lunedì 31 agosto 2020

Segnalazione: si affinano i protocolli per trattare i malati più gravi

Uno studio sviluppato presso vari ospedali italiani è stato pubblicato recentemente sulla rivista The Lancet - Respiratory Medicine. Lo studio discute in modo approfondito le metodologie di trattamento dei malati che a causa della Covid-19 hanno subito i maggiori danni ai polmoni. L'articolo potete trovarlo qui:

G. Grasselli et al. "Pathophysiology of COVID-19-associated acute respiratory distress syndrome: a multicentre prospective observational study";  The Lancet - Respiratory Medicine, August 27, 2020; DOI: 10.1016/S2213-2600(20)30370-2

Lo studio è riferito ad un campione di 301 pazienti trattati presso le terapie intensive degli ospedali italiani che hanno partecipato alla ricerca durante lo scorso mese di marzo. La ricerca evidenzia come questo tipo di pazienti abbiano sofferto a causa di due diversi tipi di danni indotti nei polmoni dal SARS-CoV-2, quelli che riguardano gli alveoli e quelli che riguardano i capillari polmonari. Chi subisce danni sia agli alveoli che ai capillari ha una elevata probabilità di perdere la vita. Tuttavia usando uno specifico protocollo diagnostico è possibile identificare precocemente i pazienti che hanno subito questo doppio danno e solo per loro sarà necessario ricorrere ai trattamenti più invasivi inclusa la ventilazione meccanica. Per gli altri pazienti che hanno subito un solo tipo di danno basterà il trattamento in terapia sub-intensiva.

Alcuni quotidiani riportando la notizia arrivano ad affermare che l'identificazione precoce dei pazienti più a rischio avrebbe permesso di dimezzare i decessi avvenuti nella fase più critica dell'epidemia. Difficile dire se tale affermazione abbia fondamento. A marzo/aprile la situazione delle terapie intensive di molte Regioni/PPAA era talmente grave da rendere plausibile la possibilità che qualche ricoverato non abbia ricevuto le cure più adeguate. Da qui concludere che la metà dei decessi si sarebbe potuta evitare mi sembra una affermazione troppo forte e non dimostrabile. Credo tuttavia che tutti possano convenire sul fatto che l'affinamento dei protocolli utilizzati per il trattamento dei pazienti più gravi, pur non essendo di per sé risolutivo, sia comunque uno strumento di grande importanza per mitigare i danni causati dalla Covid-19.

British humour: "Covidiots criticised on Tui quarantine flight"

La notizia ha fatto il giro dei siti web di tutto il mondo e si riferisce ad volo della compagnia aerea Tui (TOM6215) che il 25 agosto ha riportato a Cardiff dall'isola greca di Zante un gruppo di turisti inglesi. Tutti rigorosamente senza mascherina e senza che l'equipaggio facesse il minimo sforzo per convincerli ad indossarla. Su un numero complessivo di 193 persone (passeggeri + equipaggio) ben 7 sono stati trovati positivi al SARS-CoV-2 al momento dell'arrivo, numero già cresciuto a 16 secondo le ultime notizie della BBC. Le autorità sanitarie britanniche li hanno messi tutti in quarantena per almeno un paio di settimane, a meditare su come ci si dovrebbe comportare quando si deve stare per lungo tempo a stretto contatto con altre persone. 

Per loro è stato utilizzato anche un curioso neologismo "covidiots", specchio dei nostri tempi.

Verso il vaccino: se anche gli USA scelgono la via russa ...

Secondo quanto anticipato dalla stampa USA, i vertici della Food and Drug Administration (FDA), ente americano preposto all'autorizzazione preventiva dei farmaci, starebbero meditando di accorciare i tempi per l'approvazione dei vaccini attualmente in sperimentazione negli Stati Uniti saltando una parte consistente della cosiddetta Fase 3 ovvero la sperimentazione che tipicamente coinvolge decine di migliaia di volontari e che è decisiva per valutare l'efficienza del vaccino e la possibile esistenza di controindicazioni.

La questione sta assumendo una forte connotazione politica perché - a quanto sembra - il Presidente Trump starebbe facendo forti pressioni per poter proclamare la disponibilità ufficiale del vaccino prima delle ormai imminenti elezioni presidenziali. Insomma anche gli USA si appresterebbero a seguire il tanto criticato approccio putiniano che in Russia ha portato a saltare sostanzialmente la Fase 3 e ad avviare una campagna di vaccinazione di massa in cui saranno i cittadini russi a sperimentare sulla loro pelle l'efficacia del vaccino. Anche Pechino si sta muovendo su questa linea e non ho dubbi che il regime cinese saprà trovare milioni di entusiasti "volontari" pronti a fare da cavie. Insomma, la corsa al vaccino ricorda sempre più la corsa alle armi nucleari che caratterizzò la seconda metà del secolo scorso. L'importante è arrivare per primi e chi se ne frega se funziona poco e male!

Personalmente sono sempre stato un sostenitore dei vaccini anche se, come scienziato, mi rendo conto che qualsiasi vaccino - anche il migliore - può sempre riservare una marginale probabilità di produrre effetti indesiderati. Ma la probabilità deve essere appunto "marginale", ovvero talmente bassa che gli eventuali effetti indesiderati siano decisamente trascurabili rispetto ai benefici prodotti dal vaccino. 

Tuttavia, se sotto la pressione della politica si decidesse di mettere sul mercato vaccini per la Covid-19 che non sono stati adeguatamente verificati credo che non si farebbe un buon lavoro. Agendo così, c'è il rischio di portare acqua al mulino dei più irriducibili no-vax, provocando danni di lungo periodo. Meglio - secondo me - aspettare qualche mese in più e rispettare le procedure della cosiddetta Fase 3, senza percorrere assurde scorciatoie. 

Spero che l'Europa non segua la linea cino-russo-americana e si attenga strettamente agli standard di qualità consolidati.

Negazionisti, terrapiattisti e compagnia cantante

In tutta Europa assistiamo a un numero crescente di manifestazioni che raccolgono i cosiddetti negazionisti della Covid-19. Queste manifestazioni raccolgono folle molto eterogenee che scendono in piazza in nome della libertà rivendicando il diritto a non rispettare alcuna norma precauzionale contro la diffusione del virus. I più esagitati tra loro arrivano a sostenere che il virus non esisterebbe e che tutta la storia della pandemia sarebbe una messa in scena planetaria, attivata da qualche oscuro potere per assumere il controllo del Mondo intero.

Accanto alle manifestazioni di piazza assistiamo alle estemporanee dichiarazioni di personaggi più o meno famosi i quali si affannano a negare l’evidenza e talvolta arrivano a minacciare sanzioni nei confronti di chi volesse seguire le più elementari norme di precauzione contro la diffusione del virus.

Su questo tema si è espresso con la solita pacata autorevolezza il Presidente Mattarella quando ha ricordato che la nostra libertà individuale non consiste nella possibilità di infettare gli altri. 
 
In taluni casi i comportamenti di alcuni noti negazionisti potrebbero essere classificati come una evidente dimostrazione di patologie che richiederebbero un serio trattamento psichiatrico. Sarebbe tuttavia riduttivo e controproducente limitarci a considerare le posizioni negazioniste soltanto come l’espressione di personaggi stravaganti in cerca di visibilità. Dobbiamo infatti ricordare che i negazionisti raccolgono un popolo molto variegato. Come al solito, quando si manifesta contro qualcuno o qualcosa, è facile attirare persone che la pensano in modo molto diverso tra loro, accomunate solo dall’idea di protestare.

