domenica 31 ottobre 2021

La pandemia in Scandinavia

Fin dall'inizio della pandemia, la Scandinavia si è caratterizzata per un andamento dei contagi abbastanza diverso rispetto al resto d'Europa. Ciò può essere spiegato sia da motivi di natura demografica e sociale, sia dalle politiche molto differenziate che i diversi Stati scandinavi hanno assunto rispetto alle azioni di contenimento della circolazione virale di natura non sanitaria (lockdown e distanziamento sociale). 

Secondo la vulgata giornalistica, la Svezia viene identificata come il prototipo dei Paesi laissez faire, un po' sul modello Bolsonaro. In realtà le cose sono un po' diverse: mentre i Paesi vicini imponevano regole rigide di distanziamento sociale, la Svezia si è limitata ad avvisare i suoi cittadini del pericolo, spiegando quali fossero i comportamenti migliori da adottare per minimizzare il rischio. 

La decisione ultima di rispettare o meno tali indicazioni è stata lasciata ai singoli cittadini, mettendo in primo piano il valore delle libertà individuali piuttosto che quello della salute pubblica. Anche se i giornali e le televisioni ci hanno fatto vedere spesso immagini di bar e ristoranti svedesi pieni, va detto che almeno una parte dei cittadini si è uniformata alle raccomandazioni governative.

Attualmente i Paesi scandinavi sono tra quelli dove è stato raggiunto il livello di vaccinazione più alto, mentre è già partita la campagna per la somministrazione della terza dose vaccinale. Qui di seguito riporto i dati relativi ai contagi ed ai decessi registrati nel corso dei primi 10 mesi del 2021. Per confronto, ai dati di Danimarca, Svezia, Norvegia e Finlandia, ho aggiunto i dati italiani, in modo da avere un confronto diretto con una realtà molto diversa rispetto a quelle dell'area scandinava.

Vediamo ora l'andamento dei contagi nel corso del 2021:

Contagi giornalieri per ogni milione di abitanti, misurati nel corso del 2021. I dati sono filtrati tramite media su 7 giorni. Tratto da ourworldindata.org

Qui di seguito, vi mostro l'andamento specifico dei contagi registrati nel corso degli ultimi mesi, in occasione dell'arrivo della variante Delta:

Contagi giornalieri per ogni milione di abitanti, da metà luglio fino ad oggi, in corrispondenza della diffusione della variante Delta. I dati sono filtrati tramite media su 7 giorni. Tratto da ourworldindata.org


Prima di vedere i dati dei decessi, vale la pena di ricordare che Svezia e Danimarca registrano un decesso Covid solo se avviene entro 30 giorni rispetto alla data del primo tampone positivo (più o meno quello che fa anche la Gran Bretagna). Questa procedura toglie dalle statistiche una certa parte dei decessi legati a quei casi che corrispondono a lunghe degenze ospedaliere terminate con il decesso del paziente. Sebbene il tempo mediano che intercorre tra il primo tampone positivo ed il decesso sia dell'ordine di 10-15 giorni, togliere  dalla statistica gli eventi che accadono oltre i 30 giorni porta ad una sottostima della letalità. Non è facile stimare quanti siano i casi che sfuggono alle statistiche: potrebbero essere circa il 15-25% dei decessi complessivi, ma si tratta di una ipotesi tutta da verificare.

Decessi Covid registrati settimanalmente per ogni milione di abitanti nel corso del 2021. I dati sono filtrati tramite media su 7 giorni. Tratto da ourworldindata.org


Decessi Covid registrati settimanalmente per ogni milione di abitanti da metà luglio fino ad oggi, in corrispondenza della diffusione della variante Delta. I dati sono filtrati tramite media su 7 giorni. Tratto da ourworldindata.org

Osservando i dati riportati sopra si possono trarre le seguenti deduzioni:

  1. I dati relativi ai contagi ed ai decessi dei primi 10 mesi del 2021 mostrano chiaramente l'effetto dei vaccini: l'arrivo della variante Delta - che lo ricordo è molto più contagiosa delle precedenti varianti virali - ha prodotto una risalita dei contagi, che tuttavia - almeno fino a questo momento - rimangono decisamente al di sotto dei contagi registrati all'inizio dell'anno (quando si diffuse la variante Alpha e la campagna vaccinale era solo all'inizio). La differenza è ancora più marcata se osserviamo l'andamento dei decessi.
  2. La Svezia è il Paese che nel corso del 2021 ha registrato il picco più alto sia per quanto riguarda i contagi che per i decessi. Ambedue questi picchi sono stati toccati all'inizio del 2021 e hanno superato i valori raggiunti da tutti gli altri Paesi considerati in questa analisi, Italia inclusa.
  3. Finlandia e Norvegia si distinguono per essere riuscite a mantenere bassa l'incidenza dei decessi Covid durante tutti i primi 10 mesi del 2021. Probabilmente sono riuscite a combinare una campagna vaccinale che ha protetto prioritariamente le persone più fragili assieme ad adeguate misure di distanziamento sociale.
  4. La Norvegia è il Paese che ha toccato, alla fine di agosto 2021, il maggiore valore di contagi legati alla diffusione della variante Delta. Andando a vedere i dati disaggregati per fasce d'età risulta che la grande maggioranza di questi contagi riguardavano bambini non vaccinabili o comunque persone molto giovani. Ad esempio, la maggior parte dei casi segnalati nell'ultima settimana sono stati osservati nelle fasce di età 6-12 anni (177 per 100.000) e 13-19 anni (157 per 100.000). Il picco dei contagi non ha avuto una particolare ripercussione sulla curva dei decessi.
  5. Attualmente tutti i Paesi mostrano una risalita nei contagi, particolarmente evidente in Danimarca che qualche settimana fa ha deciso di seguire l'esempio britannico, eliminando le residue limitazioni alla circolazione delle persone.

Le considerazioni fin qui fatte non possono prescindere da una analisi dei fattori demografici e sociali che possono avere influenzato l'evoluzione della pandemia nei diversi Paesi. Qui di seguito riporto alcuni semplici parametri che ci possono far capire le forti differenze esistenti da Paese a Paese:


Densità abitanti/kmq % popolazione con vaccinazione completa indice di vecchiaia
Danimarca 128 75,6% 119
Finlandia 16 69,9% 132
Norvegia 15 69,3% 101
Svezia 19 66,6% 113




Italia 197 72,4% 169

L'Italia è il Paese con la popolazione più anziana (indice di vecchiaia più elevato) e quindi più esposta alle gravi complicanze della Covid-19. Questo spiega, almeno in parte, il numero elevato di decessi che la pandemia ha provocato nel nostro Paese, soprattutto prima della diffusione delle vaccinazioni. D'altra parte, avere pochi bambini (ovvero soggetti attualmente non vaccinabili) facilità senz'altro il progresso della campagna vaccinale (misurata come tasso di vaccinazione dell'intera popolazione), almeno fino a che non saranno autorizzati i vaccini in formulazione pediatrica. Inoltre, poiché i bambini non vaccinati rappresentano attualmente la classe d'età per la quale si misura la maggiore circolazione virale, dove ci sono meno bambini ci aspettiamo di trovare un numero minore di contagi.

