabile secondo gli standard etici occidentali perché viola pesantemente la privacy delle persone contagiate.

In pratica, utilizzando i dati di geo-localizzazione che vengono continuamente rilasciati dai telefoni cellulari, per ciascun nuovo contagio le Autorità sanitarie coreane sono state un grado di fornire pubblicamente informazioni dettagliate sui luoghi visitati dal contagiato (inclusi i dati relativi ai tempi di permanenza) durante le due settimane precedenti alla scoperta del contagio. Chiunque, anche chi non conosceva direttamente il contagiato, poteva sapere se aveva avuto un contatto potenzialmente pericoloso.

Queste tecnologie, oltre a fornire una marcia in più al tracciamento dei contagi, hanno permesso di sapere con una certa precisione dove avvenivano i contagi e questo ha permesso alle Autorità coreane di effettuare chiusure “chirurgiche” evitando forme di lockdown generalizzato.

Va detto che le forme tecnologicamente sofisticate di tracciamento adottate in Corea non hanno impedito l’arrivo nel Paese di diverse ondate pandemiche, ma tutti i dati relativi a contagi, decessi e ai danni economici della pandemia mostrano valori largamente inferiori rispetto a quelli degli Stati Uniti e dell’Europa.

Stati Uniti ed Europa hanno scontato una generalizzata impreparazione. L’idea della pandemia era lontana dalle nostre menti e forse ci illudevamo che ormai certi fenomeni riguardassero solo qualche lontano e sfortunato Paese.

Quando si sono trovate di fronte alla sfida innescata dall’arrivo del virus, le società occidentali non hanno mai accettato di barattare la sicurezza con la privacy. È una storia che andrebbe approfondita perché tutti noi quotidianamente regaliamo le nostre informazioni più intime a Google e ai social network e siamo disposti a far sapere tutto sul nostro stato finanziario pur di ottenere qualche decina di Euro di “Cashback”, ma quando si parla di Covid-19 si alzano subito i muri della privacy più assoluta.

La scelta fatta da Stati Uniti ed Europa è stata più o meno in linea con le soluzioni tecnologiche adottate dalla sfortunata app “IMMUNI”. E anche l’esito di queste operazioni è stato più o meno lo stesso: un buco nell’acqua. In altre parole, i sistemi di tracciamento per funzionare devono essere invasivi.