All’interno delle variegate truppe negazioniste si trovano almeno quattro diversi gruppi di persone:
  1. Complottisti duri e puri. Sono persone che di fronte alle difficoltà della esistenza umana preferiscono illudersi che tutti i problemi siano generati da qualche potere oscuro che complotta nell’ombra e governa il Mondo (di nascosto, naturalmente). Li potete trovare ai convegni dei terrapiattisti, ma non disdegnano neppure le teorie sulle scie chimiche e sono convintissimi che lo sbarco sulla Luna non sia mai avvenuto. La pandemia è solo un’altra occasione per confermare la loro visione un po’ cupa e contorta della vita umana. Con molta pazienza dovremmo spiegare loro che le cose non stanno come loro pensano. Ma temo che, nella maggioranza dei casi, sia tempo sprecato.
  2. Politici temerari. La pandemia ha scatenato gli appetiti di alcuni esponenti politici che hanno pensato di strumentalizzare la situazione per attrarre nuovi sostenitori verso le loro posizioni. Non è un mistero che, almeno in Germania, i gruppi negazionisti siano egemonizzati dai movimenti neonazisti, mentre negli Stati Uniti fin dall’inizio della pandemia si è vista una pericolosa politicizzazione del fenomeno legata alle imminenti elezioni presidenziali. Anche in Italia non sono mancati i tentativi, peraltro piuttosto maldestri, di strumentalizzare la situazione. In tutti questi discorsi il virus c’entra veramente poco. È solo una ghiotta occasione per attrarre consenso e pazienza se poi ci sarà qualche danno sanitario che avremmo potuto evitare.
  3. Vittime economiche della pandemia. Il dilemma salute-economia è ben noto così come è vero che i danni economici subiti dalle diverse persone sono estremamente disomogenei. Si va da coloro che sono più garantiti e sostanzialmente non hanno subito alcun danno fino a intere famiglie che hanno visto le loro attività andare in malora. È comprensibile che di fronte allo spettro della miseria qualcuno decida che tutto sommato possiamo anche non preoccuparci del virus e dei suoi possibili danni, magari illudendoci che i problemi sanitari possano riguardare solo gli altri. In fondo altro non è che il solito “Mors tua, vita mea”. Tali posizioni che potremmo definire “negazionisti per necessità” sarebbero certamente meno diffuse se i Governi riuscissero ad attivare efficaci politiche di tutela economica per coloro che stanno subendo i danni maggiori dalla crisi. E qui mi fermo perché finiremmo con il parlare dei 600 Euro e di chi li ha presi.
  4. Esperti in cerca di visibilità mediatica. Ci sono alcuni esperti (o presunti tali) che di fronte al messaggio scientifico dominante che predicava prudenza hanno preferito esprimere posizioni “eretiche” e lo hanno fatto a livello di comunicazione di massa. Forse ricorderete che all’inizio dell'epidemia c'era chi parlava di una “banale influenza” fino ad arrivare al “virus clinicamente morto” di inizio estate. Tutte affermazioni che sono state smentite dal punto di vista scientifico. Capiamoci, non c’è nulla di disdicevole nell’esprimere opinioni che vadano controcorrente rispetto al pensiero scientifico dominante. Anzi la capacità di ipotizzare approcci diversi è proprio il sale del dibattito scientifico. Sarebbe fortemente raccomandato che queste posizioni non convenzionali fossero discusse nelle sedi opportune dove possano essere sottoposte alla critica di esperti della materia. Se le idee "eretiche" sopravvivono alla discussione, la comunità scientifica le farà sue. Se invece ci rivolgiamo direttamente ai salotti televisivi, senza uno straccio di contraddittorio, si darà fatalmente credibilità a ipotesi tutte da dimostrare. Benzina sul fuoco del negazionismo.
In conclusione, sarebbe un grosso errore liquidare il fenomeno negazionista come un problema di natura esclusivamente psichiatrica. Dietro ci sono disagi reali, preoccupazioni e strumentalizzazioni che possono innescare processi estremamente complessi. Fornire a tutti dati scientifici aggiornati e corretti sull’andamento della pandemia non basta per evitare i rischi che il negazionismo porta con sé. Bisogna che la Politica faccia la sua parte, dimentichi gli interessi di breve termine e si impegni a spiegare i pro ed i contro delle diverse alternative che abbiamo davanti. Avendo come unico e condiviso obiettivo quello di garantire a tutti il sostegno migliore possibile, sia dal punto di vista sanitario che da quello economico.

domenica 30 agosto 2020

Test rapidi: sono veramente utili?

Nota aggiunta il 2 settembre
Ieri Roche ha annunciato che a fine settembre inizierà a distribuire
in Europa un test rapido con caratteristiche simili a quello prodotto
 da Abbott  di cui si discute in questo post

 

Di fronte alla crescita della circolazione del virus e in previsione dei problemi che si potranno generare all'arrivo dell'autunno, molti Paesi si stanno organizzando per potenziare la loro capacità di individuazione dei nuovi positivi. Convivere con il virus significa dal punto di vista pratico riconoscere ed isolare al più presto possibile i nuovi positivi, in modo da evitare che a loro volta contagino altre persone sensibili. La tecnica comunemente utilizzata (i cosiddetti tamponi a cui segue l'analisi di laboratorio detta PCR - Polymerase Chain Reaction) richiede tempi di esecuzione lunghi e la disponibilità di attrezzature e personale di laboratorio specializzato. Senza trascurare il costo che è pari a circa 20 Euro per ogni campione analizzato, a cui si aggiungono i costi di prelievo e trasporto dei tamponi.

In questo momento sul mercato stanno apparendo nuovi test rapidi che, almeno sulla carta, hanno caratteristiche molto interessanti. Si tratta infatti di test che permettono di eseguire l'analisi in loco senza la necessità di disporre di particolari attrezzature. Tutto è contenuto all'interno di un kit che ha comunque un costo contenuto (si parla di 5-10 Euro a seconda del tipo). I test sono detti "antigenici" perché sono basati sulla ricerca nel campione di muco oro-nasale di proteine specifiche del virus (antigeni) e forniscono il risultato nell'arco di un quarto d'ora, trenta minuti al massimo. Attualmente test di questo tipo, prodotti da una compagnia coreana, sono in uso sperimentale presso alcuni aeroporti italiani. Va sottolineto che questi non sono kit faidaté come, ad esempio, un kit di gravidanza. Serve comunque la presenza di un operatore addestrato per il prelievo del muco che si esegue con un tampone, analogamente a quanto si fa per le analisi PCR.

Ci sono numerosi modelli disponibili sul mercato, tutti funzionanti su principi simili e caratterizzati da diversi livelli di sensibilità. Uno dei modelli più recenti che sarà utilizzato su larga scala negli Stati Uniti è prodotto dalla multinazionale americana Abbott (circa 50 milioni di pezzi al mese) ed ha ricevuto recentemente l'approvazione all'uso da parte della FDA nell'ambito delle misure emergenziali per il contrasto al SARS-CoV-2 (in pratica FDA ne autorizza l'uso, ma non fornisce piene garanzie sulla sua affidabilità).

Come tutti i tipi di esame (incluse le analisi PCR) ci sono dei margini di errore legati alla presenza sia di falsi positivi che di falsi negativi. Secondo Abbott il nuovo test denominato BinaxNOW COVID-18 Ag CARD il tasso di risultati esatti sarebbe superiore al 97% per pazienti a cui il test sia stato somministrato entro sette giorno dall'insorgenza dei sintomi. Resta il lecito dubbio di conoscere i criteri in base ai quali sono stati scelti i pazienti su cui sono state eseguite le misure. Se si conosce la data di insorgenza dei sintomi, significa che la prova non ha riguardato pazienti asintomatici che, come sappiamo, possono essere comunque contagiosi. Il vero problema di questo approccio rapido è quello della sensibilità: i falsi negativi potrebbero essere molti di più rispetto a quanto asserito dalla ditta produttrice. Sappiamo che chi ha una concentrazione di virus più bassa è meno contagioso, ma l'esito falsamente negativo del test rapido potrebbe indurre alcune persone a comportamenti azzardati.

Ci sono quindi ancora dei problemi che rendono questi test rapidi non sostitutivi rispetto alle analisi di laboratorio, ma si tratta comunque di un'arma in più che potrebbe aiutarci a limitare la circolazione del virus. Ad esempio, possono essere utili per sottoporre a screen chi torna  da aree a rischio (sono certamente più sensibili della sola misura della temperatura corporea) oppure per fare una prima distinzione tra malati di Covid-19 e persone affette dai malanni "stagionali" che tra poche settimane torneranno ad affollare gli studi medici. Uno strumento potenzialmente utile, purché il nostro Paese non proceda con la solita strategia da "armata Brancaleone" in cui ogni Regione/PPAA si inventa il suo particolare approccio convinta di fare meglio degli altri.

sabato 29 agosto 2020

Italia e Francia: decessi Covid-19 a confronto

Italia e Francia sono tra i Paesi europei  più colpiti dalla pandemia. In questo mese di agosto ambedue i Paesi hanno registrato una crescita dei contagi, più forte nel caso della Francia dove i nuovi contagi giornalieri hanno raggiunto livelli confrontabili con quelli di inizio primavera. Attualmente Italia e Francia mostrano una comune tendenza ad una sostanziale riduzione dell'età media dei contagiati e, soprattutto nel caso della Francia, non mancano le preoccupazioni sulla futura possibile evoluzione della pandemia.

Possiamo fare diversi tipi di considerazioni, ma la valutazione ultima sulla gravità della situazione deve tener conto del numero di persone ricoverate (specialmente di quelle dei ricoveri in terapia intensiva) e dei decessi a causa della Covid-19. Sappiamo che quest'ultimo indicatore è meno affidabile perché non sempre vengono adottati criteri omogenei per il computo dei decessi provocati dall'epidemia. Tuttavia anche se si adottano criteri diversi, le tendenze generali (aumento o riduzione) non cambiano (ammesso e non concesso che i criteri non vengano cambiati nel tempo e al netto di conguagli vari). Può avere un certo interesse confrontare i dati relativi ai decessi da Covid-19 registrati in Italia (punti rossi) e Francia (punti blu) da inizio giugno ad oggi. I dati riportati in figura sono quelli settimanali e sono riferiti ai 7 giorni che terminano nella data indicata sull'asse orizzontale della figura.