Notiamo inoltre che Svezia, Norvegia e Finlandia hanno una densità di popolazione decisamente inferiore rispetto agli altri Paesi considerati. Il dato andrebbe approfondito per tener conto della frazione di popolazione che vive nelle grandi città, ma è evidente che - almeno per coloro che abitano al di fuori dei grandi centri urbani - non c'è bisogno della Covid-19 per sperimentare forme di "distanziamento sociale". Minore densità abitativa significa anche una vita di relazione meno intensa e questo rappresenta una naturale barriera per la diffusione del virus.

In termini di campagna vaccinale, vediamo che tutti i Paesi considerati hanno raggiunto livelli di somministrazione della seconda dose vaccinale pari a circa il 70% della popolazione. Il dato migliore è quello della Danimarca che - forte di questo risultato - ha recentemente annullato tutte le misure anti-Covid. Il forte aumento dei contagi riscontrato in Danimarca - già ricordato prima - conferma, in analogia con quanto sta accadendo in Gran Bretagna, che una strategia basata unicamente sui vaccini può avere costi sanitari significativi. 

venerdì 29 ottobre 2021

Aggiornamento sulla pandemia: c'è una risalita dei contagi, ma - almeno per il momento - non è drammatica

Come anticipato la scorsa settimana, è in atto una risalita dei contagi che non è dovuta soltanto al forte aumento dei tamponi antigenici associato al rilascio dei green-pass

Andamento dei contagi (linea grigia) e media su base settimanale (linea blu). La linea azzurra rappresenta il livello dei contagi misurati un anno fa, in occasione della seconda ondata pandemica. Considerato che la contagiosità della variante Delta è circa doppia rispetto al ceppo virale che circolava un anno fa, la curva azzurra ci fornisce una stima - per difetto - di quanti potrebbero essere stati i contagi, anche quest'anno, in assenza dei vaccini

Una percezione più dettagliata sull'andamento dei contagi si può ricavare osservando la variazione percentuale dei contagi registrata nell'arco di una settimana (in pratica i dati da cui si ricava l'indice di trasmissione del contagio Rt):
 
Variazione percentuale del numero di contagi registrata rispetto alla settimana precedente. La linea tratteggiata è un fit polinomiale che non ha alcuna pretesa predittiva. Elaborato su dati della Protezione Civile Nazionale

Si nota che i contagi erano in lenta riduzione fino all'inizio di ottobre (variazione percentuale negativa). In concomitanza con l'estensione del green-pass sui posti di lavoro (metà ottobre) si nota una discontinuità che ha determinato il passaggio alla fase di incremento dei contagi, legata - in parte - al consistente incremento del numero di tamponi. I dati degli ultimi 3 giorni mostrano un incremento percentuale leggermente inferiore rispetto a quelli dei giorni precedenti, ma è troppo presto per valutare se si tratta di un segnale reale oppure di una semplice fluttuazione statistica.
 
Anche il dato dei ricoveri ospedalieri (che vedremo più avanti) conferma la tendenza alla risalita dell'ondata pandemica. Oltre al già citato aumento dei tamponi che incide sui contagi, ma non ha alcun effetto sui ricoveri, le cause dell'aumento possono essere diverse:

  1. Stagionalità della circolazione virale associata alla chiusura delle attività all'aperto che avevano caratterizzato la stagione estiva.
  2. Calo dell'efficacia vaccinale per coloro (personale medico e grandi anziani) che erano stati vaccinati per primi e non hanno ancora ricevuto la terza dose vaccinale.
  3. Fenomeni localizzati di forte diffusione del contagio associati alle manifestazioni no-vax/no-pass che stanno interessando il Paese (vedi Trieste).
Per quanto riguarda il punto 2 è interessante vedere quanto sta accadendo nelle RSA trentine che, al momento, sono tornate ad ospitare una quota significativa (circa il 9%) delle persone attualmente positive presenti in Trentino:
 
Ospiti delle RSA trentine positivi al SARS-CoV-2. Il dato con comprende coloro che eventualmente sono stati ricoverati in ospedale. Risulta evidente la necessità di somministrare con urgenza la terza dose vaccinale. Elaborato su dati diffusi dalla Provincia Autonoma di Trento

Risulta evidente l'urgenza di somministrare la terza dose vaccinale senza ulteriori ritardi.

Quanto ai contagi avvenuti tra no-vax si tratta di episodi che confermano la forte contagiosità della variante Delta, ma sono comunque numericamente limitati (i partecipanti alle proteste fanno tanto rumore, ma non sono molti in numero assoluto e spesso si spostano da una città all'altra per dare maggiore visibilità alle loro manifestazioni). 

In termini di impatto sulla pandemia, è molto più importante l'effetto quotidiano prodotto dai non vaccinati a contatto con il resto della popolazione. I non vaccinati - oltre a contrarre più facilmente il virus - sono anche mediamente più contagiosi rispetto ad un vaccinato virologicamente positivo. La presenza - a seconda delle classi d'età - di una quota della popolazione non vaccinata compresa tra il 5 ed il 25% (da cui andrebbero tolti coloro che non hanno fatto il vaccino, ma hanno contratto la Covid-19 nel corso dell'ultimo anno), causa il raddoppio del numero dei decessi e produce un forte aumento dei contagi soprattutto per le classi d'età inferiori ai 40 anni.

Finché ci sarà una quota non trascurabile di non vaccinati e se non si faranno le terze dosi a chi è stato vaccinato ad inizio 2021, rischiamo di osservare una serie di ondate pandemiche che potrebbero mettere sotto pressione il nostro sistema sanitario, costringendoci a nuove chiusure, con i conseguenti gravi danni di natura economica e sociale.

Come scrivevo all'inizio di questo post, l'ultima settimana ha visto un aumento dell'occupazione dei reparti Covid degli ospedali italiani: oggi il numero è risalito sopra la soglia delle 3 mila persone ricoverate.

Variazione percentuale dei ricoveri nei reparti Covid degli ospedali italiani, misurata rispetto alla settimana precedente. Dopo 6 settimane di calo, l'ultima settimana ha mostrato un aumento pari al 5%. Elaborato su dati della Protezione Civile Nazionale

Anche il dato dei nuovi ricoveri in terapia intensiva mostra una piccola risalita:

Andamento settimanale dei nuovi ricoveri nei reparti Covid di terapia intensiva, normalizzati rispetto ad un campione di 100 mila abitanti. Pur in presenza di forti fluttuazioni statistiche si nota una inversione di tendenza rispetto all'andamento discendente di settembre/inizio ottobre. Elaborato su dati della Protezione Civile Nazionale

Il dato complessivo sulle persone attualmente ricoverate nei reparti di terapia intensiva mostra una sostanziale stabilità:

Numero di pazienti ricoverati nei reparti Covid di terapia intensiva in Italia (linea rossa) e Gran Bretagna (linea blu). Il dato britannico riporta esclusivamente il numero di coloro che sono collegati al respiratore e quindi sottostima il numero complessivo dei ricoverati in terapia intensiva

 Un andamento simile è stato osservato per i decessi:

Decessi Covid normalizzati rispetto ad un campione di 100 mila abitanti. I dati sono mediati su base settimanale. La linea rossa si riferisce al dato italiano, mentre la linea blu mostra i dati britannici. Ricordo che la Gran Bretagna sottostima il dato dei decessi perché considera solo gli eventi accaduti entro 4 settimane dal primo tampone positivo

Anche se il dato britannico dei decessi è sottostimato perché considera solo i decessi avvenuti entro 4 settimane dal primo tampone positivo, durante l'ultima settimana i decessi in Gran Bretagna sono stati molto più numerosi rispetto a quelli italiani (circa 3,5 volte il dato italiano).