Sorgente dati: Ministero della salute per i dati italiani, https://statistichecoronavirus.it/statistiche-coronavirus-francia/ per la Francia. I dati italiani sono stati depurati dai conguagli relativi a casi arretrati relativi ai mesi precedenti.

Le linee continue sono un fit polinomiale che non ha valore predittivo, ma ci aiuta a cogliere l'andamento dei dati aldilà delle fluttuazioni statistiche.

A inizio giugno sia in Italia che in Francia il numero dei decessi settimanali mostrava  valori intorno ai 400 casi, ma l'andamento temporale era nettamente calante. Verso fine luglio il calo si è arrestato e durante il mese di agosto il numero dei decessi in Italia si è sostanzialmente stabilizzato. In Francia si nota una lieve tendenza al rialzo che ha portato i dati francesi ad un valore circa doppio rispetto ai dati italiani.

In conclusione, sia in Italia che in Francia l'attuale livello dei decessi, pur mostrando dinamiche leggermente diverse, è ancora tale da non destare un particolare allarme. Sarebbe importante - come anticipato in un altro post - sapere quanti dei decessi registrati in agosto sia attribuibile a vecchi contagi dopo un lungo ricovero ospedaliero e quale sia l'eventuale contributo originato dai contagi più recenti. Comunque anche quello dei decessi è un parametro da tenere sotto attenta osservazione.




Andamento regionale dei ricoveri per Covid-19

A fronte di una costante crescita dei nuovi contagi e dei ricoveri, durante le ultime settimane abbiamo osservato una sostanziale evoluzione della distribuzione territoriale dell'epidemia. L'epicentro dell'epidemia non è più localizzato nel Nord-Ovest dell'Italia, ma abbiamo a che fare con casi molto più diffusi che coinvolgono tutto il Paese, incluse le Regioni del Centro-Sud. Questa tendenza è confermata dall'aggiornamento di oggi che si riferisce allo stato dei ricoveri suddivisi su base regionale. I dati riportano il numero assoluto dei ricoveri (inclusi quelli in terapia intensiva) che sono stati registrati nelle date specificate nel grafico e non sono normalizzati rispetto al numero di abitanti. Il grafico, basato sui dati del Ministero della Salute diffusi dalla Protezione Civile Nazionale, è mostrato qui sotto:

Notiamo che il dato dominante corrisponde a quello che avevamo definito "Resto d'Italia" (linea nera) ovvero tutte le Regioni/PPAA escluse quelle citate esplicitamente. Il dato del "Resto d'Italia" è in rapido e costante aumento da metà luglio in poi. Attualmente il contributo più rilevante al "Resto d'Italia" è quello della Puglia che nella fase acuta dell'epidemia era tra le Regioni meno colpite. La Puglia non appare tra le Regioni considerate singolarmente perché ad inizio luglio era arrivata ad avere meno di 20 ricoveri. Si tratta quindi di un incremento particolarmente sensibile in termini percentuali.

In seconda posizione vediamo il dato del Lazio (linea grigia) che ha aumentato i ricoveri di un livello pari a circa il 50% rispetto ad inizio luglio. Segue molto distaccata la Lombardia (linea blu) che fino a inizio luglio aveva il numero assoluto di ricoveri più consistente. L'ultima settimana mostra un lieve incremento rispetto al livello su cui la Lombardia si era assestata da metà luglio in poi. Più in basso troviamo l'Emila-Romagna (linea verde) con livelli simili a quelli di fine giugno. Il Piemonte (linea rossa) è l'unica Regione tra quelle considerate che recentemente non ha mostrato un significativo incremento. Il terzetto Campania, Sicilia e Veneto mostra da metà luglio in poi una chiara tendenza alla crescita, anche se i valori assoluti sono ancora contenuti sotto i 100 casi.


 

 

Secondo caso di re-infezione da SARS-CoV-2 dimostrato in Nevada

Un gruppo di ricerca della University of Nevada Reno School of Medicine ha recentemente individuato un caso di seconda infezione in un paziente che ha contratto la Cobid-19 a distanza di circa un mese dopo il primo contagio. La prova delle nuova e diversa infezione è stata ottenuta analizzando la struttura genetica del virus che aveva contagiato il paziente.La pubblicazione che descrive questo caso non è ancora stata sottoposta ala revisione scientifica ed è attualmente disponibile (con tutte le cautele del caso) come pre-print:

R. Tillet et al. "Genomic Evidence for a Case of Reinfection with SARS-CoV-2"; THELANCETID-D-20-05376, Available at SSRN: https://ssrn.com/abstract=3681489

La caratterizzazione genetica del virus richiede un approccio tecnologico piuttosto complesso che certamente non può essere esteso alla generalità dei pazienti. Comunque, in analogia con un simile caso segnalato qualche giorno fa ad Hong Kong la differenza genetica del virus trovato al primo ed al secondo insorgere dei sintomi della Covid-19 dimostrano che non sempre chi si ammala ottiene una immunità durevole.

Nel caso specifico, il paziente aveva 25 anni ed aveva contratto la Covid-19 una prima volta a fine Aprile, mostrando sintomi diffusi, ma non gravissimi. Il secondo contagio è avvenuto poco più di un mese dopo e questa volta il paziente ha dovuto ricorrere al ricovero in ospedale dove è stato necessario trattarlo anche con ossigeno.

Analogamente a quanto detto a proposito del caso di Hong Kong, il fatto che possa essserci una nuova infezione anche a brave distanza dalla prima potrebbe essere annoverato tra gli eventi possibili, ma molto poco probabili e non avrebbe quindi una particolare rilevanza rispetto all'andamento generale della pandemia. Va detto tuttavia che casi di questo tipo possono essere provati solo se si dispone della mappatura genetica del virus contratto durante i diversi episodi della malattia e questo tipo di analisi è disponibile solo per pochissimi pazienti. I casi sono pochi perché sono effettivamente rari oppure perché mancano i dati genetici necessari per provarli? Per il momento non abbiamo una risposta certa.

venerdì 28 agosto 2020

Se li cerchi li trovi (i positivi): e la ricreazione sta per finire!

Oggi come ieri in Italia sono stati fatti quasi 100.000 tamponi, Non tutti - lo sappiamo - servono per individuare nuovi positivi al virus, ma il numero dei tamponi è abbastanza alto, soprattutto se lo confrontiamo con i valori di lunedi scorso (meno della metà). In realtà il numero dei tamponi comunicato giornalmente si riferisce sostanzialmente a tamponi analizzati il giorno precedente e quindi il dato del lunedi risente di una calo fisiologico legato alla attività ridotta svolta dai laboratori di analisi durante il week-end.

Il dato dei contagi di oggi conferma l'andamento a macchia di leopardo che interessa gran parte del territorio nazionale. Questo vale per tutte le Regioni/PPAA o meglio per quelle che i tamponi li fanno davvero perché alcuni territori mostrano ancora un numero di tamponi piuttosto esiguo.

Il picco odierno dei contagi è localizzato in Lombardia (316 su un totale di 1462). In percentuale poco più del 21%, a fronte di una popolazione lombarda che corrisponde a quasi il 17% dell'intera popolazione italiana. Altre grandi Regioni presentano, in assoluto, valori significativi: Campania (183), Lazio (166), Emilia-Romagna (164) e Veneto (135). Ma anche il nostro piccolo Trentino non se la passa troppo bene perché i contagi sono, in assoluto, solo 16, ma se li normalizziamo rispetto al numero degli abitanti il dato trentino è perfettamente sovrapponibile rispetto a quello lombardo.

Due Regioni (Calabria e Sicilia) segnalano che, complessivamente, 10 casi di contagio provengono dai cosiddetti Centri di accoglienza per migranti. Questi Centri devono essere attentamente monitorati perché come tutte le comunità ad elevata densità abitativa sono luoghi particolarmente a rischio, ma il dato ci fa capire che i problemi principali attualmente non vengono da lì.

Intanto crescono i ricoveri ospedalieri saliti dai 1198 di ieri ai 1252 di oggi, a conferma di una tendenza di progressivo peggioramento. La giovanissima età media dei nuovi contagiati non esclude che ci possano essere anche casi gravi.