A livello europeo si conferma una forte prevalenza virale, specialmente nella parte orientale del continente:

Distribuzione dei contagi in Europa secondo i dati ECDC

Il dato sui decessi registrati nel corso dell'ultima settimana è forse ancora più significativo:

Decessi Covid registrati in alcuni Paesi europei durante l'ultima settimana (grafico L'Ego-Hub per il Messaggero)

Si osserva un forte impatto soprattutto nella parte orientale del continente, fortemente correlato allo scarso successo delle campagne vaccinali di molti Paesi.

giovedì 28 ottobre 2021

Troppi contagi in Alto Adige? Basta non contarli!

Di fronte alla forte crescita dei contagi, la Provincia Autonoma di Bolzano ha annunciato che "A partire da oggi, il bollettino quotidiano sui numeri delle infezioni causate dal Covid verrà pubblicato in forma modificata. In futuro, il numero dei test PCR positivi includerà anche il numero dei test antigenici risultati positivi e confermati con test PCR. Per quanto riguarda i test antigenici verrà pertanto comunicato solo il numero di quelli confermati con un test PCR". In estrema sintesi, da oggi non sapremo più quanti sono i positivi antigenici trovati quotidianamente in Alto Adige.

Non si capisce bene quale sia la ratio di questa decisione, a meno che i test antigenici utilizzati in Alto Adige non stiano generando un numero enorme di falsi positivi. In tal caso, suggerirei di cambiare il fornitore dei test piuttosto che secretare l'informazione sui test positivi.

Forse la spiegazione è molto più banale: con una popolazione relativamente poco vaccinata, l'Alto Adige sta sperimentando una forte crescita dei contagi e dei ricoveri. Ritardando la comunicazione di una parte dei contagi, sperano forse di poter far apparire una crescita meno rapida rispetto a quella reale. In fondo, stanno per riaprire gli impianti da sci e non bisogna mettere troppo in ansia i turisti che stanno programmando le loro future vacanze invernali in Alto Adige.

Speriamo almeno che i test PCR siano fatti immediatamente dopo i test antigenici positivi, senza aspettare almeno una decina di giorni come succedeva in Trentino durante lo scorso autunno!

Segnalazione: due interessanti articoli apparsi su NEJM

L'edizione del 27 ottobre della prestigiosa rivista The New England Journal of Medicine contiene numerosi articoli dedicati alla pandemia. Ve ne segnalo 2 particolarmente interessanti. 

Un articolo scritto di Y. Goldberg et al. discute i dati israeliani relativi alla riduzione dell'efficacia del vaccino Pfizer-BioNTech in funzione del tempo trascorso dopo la somministrazione della seconda dose. Benché il Ministero della salute israeliano aggiorni quotidianamente una dettagliatissima pagina web dedicata ai numeri della pandemia, questa è la prima volta che i dati relativi al calo di efficacia dei vaccini vengono presentati e discussi su una rivista scientifica. I dati fanno riferimento ad un campione di circa 5 milioni di cittadini israeliani e tengono conto sia della suddivisione per fasce d'età, che del momento della somministrazione del vaccino.

La figura seguente mostra l'incidenza - nel periodo 11 - 31 luglio - dei contagi riscontrati tra persone completamente vaccinate. Sono stati considerati tutti i contagi sintomatici oppure solo quelli che hanno portato ad un ricovero ospedaliero in condizioni classificate come "gravi". 

Questi sono i dati che hanno indotto Israele ad attivare - a partire dallo scorso mese di agosto - una massiccia campagna di somministrazione della terza dose vaccinale:

In alto: incidenza dei contagi in base all'età ed al momento della vaccinazione (variabile tra circa 2 e 6 mesi rispetto al momento della rilevazione dei contagi). Le barre bianche si riferiscono a coloro  che hanno ricevuto il vaccino prima che si rendesse disponibile per tutti i loro coetanei (personale sanitario o pazienti fragili). In basso: lo stesso dato riferito solo all'incidenza dei contagi che hanno provocato ricoveri ospedalieri in condizioni classificate come "gravi" (in pratica, ricoveri in terapia intensiva oppure nei reparti ad alta intensità)

Anche se il campione statistico era piuttosto ampio, le barre di errore non sono affatto trascurabili, soprattutto per i casi gravi che, ovviamente, sono meno frequenti. Si osserva comunque una tendenza molto chiara, con una incidenza dei contagi che è più alta per coloro che erano stati vaccinati prima.

Non sorprendentemente, l'incidenza, sia per tutti i contagi che per i contagi "gravi", è stata molto più alta per i non vaccinati.

Il secondo articolo, scritto da A. Gupta et al., illustra i risultati di fase 3 di un articorpo monoclonale (Sotrovimab) che è stato provato per il trattamento preventivo di pazienti trovati positivi al SARS-CoV-2 che presentavano particolari fattori di rischio (età superiore ai 55 anni e presenza di altre patologie). La sperimentazione ha mostrato una forte riduzione delle ospedalizzazioni per chi aveva ricevuto il farmaco (il confronto è stato fatto rispetto a chi aveva ricevuto il placebo). 

Lo studio di fase 3 è stato sviluppato tra la fine di agosto 2020 e l'inizio di marzo 2021 e quindi non ha consentito di valutare la risposta rispetto alla variante Delta, anche se - sulla base delle prove di laboratorio effettuate con diverse varianti virali - gli Autori si aspettano che l'efficacia del Sotrovimab possa rimanere abbastanza elevata per una ampia gamma di ceppi virali. La sperimentazione di fase 3 non ha evidenziato eventi avversi di particolare rilievo, pur ricordando che, essendo stata limitata a poche centinaia di pazienti, non ha potuto escludere la possibilità di eventi avversi particolarmente rari.

Le conclusioni sono che il Sotrovimab - da solo o combinato con altri anticorpi monoclonali - potrebbe essere utile per il trattamento di soggetti a rischio di gravi complicanze, purché sia somministrato immediatamente dopo la scoperta della positività.

mercoledì 27 ottobre 2021

Aggiornamento sulla "terza dose" in Trentino

In un post recente ho discusso lo stato attuale della campagna vaccinale in Trentino, mostrando i buoni risultati ottenuti nella somministrazione del vaccino e presentando alcuni dati preliminari sulla somministrazione della "terza dose". Il post mostrava anche un grafico elaborato da Lab24, ma si trattava di dati incompleti perché venivano considerate solo le terze dosi somministrate agli immunodepressi (le cosiddette dosi "aggiuntive") e non venivano incluse le terze dosi somministrate alle persone con più di 80 anni d'età (dosi "booster").

Oggi Lab24 ha aggiornato i suoi grafici includendo tutte le terze dosi somministrate. Ecco il grafico:

Stato della somministrazione della terza dose vaccinale in Italia. Il dato del Trentino (evidenziato in rosso) è leggermente inferiore rispetto alla media nazionale. Tratto da Lab24

Vediamo che le prime 5 Regioni (Umbria, Molise, Piemonte, Toscana e Campania) sono fin qui riuscite a raggiungere una quota compresa tra il 66 ed il  48% delle persone idonee a ricevere la terza dose. La media nazionale è pari al 32,8%, mentre il dato del Trentino è appena sotto al 30%.

Ricordo che la platea delle persone vaccinabili è destinata ad aumentare col tempo, man mano che passeranno 6 mesi dalla somministrazione della seconda dose vaccinale. Quindi questa sorta di "classifica" è destinata a cambiare notevolmente nel tempo perché, con il passare delle settimane, cresceranno sia le persone che hanno ricevuto la terza dose, sia quelle vaccinabili.

martedì 26 ottobre 2021

Rivediamo i dati dei contagi e dei decessi delle persone vaccinate

Ogni settimana, l'Istituto Superiore di Sanità aggiorna il suo rapporto sullo stato della pandemia dove possiamo trovare anche una analisi dettagliata della distribuzione di contagi, ricoveri e decessi suddivisi per classe d'età e stato vaccinale. Gli ultimi dati pubblicati sono riferiti ad un periodo di 30 giorni che si concludeva nella prima metà del mese di ottobre (a fine settembre per i decessi) e confermano l'elevato livello di protezione garantito dai vaccini.

Vediamo alcuni dati. Per i cittadini di età compresa tra 60 e 79 anni, i non vaccinati erano il 10,7% della popolazione. Tra loro si sono verificati il 32,1% di contagi, il 58,7% delle ospedalizzazioni e ben il 63,4% dei decessi. La stragrande maggioranza (86,9%) dei cittadini di età compresa tra 60 e 79 anni era completamente vaccinata. Tra loro si sono verificati il 64,5% dei contagi ed il 32,6% dei decessi.

Un analogo confronto si può fare per i cittadini con almeno 80 anni di età. Qui la percentuale dei non vaccinati è molto bassa (5,4%), ma i non vaccinati contribuiscono al 20,2% dei contagi e al 42,1% dei decessi. I cittadini 80+ completamente vaccinati (92,5% dell'intera popolazione) contribuiscono al 77,5% dei contagi ed al 54,7% dei decessi.

I dati dimostrano che il vaccino riduce la probabilità di contagio e - anche in caso di contagio - le persone completamente vaccinate contraggono mediamente forme meno gravi di Covid-19 e quindi hanno una probabilità minore di finire in ospedale o di perdere la vita.

Si verifica un ben noto paradosso: se tutti fossero vaccinati, anche il 100% dei (pochi) decessi sarebbe costituito da persone completamente vaccinate. Quindi il fatto che poco più della metà dei decessi avvenuti tra le persone 80+ abbia riguardato persone completamente vaccinate non vuol dire assolutamente che i vaccini non funzionino (come ripetono ossessivamente i no-vax tutte le volte che le cronache riportano di qualche persona completamente vaccinata che ha perso la vita a causa del contagio).

I vaccini salvano vite. Nel periodo considerato dall'ultimo rapporto ISS, tra le persone 80+ sono stati contati complessivamente 665 decessi. Se tutta la popolazione avesse rifiutato il vaccino, i morti sarebbero stati poco più di 5.000!

Un analogo conto può essere fatto per la classe d'età compresa tra 60 e 79 anni. I decessi complessivi per questa classe d'età sono stati 427. Senza vaccini, sarebbero stati circa 2.500.

Riassumendo, a fronte di 1.092 decessi avvenuti tra coloro che avevano almeno 60 anni, senza i vaccini ne avremmo avuti circa 7.500. Se tutti i cittadini 60+ (circa 18 milioni di persone) avessero ricevuto una vaccinazione completa, i decessi sarebbero stati circa la metà (554), numero che si potrebbe ridurre ulteriormente se fosse somministrata sollecitamente la terza dose vaccinale

Questo ci fa capire quanta strada ci sia ancora da percorrere prima di mettere in sicurezza le persone più a rischio (sono quasi 2 milioni i cittadini con almeno 60 anni di età che non si sono ancora vaccinati, mentre la somministrazione della terza dose vaccinale è ancora all'inizio).

lunedì 25 ottobre 2021

A proposito di come ragionano i no-vax

Da Trieste giunge la notizia della positività di un tal Fabio Tuiach, un personaggio con un curriculum inquietante che si è distinto, anche in passato, per le sue posizioni estreme. Dopo aver guidato la protesta dei no-vax/no-pass cercando inutilmente di bloccare gli accessi al porto di Trieste, si è ritrovato positivo al SARS-CoV-2, anche se continua a negarne l'esistenza. 

Poiché non ha potuto negare di avere la febbre, ha attribuito tutto al bagno fuori stagione fatto quando è stato sgomberato dagli idranti della polizia.

Secondo il poveretto "il Covid esiste solo nelle menti delle persone ipnotizzate", ma  - a scanso di equivoci - ci ha fatto sapere che si curerà con un mix di anti-infiammatori e vitamine (speriamo che almeno non usi l'ivermectina) e di "lasciare il vaccino sperimentale a tutti gli ipocondriaci senza Dio".

Un esempio da manuale di quel tipo di ragionamento che caratterizza molti no-vax che rifiutano  di riconoscere la Covid-19, illudendosi - in tal modo - di esorcizzarne il pericolo.

Naturalmente, al Sig. Tuiach vanno i nostri migliori auguri di pronta guarigione. Grazie per aver contribuito - a modo suo - al raggiungimento della tanto agognata immunità di gregge.


Lockdown alla tirolese

Con una forte presenza di non vaccinati, un livello di ospedalizzazioni circa doppio rispetto a quello italiano ed una circolazione virale molto più alta rispetto alla media nazionale, l'Alto Adige/Südtirol guarda con molto interesse alla decisione del Governo austriaco di istituire un lockdown riservato ai soli non vaccinati nel caso in cui vengano superate determinate soglie di occupazione dei reparti di terapia intensiva.

L'Assessore alla Sanità  altoatesino Thomas Widmann ha dichiarato: "Si potrebbe pensare ad un'operazione del genere anche da noi". Ovviamente una eventuale decisione in tal senso dovrebbe prima ricevere l'autorizzazione del Governo italiano.

Il paradosso sarebbe quello che i no-vax non potrebbero  uscire di casa neppure per organizzare le loro chiassose manifestazioni di protesta.

domenica 24 ottobre 2021

Il "Piano B" dell'Inghilterra

Di fronte alla forte crescita di contagi e con i nuovi ricoveri giornalieri nei reparti Covid ospedalieri che (a livello delle Gran Bretagna) hanno ormai superato quota mille, le Autorità sanitarie inglesi stanno rispolverando il cosiddetto "Piano B", ovvero la reintroduzione di una serie di provvedimenti atti a contenere la circolazione virale. Il fine ultimo è quello di contenere la pressione sul sistema sanitario che - attualmente - mostra già alcune criticità ed, in particolare, ha dovuto limitare il numero di interventi chirurgici non tanto per la mancanza di posti letto, ma per la carenza di personale sanitario. 