Il vero problema tra breve, sarà quello di gestire la riapertura della Scuole ed il completo riavvio delle attività produttive e sociali, con l'autunno in arrivo. Oggi è abbastanza facile identificare i sintomatici ed il sistema di tracciatura dei contagi ancora tiene. Se poi le persone scaricassero l'app Immuni e non dessero numeri di telefono falsi ai ristoranti le cose sarebbero più facili. Con l'arrivo della stagione autunnale, torneranno le malattie "di stagione" e tutto diventerà più difficile. Ci vorranno molti più tamponi (o almeno test rapidi anche se purtroppo non sono completamente affidabili) per tenere sotto controllo l'andamento dell'epidemia. C'è un forte rischio che le tensioni sul piano sanitario si vadano a sovrapporre a quelle di natura economica e che il Paese si ritrovi in una situazione di grande disagio.

Comunque non lamentiamo troppo della nostra povera Italia. Oggi un ineffabile presidente Macron, di fronte alla forte crescita dei contagi in Francia (oggi oltre 7000) avrebbe avuto la faccia tosta di sostenere "Succede qualcosa che la Scienza non aveva previsto!". Forse anche lui è un fan del prof. Zangrillo.

Come vanno le cose in Svizzera?

Con 41,9 nuovi contagi ogni 100.000 abitanti durante le utime due settimane anche la Svizzera è allineata alla tendenza di crescente circolazione del SARS-CoV-2 in Europa. Il dato svizzero non è incluso nella analisi ECDC perché la Svizzera non ha rapporti stabili con l'Unione Europea e quindi non appare nelle tabelle che abbiamo visto in precedenti post.

L'andamento generale dei nuovi contagi in Svizzera è mostrato nella figura seguente:

Andamento dei nuovi contagi giornalieri in Svizzera dall'inizio dell'epidemia ad oggi. Tratto da https://statistichecoronavirus.it/statistiche-coronavirus-svizzera/

Notiamo che l'epidemia sembrava essersi sostanzialmente esaurita all'inizio di giugno, ma i livelli attuali dei contagi sono tornati ai valori tipici della seconda metà di aprile e mostrano una ulteriore tendenza a crescere. Rispetto ai Paesi europei vicini, la Svizzera si colloca nella fascia alta dei contagi e non a caso alcune Nazioni impongono la quarantena a coloro che provengono dal territorio elvetico.

giovedì 27 agosto 2020

Rapporto settimanale Istituto Superiore Sanità

Il consueto rapporto settimanale dell'Istituto Superiore della Sanità è disponibile qui. Il rapporto è riferito al periodo 17-23 agosto e quindi non tiene conto dei dati piuttosto elevati degli ultimi due giorni. La tabella riportata qui sotto (fonte ISS) mostra che sono numerose le Regioni/PPAA che presentano valori nuovi contagi superiori al valore di 10 casi settimanali per ogni 100.000 abitanti (evidenziati con i segni rossi). Il quadro che emerge è quello di una ampia diffusione territoriale, ben diversa rispettoa a quella dei casi riscontrati durante la fase acuta dell'epidemia a febbraio-marzo. 

Tratto da: http://www.salute.gov.it/imgs/C_17_notizie_5032_0_file.pdf  
 
Notiamo che il livello più alto dei nuovi contagi si registra in Veneto. Toscana, Umbria e Sardegna hanno alti livelli di nuovi contagi, così come Friuli Venezia Giulia e la Provincia autonoma di Bolzano. Nell'elenco delle Regioni con maggiori contagi ci sono anche Lazio, Liguria, Lombardia ed Emilia Romagna. Vediamo chiaramente che i nuovi contagi non sono più un problema specifico del Nord Italia a dimostrazione che sono cambiate completamente le dinamiche di circolazione del virus.
 
Il Trentino, pur avendo significativamente aumentato i contagi rispetto alla settimana precedente si trova ancora nella fascia bassa dei contagi (valore di poco inferiore a 5).

Si conferma anche l'età sempre più giovane dei contagiati che durante l'ultima settimana hanno registrato un'età mediana di 29 anni. Un problema in più per Scuole Superiori ed Università che alla ormai prossima ripresa delle lezioni rischiano di trovarsi un numero considerevole di studenti virologicamente positivi.



Aggiornamento ECDC: la pandemia in Europa

 Cresce la diffusione del virus in tutta Europa, con poche eccezzioni. In particolare il Lussemburgo che nelle settomane scorse contava fno a 200 nuovi contagi in quattordi giorni per ogni 100.000 abitanti, attualmente si trova intorno a quota 100. Il livello è ancora tra i più alti d'Europa, ma ora i picchi sono localizzati in Spagna e a Malta. La situazione italiana è molto peggiorata rispetto a qualche settimana fa, ma si colloca ancora sotto quota 20, quindi su un livello non particolarmente elevato. Notiamo tuttavia che attualmente la situazione italiana è peggiore rispetto a quella della Norvegia che già da tre settimane ha attivato rigide misure di controllo dei flussi di ritorno dall'estero.

La tabella dei contagi e dei decessi aggiornata ad oggi è riportata qui di seguito. I dati sono quelli elaborati da ECDC e si rifericono ad un campione di 100.000 abitanti e ad un periodo di due settimane:


Contagi Decessi
Spain 191.9 0.8
Malta 123.2 0.2
Luxembourg 102.3 0.3
Romania 84.8 3.2
Croatia 74.0 0.4
France 70.0 0.3
Belgium 49.4 0.8
Netherlands 43.2 0.3
Austria 41.2 0.1
Liechtenstein 39.1 0.0
Czechia 36.4 0.3
Sweden 35.4 0.4
Ireland 31.1 0.1
Iceland 30.8 0.0
Portugal 29.7 0.4
Greece 28.9 0.3
Poland 26.7 0.4
Bulgaria 26.5 1.5
Denmark 25.3 0.0
United_Kingdom 22.6 0.2
Cyprus 22.0 0.1
Germany 20.7 0.1
Slovenia 20.1 0.2
Italy 17.9 0.4
Slovakia 15.5 0.0
Lithuania 14.9 0.1
Norway 13.2 0.2
Estonia 10.3 0.1
Finland 6.5 0.0
Hungary 5.3 0.1
Latvia 3.0 0.1

Sempre grazie alla grafica di ECDC possiamo vedere la distribuzione territoriale dei contagi aggiornata ad oggi. Evidente la situazione critica della Spagna, Per l'Italia si notano diverse Regioni/PPA (Alto Adige, Veneto; Emilia-Romagna, Lazio e Sardegna) che hanno superato il livello di 20 contagi per 100.000 abitanti, sempre in due settimane.

Situazione dei contagi aggiornata al 27 agosto. Tratto da ECDC.

 

In generale, notiamo che le zone gialle (livello dei contagi inferiori a 20) si stanno facendo sempre più rare in tutta Europa, mentre un mese fa erano assolutamente preponderanti. Nulla di drammatico e senz'altro una situazione neppure lontanamento confrontabile rispetto a quella italiana del marzo scorso, ma certamente è richiesta la massima attenzione per evitare che la situazione possa degenerare.

mercoledì 26 agosto 2020

Segnalazione: uno o due metri di distanza: siamo sempre lì

Sono passati più di sei mesi dall'inizio (ufficiale) dell'epidemia in Italia e ancora stiamo discutendo sul tema delle distanze di sicurezza da adottare per prevenire la diffusione del contagio. All'inizio dell'epidemia brancolavamo nel buio. A maggio se ne è molto discusso quando si trattava di riaprire ristoranti ed altri locali pubblici. Ora il tema centrale è quello delle aule scolastiche. Con la prossima riapertura delle scuole, siamo ancora alle prese con la definizione di regole condivise e con la necessità di disporre di spazi e personale adeguati per farle rispettare.

A rendere ancora più complicata la situazione, ieri la rivista British Medical Journal (BMJ) ha pubblicato i risultati di un gruppo di ricerca anglo-americano in cui si evidenzia come l'attuale convenzione che assume il metro come distanza di sicurezza sia basata su dati sperimentali vecchi e parziali. La situazione sembra esser più complessa e richiede una attenta valutazione di tutti i parametri ambientali.

L'articolo lo potete trovare qui:

N.R. Jones et al. "Two metres or one: what is the evidence for physical distancing in covid-19?"; BMJ 2020;370:m3223

Dal punto di vista della fisica delle goccioline l'approccio dell'articolo mi sembra convincente, anche se temo che l'applicazione pratica dei criteri che vengono raccomandati sia alquanto complessa, almeno per le Scuole che non siano supportate da un adeguato supporto nella valutazione tecnica delle condizioni ambientali.

martedì 25 agosto 2020

Aggiornamento sugli ospedali italiani

Vediamo un aggiornamento ad oggi 25 agosto della situazione dei reparti Covid degli ospedali italiani, Aldilà dei nuovi contagi che dipendono molto dal numero di tamponi fatti e dalle diverse strategie di tracciamento adottate a livello regionale, il numero delle persone ricoverate ci fornisce un indicatore "robusto" dell'evoluzione della pandemia.