Nuovi ricoveri settimanali nei reparti Covid degli ospedali britannici, normalizzati rispetto ad un campione di 100 mila abitanti. Il dato relativo all'ultima settimana è provvisorio. Elaborato su dati coronavirus.data.gov.uk
 

La preoccupazione è quella che - nei mesi invernali - la combinazione di Covid-19, influenza ed altre sindromi respiratorie intasi gli ospedali, mettendo a grave rischio la loro funzionalità.

Il Governo diretto da Boris Johnson sperava di risolvere il problema alla radice, grazie ad una massiccia adesione dei cittadini inglesi alla campagna di somministrazione della terza dose vaccinale (il cosiddetto "booster"). Ricordo che la Gran Bretagna aveva iniziato la sua campagna vaccinale molto precocemente (dicembre 2020) ed è quindi presumibile che molte delle vaccinazioni somministrate quasi un anno fa abbiano ormai perso parte della loro efficacia. Attualmente la terza dose vaccinale è prevista per coloro che hanno almeno 50 anni di età e per i più giovani con particolari patologie. 

Ogni settimana cresce il numero di persone che possono aderire alla campagna di somministrazione della terza dose, man mano che sono passati 6 mesi dalla somministrazione della seconda dose. I dati pubblicati mostrano che, ogni settimana, molti cittadini inglesi (circa 1 milione) che potrebbero ricevere la terza dose vaccinale, preferiscono rimandare la decisione e non si vaccinano.

La limitata propensione a ricevere la terza dose vaccinale rappresenta un grosso problema per l'attuazione della strategia anti-Covid del Governo inglese. Questo effetto si salda con la limitata adesione alla campagna vaccinale da parte dei cittadini più giovani e spiega - assieme all'assoluta mancanza di misure di prevenzione del contagio - l'alta circolazione virale. Oltre a generare problemi di natura sanitaria, i numerosi contagi costringono un grande numero di cittadini alla quarantena, producendo un forte impatto sull'economia del Paese, già provata dalle conseguenze della Brexit.

A questo punto, molti stanno premendo sul Premier inglese per convincerlo ad abbandonare la linea "liberi tutti" e ad attuare il cosiddetto "Piano B" per la limitazione della circolazione virale. In pratica si tratterebbe di reintrodurre l'obbligatorietà delle mascherine al chiuso (in questo momento solo "consigliate") e di richiedere il passaporto vaccinale (quello che noi chiamiamo "green-pass") per accedere a determinati spazi. 

Nulla di straordinario rispetto alle misure messe in atto da molti Paesi europei, ma certamente una sconfitta per il Governo inglese che aveva attribuito un forte significato politico all'abolizione di tutte le limitazioni, avvenuta a metà dello scorso mese di luglio.

Ancora una volta, il virus fa il suo lavoro e non si preoccupa di quello che dicono (o sperano) i politici!

Vaccinazioni e decessi Covid nell'Unione Europea

Nei Paesi dell'Unione Europea circa il 20% dei cittadini di età maggiore o uguale a 18 anni non ha ancora ricevuto neppure una dose vaccinale. Le percentuali variano moltissimo da Paese a Paese, con il Portogallo che ha somministrato almeno una dose vaccinale a quasi tutti i suoi cittadini maggiorenni, mentre la Bulgaria è il fanalino di coda con circa il 75% di cittadini maggiorenni non vaccinati.

A fronte di queste marcate differenze, può essere interessante verificare se ci siano correlazioni tra la presenza di cittadini no-vax e la mortalità dovuta alle infezioni da SARS-CoV-2. Qui vi presento una semplice elaborazione dei dati diffusi da ECDC:

Andamento della mortalità da Covid-19 registrata durante gli ultimi 14 giorni in funzione della percentuale di abitanti maggiorenni non vaccinati nei Paesi dell'Unione Europea. Si noti che la scala verticale è logaritmica e che il livello di mortalità cambia di oltre un fattore 40 quando ci si muove tra i diversi Paesi europei. La media europea è rappresentata dal punto blu, mentre il punto verde corrisponde al dato italiano. La linea tratteggiata è un semplice fit esponenziale senza alcuna pretesa predittiva. Elaborato su dati ECDC

Notiamo che, a parità di livello vaccinale, esiste una forte variabilità dei dati perché il livello dei decessi dipende anche dalle misure adottate per il contenimento della circolazione virale (diverse da Paese a Paese), dalla tempistica della campagna vaccinale e da specifici fattori ambientali. Una ulteriore causa della variabilità dei dati è legata ai criteri per il conteggio dei decessi Covid che non sono gli stessi in tutta Europa. Nonostante questi limiti, l'analisi mostra una forte correlazione tra la presenza di no-vax e l'aumento dei decessi.

sabato 23 ottobre 2021

Segnalazione: Perché alcune persone non si vogliono vaccinare o fingono che la COVID-19 non esista? Paradossalmente, è solo una forma di rimozione della morte

Vi segnalo un articolo scritto da Ross G. Menzies e da Rachel E. Menzies, padre e figlia, ambedue psicologi che lavorano in due Università di Sidney, famosi per i loro libri che descrivono l'atteggiamento di noi umani nei confronti della morte. Un tema che tutti noi tendiamo costantemente a rimuovere, ma che è diventato di grande attualità con la pandemia. Qui di seguito trovate un libero adattamento (in italiano) dell'articolo apparso su The Conversation 

 

I vaccini salvano vite e lo hanno fatto sin dallo sviluppo del primo vaccino contro il vaiolo, più di 200 anni fa. Tuttavia, affinché i vaccini funzionino, devono essere assunti da percentuali molto alte della popolazione. Solo allora i vaccinati potranno offrire protezione anche ai non vaccinati e alle persone più fragili (per le quali i vaccini possono essere meno efficaci), secondo il ben noto principio dell’immunità di gregge. 
 
Sfortunatamente, troppo spesso questo alto livello di vaccinazione non viene raggiunto. Ad esempio, l'esitazione rispetto al vaccino contro il morbillo ha contribuito ad un aumento del 30% dei casi a livello globale nel 2019. Viene spontaneo porsi la domanda: “Perché alcune persone non vogliono farsi vaccinare?

Ci sono molte ragioni e queste possono cambiare a seconda delle diverse realtà sociali considerate. Gli psicologi clinici che studiano l'ansia forniscono una chiave di lettura comune a molti no-vax e suggeriscono che un fattore importante sia la paura, in particolare la paura della morte e il modo con cui questa paura atavica viene gestita.

Secondo l'Organizzazione Mondiale della Sanità, l'esitazione di fronte al vaccino è una delle dieci principali minacce alla salute globale. Nel caso della COVID-19, rifiutare o ritardare la vaccinazione è stato un problema significativo in molti Paesi ricchi che, pur non avendo problemi di disponibilità dei vaccini, stanno sperimentando enormi difficoltà per portare avanti le loro campagne vaccinali, con il corollario delle manifestazioni no-vax che hanno avuto larga eco nelle cronache degli ultimi mesi.

In Australia, la questione dell'esitazione di fronte al vaccino rimane significativa, nonostante alcuni rapporti affermino il contrario. In molte parti del Paese i tassi di vaccinazione sono sulla buona strada per raggiungere l'85% o anche più del 90% delle persone vaccinabili. Il mese scorso un sondaggio del Sydney Morning Herald ha mostrato che solo il 9% degli australiani adulti ha dichiarato come improbabile l’ipotesi di sottoporsi alla vaccinazione anti Covid-19.

L'articolo affermava anche che "i timori per i vaccini sono scesi al minimo storico". Tuttavia, mentre i dati erano reali, la loro interpretazione potrebbe essere errata. La paura nei riguardi dei vaccini non è sostanzialmente diminuita. Invece, la vaccinazione obbligatoria di alcuni gruppi di lavoratori, gli incentivi per i vaccinati e gli svantaggi significativi per coloro che rifiutano di essere vaccinati (green-pass) stanno determinando un aumento della diffusione della vaccinazione, ma l’atteggiamento di fondo di molti cittadini di fronte ai vaccini non cambia.

Se le persone non esitassero a vaccinarsi, le vaccinazioni obbligatorie, gli incentivi per i vaccinati ed i green-pass sarebbero inutili. Purtroppo, una parte non trascurabile della comunità non vorrebbe essere vaccinata e sceglierebbe di non essere vaccinata, se non fosse per la forte pressione esercitata dal Governo.

Allora perché alcune persone ritardano o rifiutano il vaccino?

L'OMS elenca il falso senso di sicurezza tra i principali motivi di rifiuto dei vaccini. Ma come può accadere tutto ciò? Dopotutto, la COVID-19 ha già ucciso quasi cinque milioni di persone in tutto il mondo e ne ha infettate oltre 240 milioni. Di fronte a questi numeri, come si può rimanere sicuri che il problema non ci riguardi? Perché vediamo così tante persone che sembrano sfidare il virus, rifiutando il vaccino ed ignorando i più elementari criteri di sicurezza, apparentemente ignari della minaccia?

La teoria psicologica che meglio spiega questi comportamenti è la "teoria della gestione del terrore". Secondo questa teoria, gli umani non sono in grado di affrontare la cruda realtà della morte e spesso si impegnano in varie forme di negazione.

Per far fronte alla nostra paura della morte, ci illudiamo di essere invincibili: la morte potrebbe carpire altre vite, ma non la nostra. 
 
Centinaia di studi nei laboratori di psicologia sociale hanno dimostrato che anche i più sottili richiami all’idea della morte portano i partecipanti a difendere con forza le loro credenze religiose, culturali e politiche e ad opporsi duramente rispetto a chi non le condivide. Questo processo ci può portare anche a sfidare gli avvertimenti della medicina moderna, convinti di una nostra supposta superiorità.

Come si vede in Israele con le comunità di ebrei ultra-ortosssi, le credenze religiose possono giocare un ruolo molto importante. I ricercatori della Divinity School dell'Università di Chicago hanno riferito che metà dei soggetti partecipanti ai loro esperimenti, i quali hanno indicato una certa appartenenza religiosa, erano d'accordo con l'affermazione "Dio mi proteggerà dall'essere infettato".

Questo effetto viene ulteriormente amplificato se anche i gruppi sociali a cui apparteniamo condividono opinioni simili alle nostre e questo porta a due conseguenze ben note: a) la diffusione privilegiata delle idee no-vax all'interno di talune comunità politiche, sociali o religiose e b) la nascita di comunità no-vax che diventano veri e propri nuclei di aggregazione sociale e talvolta ambiscono ad assumere anche un preciso ruolo politico.

Vivere ai tempi della COVID-19 ci ha reso tutti partecipi di un esperimento di psicologia sociale. Il conteggio giornaliero dei decessi rappresenta un macabro promemoria della nostra fragilità e ha prodotto in molte persone i comportamenti che abbiamo appena descritto. 

Le rarissime morti precoci associate ai vaccini stessi sono diventate un altro annuncio di morte che ha generato ulteriore paura, allargando le fila dei no-vax, incapaci di confrontare i ridottissimi rischi dei vaccini con i rischi immensamente più grandi del contagio.

L'esitazione rispetto alle vaccinazioni rimarrà un grave problema a livello globale mentre ci rifiutiamo di vederci per quello che siamo veramente, con tutti i nostri limiti.

Poiché il SARS-CoV-2 continua a mutare, la somministrazione dei vaccini potrebbe essere necessaria anche nei prossimi anni. L'esistenza di ampie fasce di cittadini no-vax provocherà la morte di decine di migliaia di persone in tutto il mondo, finché le sue radici non saranno pienamente comprese e affrontate.


Lockdown in salsa viennese

Di fronte alla forte risalita dei contagi (circa 230 nuovi contagi settimanali per ogni 100 mila abitanti, in aumento del 40% rispetto alla settimana precedente) e tenuto conto della bassa adesione alla campagna vaccinale (il 35% della popolazione austriaca non ha ancora ricevuto neppure una dose vaccinale), il Governo austriaco si appresta ad adottare misure molto drastiche, legate ad un rigoroso controllo dello stato di occupazione dei reparti Covid degli ospedali austriaci.

Per il momento si tratta solo di misure annunciate, ma se si dovesse superare la soglia dei 500 ricoveri nei reparti di terapia intensiva scatteranno le prime misure di limitazione alla circolazione delle persone. 

La caratteristica delle misure pianificate dal Governo austriaco è quella che le restrizioni si applicheranno solo alle persone non vaccinate. Saranno esentati i vaccinati e coloro che hanno gia contratto la Covid-19, ovvero coloro che hanno acquisito anticorpi specifici contro la SARS-CoV-2. Non è prevista alcuna esenzione per i non vaccinati, anche se negativi ad un tampone. Le misure includeranno l'impossibilità per i non vaccinati di accedere a locali pubblici come bar e hotel.

Se i ricoveri in terapia intensiva saliranno oltre quota 600, scatterà un vero e proprio lockdown riservato esclusivamente ai non vaccinati che saranno obbligati a rimanere a casa e potranno uscire solo per ragioni molto specifiche. In pratica, una estensione del lockdown alla russa che è previsto solo per i non vaccinati ultrasessantenni.

venerdì 22 ottobre 2021

Aggiornamento sulla campagna vaccinale del Trentino: la terza dose per gli immunodepressi stenta a decollare

Il post è stato modificato per tenere conto di alcune discrepanze nei numeri pubblicati relativamente alla terza dose vaccinale

Vi aggiorno sullo stato di avanzamento della campagna vaccinale in Trentino che, sia pure tra luci ed ombre, ha fin qui dato buoni risultati. Partiamo dal dato migliore, ovvero la percentuale di cittadini trentini con almeno 12 anni di età che non ha ancora ricevuto neppure una dose vaccinale. Il dato trentino (11,7%) è migliore (più basso) rispetto alla media nazionale e fa ben sperare per un rapido raggiungimento di una quota di adesione pari al 90% delle persone "vaccinabili". Si tratta di un livello simbolico che non garantisce nulla di per sé, ma che è molto vicino al massimo livello effettivamente raggiungibile (pari a circa il 95%, tenuto conto di un qualche percento di no-vax irriducibili e ideologizzati e di una esigua minoranza di persone che effettivamente non possono fare il vaccino a causa delle loro condizioni di salute).