I dati sono, come al solito, quelli del Ministero della Salute comunicati tramite la Protezione civile nazionale. Le linee nere tratteggiate sono dei fit polinomiali che ci aiutano a capire l'andamento dei dati, ma non hanno alcun valore predittivo per il futuro.

La curva degli "attualmente positivi" (punti verdi) mostra bene la notevole crescita dei tamponi positivi che è stata registrata a partire da circa metà luglio. I valori odierni sono più o meno gli stessi dello scorso 23 giugno, primo giorno considerato in questa analisi.

Continua la progressiva riduzione dell'età media dei contagiati:

Il grafico mostrato in figura è stato elaborato dall'Istituto Superiore di Sanità e mostra l'andamento dell'età mediana (valore entro il quale si colloca la metà dei contagi) dei contagi dall'inizio dell'epidemia fino ad oggi. Questo dato va comunque letto con una certa prudenza, All'inizio dell'epidemia si facevano i tamponi solo a coloro che presentavano sintomi gravi e quindi molte persone giovani asintomatiche o pauci-sintomatici sono sfuggite alle statistiche. A questo proposito è interessante osservare un altro dato elaborato da ISS relativo allo stato di un campione di circa 10.000 positivi individuati durante l'ultimo mese, suddiviso secondo le diverse classi di età (il campione è ampio, ma non copre tutti i nuovi positivi):
Notiamo che la grande presenza di asintomatici si estende a tutte le classi di età, anche quelle "diversamente giovani". Come atteso, i casi classificati come severi o critici sono stati individuati solo tra i contagiati più in avanti negli anni e crescono con l'età dei contagiati. Tuttavia per gli ultra-novantenni notiamo un cambiamento di tendenza: difficile dire se si tratti di una banale fluttuazione statistica oppure se sia legato ad altri fattori. Il dato sui più piccoli (0-1 anno) va visto come un caso particolare. Sono molto pochi e si tratta spesso di neonati in cui il contagio è associato ad altri problemi.
 

La curva mostrata sopra indica il rapporto tra i pazienti ospedalizzati e quelli attualmente positivi. L'andamento è più o meno lo stesso a partire dall'inizio del mese di luglio: si osserva una lenta riduzione del rapporto che attualmente è di poco sotto il 6%. L'andamento è coerente con quanto atteso se consideriamo la progressiva riduzione dell'età media dei contagiati. Non mancano i casi di pazienti in giovane età che devono ricorrere ad un trattamento ospedaliero, ma - come visto prima - si tratta di eventi molto rari. In generale, possiamo pensare che le generazioni più mature abbiano (in media naturalmente) maggiore consapevolezza della necessità di proteggersi dal virus e siano più rispettose delle norme di prevenzione.

Vediamo qui sotto l'andamento delle persone ricoverate nei reparti Covid. Il numero mostrato in figura (punti blu) è il numero complessivo e include anche coloro che necessitano del trattamento di terapia intensiva. Notiamo che i valori attuali sono più o meno gli stessi che erano stati registrati alla fine del mese di giugno.

Vediamo infine il numero di coloro che hanno dovuto ricorrere alle terapie intensive (figura qui sotto con punti rossi). Si tratta di un numero complessivamente esiguo rispetto alla fase acuta dell'epidemia e questo ci permette di affermare con una certa sicurezza che il Sistema ospedaliero italiano è in grado di gestire questa fase dell'epidemia senza affanni.

Si conferma la tendenza ad uno spostamento temporale che avevamo già individuato nei grafici mostrati qualche giorno fa. I ricoveri in terapia intensiva hanno continuato a scendere fino a quasi fine luglio ed il livello attuale è più o meno quello che si registrava  alla fine della prima settimana di luglio. Considerati i numeri, il dato complessivo dei ricoveri in terapia intensiva è quello che risente maggiormente non solo delle nuove entrate, ma anche dei decessi che avvengono giornalmente.

Riassumendo, tutti i parametri mostrano una risalita, ma quella dei ricoveri è meno importante rispetto a quella degli attualmente positivi. Altrettanto si può dire per i ricoveri in terapia intensiva rispetto al complesso dei ricoveri nei reparti Covid. 

Tra gli indicatori non ho incluso i casi di decesso che ci sono ancora anche se con numeri giornalieri a singolo digit. Considerata la forte incidenza tra i contagiati di persone giovani e senza particolari patologie pregresse ci aspettiamo che questi contagi ferragostani non producano un carico di decessi significativo. Dai dati della Protezione Civile non è dato sapere se i decessi che si registrano in questi giorni siano collegati a persone contagiate recentemente o siano piuttosto relativi a contagi di molte settimane o mesi fa che hanno avuto un esito infausto dopo una lunga malattia. Personalmente mi aspetterei che in questo mese di agosto si sia allungato sostanzialmente il tempo medio che passa tra la rilevazione del contagio e l'eventuale decesso. Non ho trovato dati recenti, ma spero che il Ministero della Salute possa chiarire questo aspetto in uno dei suoi prossimi rapporti.

La pandemia, Briatore ed i braccianti rumeni

La notizia del giorno (a livello di gossip si intende) è quella del contagio del Sig. Flavio Briatore, personaggio noto alle cronache e titolare di alcuni locali tra cui il Billionaire, celeberrimo punto d'incontro di VIP e meno VIP della Costa Smeralda. La notizia fa pandan con quella relativa al focolaio individuato tra i dipendenti del Billionaire dove, fino ad ora, si conterebbero oltre 50 casi di positività al virus.

Attualmente il Sig. Briatore è ricoverato all'Ospedale San Raffaele di Milano in condizioni che vengono definite "serie, ma non tali da richiedere il trasferimento in terapia intensiva". È affidato alle sapienti cure del prof. Zangrillo e gli auguriamo una pronta e completa guarigione. Qui vorrei evitare facili battute con il rischio sempre presente di scadere in un moralismo un po' manicheo. Vorrei invece trarre spunto da questa vicenda per evidenziare un parallelismo con altri fatti di cronaca a cui la stampa dava ampio riferimento fino a circa un mese fa. 

Mi riferisco in particolare ai focolai che erano stati evidenziati in Italia durante il mese di luglio e che riguardavano spesso lavoratori stranieri. Si trattava ad esempio di badanti, addetti ai servizi logistici, lavoratori di ristoranti, addetti ai macelli e braccianti agricoli. Durante il mese di luglio sono state numerose le segnalazioni (anche in Trentino) di questi focolai la cui origine era facilmente attribuibile all'importazione del virus dai Paesi di origine dei lavoratori interessati.  

Cosa c'entra il Billionaire con i braccianti agricoli di origine rumena domanderete voi. In realtà molti dei focolai che stiamo registrando in questa pazza estate hanno due fattori in comune: l'innesco legato all'arrivo del virus dall'estero (evento altamente probabile considerato l'attuale sviluppo della pandemia) ed una rapida diffusione del virus all'interno di un'area abbastanza circoscritta caratterizzata da contatti stretti tra le persone e dalla carenza di misure di prevenzione. Poco importa che il processo avvenga nei dormitori dei braccianti agricoli rumeni o nelle dorate stanze del Billionaire. Il virus non chiede lo stato patrimoniale del contagiando prima di colpire: se stiamo troppo vicini l'uno all'altro e se non adottiamo le opportune misure di protezione il virus trova ampi spazi davanti a sé e si espande. 

Rinnovando gli auguri al Sig. Briatore, speriamo che almeno questa vicenda serva a far capire ai più spavaldi e a certi politici un po' gaglioffi che con il SARS-CoV-2 non si scherza.

Come cambiano le città universitarie dopo la Covid-19?

Vi segnalo un interessante articolo a cura di Alice Scaglioni apparso sul Corriere della Sera. L'articolo fa rifermento ai grandi poli universitari italiani (Milano, Bologna, Roma e Padova), ma è certamente interessante anche per città più piccole come Trento. Il fatto che circa il 50% degli studenti iscritti all'Università di Trento provenga da fuori Provincia è un indice di qualità per l'Ateneo trentino e produce, dal punto di vista economico, un notevole ricaduta. Anche se i numeri del Trentino non sono paragonabili rispetto a Milano ed alle altre grandi sedi universitarie, gli effetti della crisi indotta dalla pandemia si faranno sentire anche da noi,

In questa strana campagna elettorale che ci porterà tra breve all'elezione dei nuovi Consigli comunali di Trento e Rovereto sarebbe interessante sentire cosa pensano i/le candidati/e rispetto alle strategie da adottare per preservare il ruolo della nostra Università aiutardola a superare la crisi indotta dalla pandemia. Perché non si tratta solo di continuare a garantire i necessari finanziamenti pubblici; il vero problema è quello di capire come la sfida generata dalla Covid-19 cambierà la relazione tra l'Università e le Città. Senza dimenticare i possibili danni economici legati al cosiddetto "indotto". Ci sono moltisime persone impegnate nelle attività generate dalla presenza degli studenti universitari. Non si può pensare di affronatare i loro problemi solo con la cassa integrazione.

lunedì 24 agosto 2020

Verificato il primo caso di reinfezione da SARS-CoV-2 in un paziente di Hong Kong

Un gruppo di ricercatori del Dipartimento di Microbiologia della Facoltà di Medicina Li Ka Shing dell'Università di Hong Kong (HKU)  ha recentemente dimostrato il primo caso di re-infezione di un paziente da parte del virus SARS-CoV-2. Il risultato è descritto in un lavoro che oggi è stato accettato per la pubblicazione dalla rivista Clinical Infectious Deseases. Il testo dell'articolo non è ancora disponibile, ma c'è comunque un comunicato stampa del Dipartimento che è stato ripreso da numerosi siti internazionali.

Si è spesso discusso della possibilità che gli anticorpi prodotti dall'infezione da SARS-CoV-2 decadano rapidamente fornendo una protezione limitata nel tempo, anche se fino ad oggi nessun vero caso di re-infezione era mai stato dimostrato. Spesso si aveva a che fare con pazienti che durante la convalescenza tornavano positivi al tampone, ma questo fatto era stato spiegato tenendo conto del possibile esito positivo del tampone legato alla circolazione di frammenti del virus che potevano essere presenti nei fluidi dei pazienti anche molte settimane dopo l'avvenuta guarigione.

Nel caso oggetto della pubblicazione, la "pistola fumante" che ha consentito di dimostrare la tesi dei ricercatori di Hong Kong è stata l'analisi genetica del virus. Si è dimostraro infatti che la seconda infezione era dovuta ad un virus nettamente diverso, da un punto di vista genetico, rispetto al primo. La seconda infezione è avvenuta a circa 4 mesi e mezzo di distanza dal primo episodio ed è legata ad un recente viaggio del paziente in Spagna. Il secondo contagio era asintomatico ed è stato individuato tramite screening all'aeroporto di Hong Kong al ritorno del paziente dalla Spagna.

Un singolo episodio per quanto ben documentato non è certamente sufficiente per trarre conclusioni di carattere generale. Si rafforza comunque il sospetto che la protezione per le persone guarite da Covid-19 possa essere temporalmente limitata. Questa sarebbe la fine delle residue sperane di poter raggiungere e mantenere la famosa immunità di gregge dopo che il virus abbia colpito una quota abbastanza ampia della popolazione. Ci possono essere anche implicazioni per la produzione di un vaccino efficace e duraturo. Molti dei vaccini attualmente in fase di sviluppo hanno già dimostrato di produrre anticorpi specifici per il SARS-CoV-2 nei volontatri che sono stati sottoposti al trattamento. La domanda è: quale sarà la dose del vaccino necessaria per generare una protezione adeguata? Basterà una singola dose di vaccino o serviranno due o più richiami? Ammesso e non concesso che si arrivi ad un vaccino efficace, anche chi ha già contratto la Covid-19 dovrebbe sottoporsi a vaccinazione.

Molte domande e poche risposte. Ma almeno sul punto se si possa contrarre la Covid-19 più di una volta la risposta finalmente c'è ed è - purtroppo - positiva. Tuttavia non sappiamo se questo caso abbia valenza generale o possa riguardare solo una frazione di coloro che hanno già contratto il virus

Come procede la pandemia a livello mondiale?

Anche se forse siamo più preoccupati per l'andamento dell'epidemia di casa nostra è importante seguire l'andamento della pandemia perché finché il virus circolerà a livello internazionale nessun Paese potrà mai dirsi veramente Covid-free. Vediamo un aggiornamento sullo stato della pandemia avvalendoci dei dati elaborati da ECDC. La mappa mostrata qui sotto ci fornisce una vista complessiva piuttosto esaustiva:

Figura ricavata da ECDC

La mappa è stata aggiornata ad oggi 24 agosto e rappresenta il livello dei nuovi contagi registrati durante le ultime due settimane per ogni 100.000 abitanti. Stati Uniti e gran parte del Sud America sono visibilmente le regioni attulmente più colpite, ma non mancano le zone più scure (più di 120 contagi ogni due settimane per ogni 100.000 abitanti in Spagna, Iraq ed in alcuni piccoli Paesi dei Balcani.

L'andamento dei contagi nei 5 Paesi dove si registra il numero più alto di casi è il seguente:

Tratto da ECDC

L'andamento del numero complessivo dei nuovi contagi, dopo aver segnato nuovi massimi assoluti con valori intorno ai 300.000 casi giornalieri, mostra che l'espansione della pandemia sembra essersi presa una "pausa". Il livello dei nuovi contagi rimane molto alto, ma non si nota una ulteriore tendenza a crescere. Parliamo ovviamente di dati aggregati a livello mondiale e quindi a livello nazionale le dinamiche della pandemia possono essere molto diverse. In Europa, in particolare, è in atto una ripresa della circolazione del virus chiaramente associata all'allentamento delle misure di prevenzione in occasione delle ferie estive. Vediamo comunque che l'attuale contributo dell'Europa ai casi mondiali (tratto di colore giallo nel grafico sottostante) al momento è ancora contenuto. I numeri più grandi sono, attualmente quelli delle Americhe (tratto arancione) e dell'Asia (tratto grigio),

Figura ricavata da ECDC


La pandemia (prima o poi) passerà, ma molte cose cambieranno

Non ci sono dubbi sul fatto che la pandemia, prima o poi, si esaurirà. Ovviamente tutti noi speriamo che ciò avvenga il prima possibile, ma anche quando l'emergenza sanitaria sarà solo un brutto ricordo dovremo fare i conti con gli effetti di lungo termine di questo evento epocale. Qualcuno, durante il lockdown si era spinto a profetizzare che ne saremmo usciti tutti più buoni e solidali. Mi permetto di dubitare sui possibili effetti positivi che le pandemie potrebbero generare sull'animo umano. Se tali effetti esistessero, dopo tante pandemie che hanno afflitto l'Umanità la nostra specie dovrebbe essere prevalentemente costituita  da emuli di Madre Teresa di Calcultta, cosa che a me non risulta.

Ci sono tuttavia molti cambiamenti che erano latenti nella nostra Società prima dell'arrivo del virus e che grazie alla pandemia hanno ricevuto una fortissima accelerazione. Si tratta di processi che, al momento, sono ancora abbastanza caotici, ma sono destinati a lasciare il segno perché porteranno a modifiche sostanziali del nostro modo di vivere. Non è facile capire oggi cosa succederà nei prossimi anni. Nessuno ha la "sfera di cristallo" ed il mestiere del futurologo è alquanto richioso. Come in tutti i cambiamenti, alla fine qualcuno ne uscirà avvantaggiato ed altri invece perderanno posizioni. Ciò vale per i singoli, ma soprattutto per i territori. Per questo motivo è importante prestare molta attenzione a ciò che sta succedendo e soprattutto, dobbiamo attrezzarci per gestire al meglio i cambiamenti, senza limitarci a subirne le conseguenze.

In questo post vorrei riprendere due spunti tra loro collegati che avevo già trattato in precedenti interventi: lo sviluppo di metodologie di "smart working" e la didattica on-line. I due temi sono strettamente collegati perché sono basati sulle stesse tecnologie informatiche e di telecomunicazione. Tali tecnologie esistevano già prima dell'arrivo della Covid-19, ma la loro sperimentazione era limitata a contesti di dimensioni limitate e sostanzialmente marginali rispetto agli approcci classici del lavoro e della didattica in presenza. Le esigenze di distanziamento sociale associate alla circolazione del virus ci hanno costretto a estendere le nuove tecniche ad una vasta platea di lavoratori e studenti, con risultati non sempre di buona qualità. Sono molte, anche in questi giorni, le prese di posizione di chi vorrebbe abbandonare al più presto smart working e didattica on-line per tornare al sistema pre-Covid. Le critiche a ciò che è stato fatto in questi mesi sono in molti casi fondate, così come i problemi legati all'innegabile svantaggio delle fasce più deboli della nostra Società che si sono trovate ad affrontare problemi di gestione delle nuove tecnologie talvolta insormontabili. Tuttavia, se guardiamo a quello che sta accadendo nel mondo (e anche in talune realtà industriali italiane) capiamo che il cambiamento è già in atto: probabilmente per lungo tempo ci saranno realtà ibride in cui le tecniche tradizionali si integreranno con quelle a distanza. Il processo è analogo rispetto a quello che sta avvendendo in parallelo nel mondo dell'automobile. Ci saranno sempre più auto ibride, in attesa che le auto a guida autonoma completamente elettriche diventino il modello di riferimento. In questo contesto, pensare di continuare a produrre i vecchi motori diesel sarebbe una scelta perdente. Analogamente pensare che didattica on-line e smart working siano utili soltanto nei tempi del "distanziamento sociale" ci farà perdere delle occasioni e potrebbe rallentere lo sviluppo della nostra Società.