Il Trentino (dato cerchiato in rosso) ha ormai somministrato almeno una dose vaccinale all'88,3% dei cittadini con almeno 12 anni di età. Fonte dati Lab24

Come già discusso in precedenti post, il Trentino ha attualmente la percentuale più alta di cittadini che sono in attesa di ricevere la seconda dose: segno che gli obblighi associati all'uso del green-pass hanno convinto numerosi trentini dubbiosi a farsi vaccinare.

Se andiamo a vedere il numero di coloro che hanno ricevuto almeno una dose, normalizzata rispetto all'intera popolazione, il dato del Trentino lascia le posizioni più avanzate e scende appena al di sotto della media nazionale:

Percentuale dell'intera popolazione (inclusi i minori di 12 anni non vaccinabili) che ha ricevuto almeno una dose vaccinale. Il dato del Trentino è cerchiato di rosso. Tratto da Agenas

Il Trentino retrocede in classifica, ma solo per colpa della sua composizione demografica. Come è noto, il Trentino è una delle Regioni/PPAA italiane con la maggiore presenza di giovani rispetto alla (desolante) media nazionale. Avendo molti più giovani non vaccinabili, è ovvio che la percentuale del Trentino cala quando si fa il calcolo tenendo conto dell'intera popolazione, ma non è neppure tanto giusto assegnare al Trentino - come fa Agenas (vedi figura sopra) - un colore "giallo" che farebbe presumere un avanzamento più lento della campagna vaccinale rispetto alle Regioni "verdi".

Tutto bene dunque? Purtroppo no, perché, almeno secondo quanto pubblicato da Lab24 del Sole 24 Ore, il Trentino sta arrancando con molta fatica nella somministrazione delle terze dosi vaccinali. Questo è il grafico pubblicato da Lab24:

Somministrazione della terza dose vaccinale. Il dato del Trentino, inferiore rispetto alla media nazionale, è cerchiato in rosso. Tratto da Lab24

La percentuale di dosi somministrate, secondo i dati diffusi da Lab24, non ha coperto neppure il 15% dei potenziali destinatari, valore inferiore rispetto alla media nazionale e decisamente più basso rispetto ad alcune Regioni come l'Umbria e la Toscana che hanno già somministrato la terza dose a oltre 3/4 dei loro destinatari.

Il dato del vicino Alto Adige è molto interessante: sempre in coda per quanto riguarda l'avanzamento complessivo della campagna vaccinale (vedi figure precedenti), ma, sempre secondo il grafico pubblicato da Lab24, ha già somministrato oltre il 70% delle terze dosi fin qui programmate.

Andando a vedere il sito del Governo, si nota che il dato relativo alla terza dose vaccinale è suddiviso in due parti. In particolare, si distingue tra "dose addizionale" (circa 200 mila somministrazioni) e "richiamo (booster)" (circa 800 mila somministrazioni). In pratica si distingue tra la somministrazione della terza dose ai cosiddetti immunodepressi (di qualsiasi età) e quella fatta alle persone con almeno 80 anni di età. Il grafico pubblicato da Il Sole 24 Ore si riferisce solo alla prima categoria (immunodepressi) ed è qui che il Trentino registra un forte ritardo
 
Complessivamente il Trentino ha somministrato circa 10 mila terze dosi e quindi la copertura di coloro che hanno almeno 80 anni di età è migliore rispetto a quella degli immunodepressi. Complessivamente, circa il 21% dei trentini con almeno 80 anni di età ha ricevuto la terza dose (la percentuale comprende anche le persone over-80 vaccinate perché immunodepresse). A livello nazionale, il Molise presenta la percentuale migliore (49%), seguita dal Piemonte (29%) e Umbria (23%). Il dato del Trentino (21%) si colloca subito dopo. La media nazionale (13%) sconta il fatto che molte Regioni sono ancora in gravissimo ritardo e sono ancora sotto al 5%.

Resta il fatto che la forte crescita di contagi riscontrata nel corso degli ultimi giorni tra la popolazione più anziana completamente vaccinata (basta vedere i dati delle RSA) imporrebbe in tutta Italia una forte accelerazione del processo di somministrazione della terza dose vaccinale.


Aggiornamento sulla pandemia: ci sono più contagi, non solo per effetto del'aumento dei tamponi

Dopo molte settimane di continuo calo, questo venerdì vediamo alcuni indicatori in risalita. Nulla di drammatico, almeno per il momento,  ma un campanello d'allarme che ci ricorda quanto sia subdola la pandemia. 

Partiamo dal dato dei contagi che sconta - come largamente atteso - un significativo aumento legato al gran numero di tamponi fatti durante l'ultima settimana. L'introduzione del green-pass sui luoghi di lavoro, oltre alle ben note polemiche, ha portato anche all'intercettazione di numerosi positivi che - se non avessero fatto il tampone - avrebbero continuato a circolare liberamente. Nel corso delle prossime settimane vedremo se questo effetto rappresenta un semplice transitorio (in pratica sono contagi che c'erano anche in precedenza, ma sfuggivano alle statistiche) oppure se l'incremento è destinato a crescere ulteriormente.

In tutta Italia si segnala anche un aumento dei contagi riscontrati tra gli ospiti delle RSA e le persone più anziane. Ricordo che molte di queste persone sono state sottoposte a vaccinazione 8-9 mesi fa e si può ragionevolmente pensare che - per loro - l'efficacia dei vaccini sia ormai considerevolmente ridotta, soprattutto per quanto riguarda la protezione rispetto a qualsiasi forma di contagio. 

La somministrazione della terza dose è già partita e - se verrà conclusa in tempi brevi - potrà riportare in condizioni di sicurezza la parte più anziana della popolazione. Nel frattempo ci aspettiamo di contare più contagi (e purtroppo anche più decessi) tra gli anziani così come si era visto in Israele durante gli scorsi mesi di luglio e agosto.

Andamento dei contagi (linea grigia) e loro valore medio calcolato su base settimanale (linea blu). La linea azzurra rappresenta l'andamento dei contagi un anno fa

Il dato relativo ai ricoveri mostra un calo anche durante l'ultima settimana, ma si tratta di una riduzione percentualmente inferiore rispetto alle settimane precedenti. L'effetto è abbastanza chiaro e non rappresenta - per il momento - una vera e propria inversione di tendenza, ma certamente non è rassicurante. D'altra parte, se ci sono più anziani che si contagiano a causa della riduzione di efficacia del vaccino, è presumibile che una parte di loro dovrà ricorrere a cure di carattere ospedaliero.