Affrontare il futuro ibrido prossimo venturo del lavoro e della didattica non è semplice e richiede il superamento di vecchi e nuovi pregiudizi. Qui di seguito riporto alcune considerazioni (non certamente esaustive) che - a mio parere - dovrebbero essere considerate quando si discute del futuro della nostra Società.  

  1. Non bastano un notebook e una telecamerina sul tavolo di cucina per lavorare o studiare a distanza. Con quelli al massimo ci potete vedere le ricette o postare i nuovi piatti che avete cucinato. Servono tecnologie che già esistono - ma sono ancora piuttosto costose e poco diffuse - per garantire un elevato livello di interattività, inclusa la possibilità di lavovare su documenti condivisi o di accedere a strumentazioni remote. Il tutto con grande attenzione ai temi della sicurezza informatica perché più i sistemi sono aperti e più diventano esposti agli attacchi di eventuali malintenzionati.
  2. In questo contesto è evidente l'esigenza di avere reti di telecomunicazione aggiornate al massimo livello. Nel Trentino che, malgrado i piani di sviluppo pensati molti anni fa, ancora arranca con la fibra ottica, dovremmo dare alle infrastrutture di telecomunicazione la massima priorità. Senza fibra e - tra poco - senza 5G rischieremmo di restare fermi al palo.
  3. Si stima che solo un quarto delle attuali attività lavorative sia adatta per essere gestita a distanza. Tuttavia dobbiamo considerare che nel corso del prossimo decennio gli sviluppi tecnologici legati alla robotica ed all'intelligenza artificiale renderanno obsolete molte attività lavorative tradizionali e ne creeranno di nuove. Si stima che la gran parte di questi nuovi lavori sarà gestibile a distanza.
  4. Lavoro o didattica a distanza non significano necessariamente lavoro o didattica da casa. Nella fase del lockdown le due cose coincidevano, ma non è necessarimente così. Mi spiego con un esempio. In condizioni normali, ogni giorno c'è un flusso intenso di lavoratori e di studenti che dalle Valli del Trentino si spostano verso i poli di Trento e Rovereto. Per una parte dei lavoratori pendolari si potrebbe pensare di organizzare nelle Valli di residenza delle sedi (simili ai cosiddetti spazi di co-working) specificamente attrezzate per chi effettua smart working, dotate delle più moderne tecnologie dove, per alcuni giorni alla settimana potrebbero svolgere il loro lavoro a distanza, limitando gli spostamenti verso le sedi di Trento o Rovereto a non più di due giorni alla settimana. Negli altri giorni, pur lasciando la loro abitazione, dovrebbero fare spostamenti molto più ridotti, con evidenti benefici per l'ambiente ed il portafoglio. 
  5. Per gli studenti, potremmo garantire ovunque nel territorio provinciale l'accesso a tutta l'ampia gamma di Licei oggi esistente, organizzando in ciascuna Valle una o più sedi scolastiche dove gli studenti riceverebbero in presenza gli insegnamenti di base comuni a tutti, mentre potrebbero seguire in teledidattica alcuni insegnamenti specialistici, caratteristici di ciascun orientamento liceale.
  6. Spostare le attività a distanza dall'abitazione dei singoli a centri dedicati che siano comunque collocati in prossimità dell'abitazione garantirebbe alcuni vantaggi: continuità dei rapporti sociali, ammortamento degli investimenti e costante aggiornamento delle attrezzature e delle tecnologie di comunicazione, riduzione degli spostamenti e dei relativi problemi di inquinamento, più tempo libero per tutti. Ovviamente se mi leggesse qualche titolare di bar o ristorante di Trento e Rovereto poteri immaginare le sue procupazioni rispetto alla possibile riduzione della clientela. Più in generale verrebbe messo in discussione il modello Trento o Rovereto-centrico e le Valli più periferiche potrebbero trarne vantaggi significativi. Ma non dobbiamo dimenticare che tutto il Trentino, nel suo complesso, è un terriorio periferico rispetto ai grandi poli dell'economia europea (Milano e Monaco di Baviera per citare quelli più vicini a noi). Quindi attrezzarsi al meglio per operare a distanza potrebbe aprire per tutto il Trentino nuove interessanti opportunità a livello europeo ed internazionale.
  7. Lavorare o studiare a distanza è una questione di tecnologie, di infrastrutture, ma anche e soprattutto di metodologie. Abbiamo la fortuna di avere in Trentino una Università e dei Centri di ricerca che hanno competenze avanzate su tutti i diversi aspetti del problema. Sarebbe il caso di impostare (e finanziare) un programma di ricerca di ampio respiro che consenta di potenziare le competenze esistenti in Trentino, senza trascurare le interessanti ricadute economiche di questi studi. In passato, si è a lungo discusso del Trentino come di una territorio vocato alla ricerca scientifica e tecnologica. Sarebbe ora di riprendere queste discussioni perché intorno alle tematiche discusse in questo post si potrebbero coagulare competenze, risorse e capacità imprenditoriali. Capire e gestire i cambiamenti e non limitarci a subirne le conseguenze dovrebbe essere lo slogan per i prossimi anni.

sabato 22 agosto 2020

Dove crescono i ricoveri in Italia?

Rispetto ad una settimana fa c'è stata una sensibile crescita dei ricoveri nei reparti Covid degli ospedali italiani passati dagli 819 ricoveri dello scorso 15 agosto all'attuale livello pari a 988 ricoveri. Una crescita attesa alla luce dell'aumento dei nuovi contagi che caratterizza questo mese di agosto. La distribuzione territoriale dell'incremento dei ricoveri è molto diversa rispetto ai livelli di ospedalizzazione che avevamo conosciuto durante la fase acuta dell'epidemia. Oggi le Regioni del Centro-Sud mostrano una tendenza molto più preoccupante rispetto al passato e l'idea che l'epidemia fosse un problema sostanzialmente circoscritto al Nord  sembra definitivamente archiviata.

Il grafico aggiornato sull'andamento dei ricoveri è mostrato qui sotto (fonte dati Protezione Civile Nazionale):

Nel corso dell'ultima settimana notiamo un importante aumento dei ricoveri nel Lazio e in quelle Regioni/PPAA che nel nostro grafico sono indicte come "Resto d'Italia". In questo gruppo Puglia, Toscana e Abruzzo sono le Regioni con il numero di ricoveri più grande in assoluto. Per le Regioni del Nord più colpite (in termini assoluti) dalla fase acuta dell'epidemia (Lombardia, Piemonte ed Emilia Romagna) i numeri attuali sono più o meno in linea con quelli di una settimana fa. Parliamo come già detto di numeri assoluti e quindi non normalizzati rispetto alla popolazione. Se consideriamo le densità (ricoveri per ogni 100.000 abitanti, i 9 ricoveri dell'Alto Adige corrispondono ad una densità superiore a quella della Lombardia (162 ricoveri con una popolazione che è circa 20 volte quella dell'Alto Adige). Si tratta comunque, nel caso dell'Alto Adige, di numeri assoluti abbastanza piccoli e quindi potenzialmente soggetti a forti fluttuazioni statistiche.

In conclusione, l'aumento dei nuovi contagi giornalieri ha portato anche ad un aumento del numero delle persone ricoverate (pari a circa il 6% degli attualmente positivi). L'aumento dei ricoveri è avvenuto principalmente nel Lazio e in altre Regioni italiane, molte delle quali erano state interessate solo lievemente dalla fase acuta dell'epidemia. Anche se i numeri nazionali sono ancora complessivamente molto inferiori rispetto a quelli di marzo-aprile, c'è ormai evidenza di una inversione di tendenza e di una diversa dstribuzione geografica dell'epidemia.


Il virus è vivo e viaggia insieme a noi

Come previsto - anzi con un certo anticipo rispetto alle previsioni più ottimiste - oggi abbiamo sfondato il muro psicologico dei 1000 nuovi contagi. I numeri più elevati si registrano in Lombardia, Veneto e Lazio, ma nessuna regione è immune a parte la piccola Val d'Aosta che però ha fatto solo 75 tamponi (contro i 2500 circa del Trentino). Se poi andiamo a calcolare la densità di contagi per ogni 100.000 abitanti, i nuovi contagi dell'Alto Adige (19) sono circa il doppio - come densità - rispetto a quelli della Lombardia (185). C'è una grande confusione anche sull'attribuzione territoriale dei contagi perché, ad esempio, non si capisce se i tamponi positivi fatti ai viaggiatori in arrivo negli aeroporti vengano attribuiti alla regione di residenza dei passeggeri oppure a quella in cui è localizzato l'aeroporto. Una delle tante follie di questa sanità regionalizzata dove ognuno va per conto suo e tanti (troppi) pensano di essere più bravi degli altri, ma sono solo più presuntuosi.

La preoccupazione per i nuovi contagi è mitigata dalla giovane età dei contagiati (mediana vicina ai 30 anni) che almeno ci fa ben sperare sull'assenza di conseguenze pesanti dal punto di vista del sistema sanitario. Qualcuno tra i negazionisti più irriducibili si affanna a far notare che, anche se i ricoveri sono aumentati, non c'è stata una risalità della letalità. Per fortuna aggiungo io perché considerata la giovane età dei nuovi contagiati, se aumentassa anche la letalità vorrebbe dire che il virus è diventato molto più aggressivo. Sperando ovviamente che i nipoti non vadano a trovare i nonni dopo essere rientarti dalle vacanze!

Ci avviciniamo sempre più alla tendenza europea, abbandonando la felice condizione di Nazione a bassa circolazione del virus che avevamo conquistato grazie ai duri sacrifici del lockdown. E intanto i Governatori stanno riprendendo prepotentemente la scena mediatica. In Campania De Luca ha tirato fuori nuovamente il bazooka e già ipotizza di "isolare il resto d'Italia" per preservare la salute dei suoi concittadini. Il sardo Solinas, quello che a maggio si illudeva di essere Covid-free e sosteneva che avrebbe ammesso nell'isola solo turisti con la "patente", minaccia querele contro chi osi parlare di focolai sardi e se la prende con il popolo dei barconi accusato di essere la vera fonte del contagio. Forse fa riferimento a questo "popolo dei barconi":

Party sul battello nell'arcipelago della Maddalena

Potremmo continuare con il lombardo Fontana che, ad un recente convegno, ha dichiarato che se le Regioni avessero avuto più autonomia nella gestione dell'epidemia le cose sarebbero andate molto meglio. Io credo che sia vero esattamente il contrario: la gestione di una pandemia come quella di Covid-19 non può essere lasciata all'improvvisazione di strutture regionali che rischiano con le loro politiche scoordinate di amplificare i danni invece di ridurli. Perché, come ci dimostra la storia recente, se il virus dilaga in una Regione, l'unico modo per bloccarlo rimane quello del rigido lockdown per tutti.

I prossimi 10 giorni saranno critici per vedere come il Paese saprà rispondere a questa follia ferragostana a causa della quale rischiamo di rendere inutili gli enormi sacrifici fatti nei mesi scorsi. Speriamo che i sistemi sanitari regionali sappiano individuare e tracciare i numerosi contagi di ritorno, anche se temo che i ripetuti inviti alla prudenza e all'isolamento fiduciario per chi è stato contagiato durante le vacanze saranno in gran parte disattesi. 

Nel frattempo, l'ISS oltre a scoprire che la sua attuale stima dell'indice di trasmissione del contagio R inferiore ad uno è una sciocchezza statistica, dovrebbe finalmente darsi una mossa per vigilare sull'effettivo uso dei tamponi da parte delle diverse realtà regionali. Perché i tamponi, sa soli, non bastano certamente a riportare la situazione sotto controllo, ma - senza tamponi - non si va da nessuna parte.



venerdì 21 agosto 2020

Rapporti ISS 16 Agosto ed ECDC: contagiati sempre più giovani

Il rapporto sullo stato dell'epidemia nella settimana conclusa il 16 agosto è disponibile presso il sito del Ministero della Salute. Il rapporto evidenzia ciò che avevamo già appreso seguendo quotidianamente l'evoluzione dei contagi: c'è stata una crescita consistente dei contagi anche se è stata accompagnata da una sensibile riduzione dell'età media dei contagiati. Attualmente il valore mediano dell'età dei nuovi contagiati è intorno ai 30 anni e molti dei nuovi contagiati sono asintomatici. Sappiamo comunque che c'è stato anche un aumento dei ricoveri nei reparti Covid-19 e dei ricoveri in terapia intensiva, anche se siamo ancora a numeri molto lontani rispetto a quelli registrati durante il picco dell'epidemia.

Prima di passare ai dati di dettaglio, vediamo i dati complessivi nazionali ed, in particolare, l'andamento aggiornato dei casi attualmente positivi (punti verdi) e dei ricoveri in terapia intensiva (punti rossi). Le linee nere tratteggiate sono un fit polinomiale dei dati sperimentali che non ha alcuna pretesa predittiva di medio periodo:


Passando al dettaglio regionale, la novità più importante riguarda la distribuzione territoriale dei nuovi contagi. In testa c'è il Veneto che nella fase acuta dell'epidemia si era distinto tra le regioni del Nord per la sua capacità di contenere la circolazione del virus. La Lombardia, epicentro della prima ondata, ora si trova a "metà classifica", mentre molte Regioni del Centro/Sud che si erano illuse di essere Covid-free hanno dovuto prendere precipitosamente atto che il virus non ha confini (e con questa osservazione possiamo buttare nel cestino anche certi "studi" che avrebbero dimostrato che il Sud fosse più protetto dal contagio rispetto al Nord grazie alle caratteristiche genetiche dei suoi abitanti).

I dati che riportano i nuovi contagi registrati dal 10 al 16 agosto per ogni 100.000 abitanti (fonte ISS) sono mostrati nella tabella seguente:


16 agosto
Veneto 10.96
Liguria 10.11
Emilia Romagna 6.51
Marche 5.93
PA Bolzano 5.64
Molise 5.62
Toscana 5.26
Lombardia 4.96
Lazio 4.88
Friuli V.G. 4.87
Piemonte 4.79
Sicilia 4.67
Umbria 4.09
Abruzzo 3.98
Sardegna 3.25
Puglia 2.94
PA Trento 1.47
Basilicata 1.26
Calabria 1.09
Valle d’Aosta 0.80

Il Trentino, almeno per il momento, si pone ottimamente al fondo di questa non desiderabile classifica, avendo vicino anche alcune Regioni che di tamponi ne stanno facendo piuttosto pochi. Rimane irrisolta la vecchia questione dell'ISS che confronta i contagi delle diverse realtà regionali senza tener conto dei tamponi fatti. Purtroppo continuiamo a fare la politica dello struzzo e non si vedono all'orizzonte sostanziali cambi di tendenza.

Può essere utile integrare i dati ISS con quelli europei elaborati da ECDC (vedi tabella qui sotto). Si noti come, malgrado il significativo aumento, i nuovi contagi italiani siano ancora tra i più bassi d'Europa. In testa troviamo Spagna e Malta, seguite dal Lussemburgo che si sta avviando verso un lento calo dei nuovi contagi (che rimangono comunque ancora ad un livello elevato). In rosso ho indicato i livelli più alti dei decessi, anche se sapiamo che a causa dei diversi criteri adottati a livello internazionale, non sempre quasti numeri sono facilment confrontabili.

Ricordo che il dato sui contagi e sui decessi elaborato da ECDC, pur essendo normalizzato rispetto ad un campione di 100.000 abitanti, fa riferimento alle ultime due settimane (contro una sola settimana considerata nelle elaborazioni ISS). Per confrontare le due tabelle di questo post  i numeri dei contagi  ISS (vedi sopra) devono essere moltiplicati per due.


Contagi Decessi
Spain 145.0 0.7
Malta 114.3 0.0
Luxembourg 91.9 0.8
Romania 87.9 3.0
Belgium 54.5 1.0
France 51.0 0.3
Croatia 47.2 0.3
Netherlands 46.3 0.2
Sweden 37.6 0.4
Austria 33.0 0.1
Czechia 31.0 0.2
Iceland 30.3 0.0
Denmark 30.1 0.1
Bulgaria 30.0 1.5
Liechtenstein 28.7 0.0
Portugal 28.5 0.4
Ireland 26.6 0.2
Greece 26.2 0.2
Poland 26.0 0.4
Cyprus 21.3 0.2
United_Kingdom 21.2 0.2
Germany 16.5 0.1
Slovenia 15.0 0.3
Norway 14.1 0.2
Lithuania 12.8 0.0
Italy 11.5 0.4
Slovakia 11.4 0.1
Estonia 7.8 0.0
Finland 5.6 0.1
Hungary 4.6 0.1
Latvia 2.7 0.1

Concludiamo con la mappa del contagio elaborata da ECDC. Notiamo che Veneto e Abruzzo sono passati da zona gialla (a basso contagio) a zona arancione (livello intermedio). Francamente a me non tornano per l'Abruzzo livelli di contagio sopra i 20 casi per ogni due settimane e 100.000 abitanti e non sono riuscito a capire da dove derivi la segnalazione OECD (a meno che anche l'Abruzzo non abbia fatto un "conguaglio" in stile trentino)