Variazione percentuale del numero di posti letto occupati nei reparti Covid degli ospedali italiani (somma di tutti i reparti). Il saldo di questa settimana è ancora negativo (ci sono stati meno ricoveri rispetto alla settimana precedente), ma la tendenza al calo dei ricoveri si sta attenuando

Vediamo adesso il dato relativo alle nuove entrate nei reparti di terapia intensiva:

Nuovi ricoveri settimanali nei reparti Covid di terapia intensiva, normalizzati rispetto ad un campione di 100 mila abitanti

Anche questo dato sembra indicare una tendenza verso una certa stabilizzazione dei nuovi ricoveri che, nella peggiore delle ipotesi, potrebbe anticipare una ripresa dell'ondata pandemica. Qui di seguito vi mostro il confronto con la Gran Bretagna, che è ancora decisamente a favore dell'Italia:

Numero di posti letto occupati nei reparti Covid di terapia intensiva, normalizzati rispetto ad un campione di 100 mila abitanti. Il dato italiano (linea rossa) è meno della metà rispetto al dato della Gran Bretagna (linea blu). Ricordo che il dato britannico include solo coloro che sono collegati al respiratore, mentre quello italiano riguarda tutti i ricoverati

Per quanto riguarda i decessi ricordo - ancora una volta - che i dati sono spesso alterati (soprattutto per alcune Regioni italiane) dai forti ritardi con cui i casi vengono segnalati. Ad esempio, lo scorso 19 ottobre il numero dei decessi giornalieri è più che raddoppiato rispetto alla media a causa di alcuni "conguagli" effettuati a livello regionale. Questo porta a forti fluttuazioni dei dati che non svaniscono anche se viene effettuata una media su base settimanale.

Andamento dei decessi Covid comunicati giornalmente, normalizzati rispetto ad un campione di 100 mila abitanti. I dati sono normalizzati su base settimanale. I dati inglesi (linea blu) includono solo i decessi avvenuti entro 4 settimane dalla data del primo tampone positivo, mentre i dati italiani (linea rossa) includono tutti i decessi

Notiamo che l'ultimo dato sui decessi in Gran Bretagna è oltre 3 volte superiore rispetto al dato italiano. Il valore dei decessi in Gran Bretagna - dall’inizio di luglio in poi - è sempre stato decisamente superiore rispetto a quello italiano. Ricordo inoltre che le statistiche britanniche sottostimano il numero reale dei decessi perché includono solo quelli avvenuti entro 4 settimane dalla data del primo tampone positivo.

Passiamo infine al quadro europeo, così come è rappresentato dalle mappe ECDC:

Mappa della pandemia in Europa elaborata da ECDC

La Penisola iberica, la Francia e l'Italia appaiono in colore giallo-verde, mentre nella parte centro-orientale dell'Europa prevalgono i colori rosso e rosso scuro. A partire dal mese di luglio, abbiamo visto l'ondata pandemica associata alla variante Delta partire dalla Gran Bretagna arrivando nella Penisola iberica e muoversi successivamente da Ovest verso Est. 

L'arrivo nei Paesi dove c'è stata una ridotta adesione ai programmi vaccinali ha portato ad un forte incremento dei decessi che attualmente mostrano un picco in Romania e Bulgaria (circa 200 decessi ogni 2 settimane per ogni milione di abitanti) contro una media di circa 24 casi in Europa (in Italia, sono circa 10). Fermo restando che le statistiche sui decessi causati dalla Covid-19 variano moltissimo a seconda dei criteri adottati nei diversi Paesi (alcuni hanno "eliminato" il problema adottando criteri molto restrittivi per identificare tali decessi, soprattutto quando riguardano persone anziane) c'è una stretta correlazione tra la scarsa adesione al vaccino e l'aumento dei decessi Covid.


La vera storia dell'ivermectina: un farmaco da Premio Nobel, diventato una bufala nella lotta alla Covid-19

Questo articolo è stato scritto da Jeffrey R. Aeschlimann, professore di Farmacia a UConn (University of Connecticut, USA). Qui di seguito, riporto una traduzione in italiano dell'articolo originale che è stato pubblicato su The Conversation.


L'ivermectina è un farmaco che potremmo definire "miracoloso" perché  che da oltre 30 anni viene utilizzato per trattare numerose gravi infezioni parassitarie. La sua influenza sulla salute globale è stata così significativa che due dei ricercatori chiave che hanno contribuito alla sua scoperta hanno vinto il Premio Nobel nel 2015. Purtroppo, sebbene l'ivermectina sia stata un punto di svolta per la cura delle persone affette da determinate malattie infettive, non salverà i pazienti dall'infezione da SARS-CoV-2. In realtà, oltre a non produrre benefici, potrebbe mettere a repentaglio la loro vita.

L'ivermectina è comunemente usata per trattare e controllare i parassiti negli animali, compresi i cavalli. L'ivermectina è stata identificata per la prima volta negli anni '70, durante un progetto di screening di farmaci veterinari presso Merck Pharmaceuticals. I ricercatori si sono concentrati sulla scoperta di sostanze chimiche che potrebbero potenzialmente trattare le infezioni parassitarie negli animali. I parassiti comuni includono i nematodi, come i platelminti  e artropodi, come pulci e pidocchi. Tutti questi organismi infettivi sono molto diversi dai virus.

Merck ha collaborato con il Kitasato Institute, una struttura di ricerca medica in Giappone. Satoshi Omura e il suo team hanno isolato un gruppo di sostanze chimiche chiamate avermectina da batteri trovati in un singolo campione di terreno vicino a un campo da golf giapponese. La ricerca sull'avermectina è proseguita per circa cinque anni. Merck e il Kitasato Institute hanno sviluppato una forma meno tossica che chiamarono ivermectina che è stata stato approvata nel 1981 per l'uso in medicina veterinaria, in particolare per il trattamento di infezioni parassitarie nel bestiame e negli animali domestici con il marchio Ivomec.

I primi esperimenti condotti da William Campbell e dal suo team di ricerca attivo presso i laboratori Merck hanno permesso di scoprire che il farmaco funzionava anche contro un parassita umano che causa un'infezione chiamata cecità fluviale. La cecità fluviale, nota anche come oncocercosi, è la seconda causa di cecità prevenibile nel mondo. È trasmessa all'uomo dai simulidi portatori del verme parassita Onchocerca volvulus e si verifica prevalentemente in Africa. L’ivermectina è stata sottoposta a prove per curare la cecità fluviale nel 1982 ed è stato approvata nel 1987. Da allora è stato distribuita gratuitamente attraverso il Programma di donazione Mectizan a dozzine di paesi.

Grazie all'ivermectina, la cecità fluviale è stata sostanzialmente eliminata in 11 paesi dell'America Latina, prevenendo circa 600.000 casi di cecità. Due decenni di intenso lavoro per scoprire, sviluppare e distribuire l'ivermectina hanno contribuito a ridurre significativamente la sofferenza umana causata dalla cecità fluviale. Sono questi gli sforzi che sono stati riconosciuti dal Premio Nobel 2015 per la Medicina, assegnato a William Campbell e a Satoshi Omura per la loro leadership in questa ricerca innovativa.

I ricercatori che si occupano di malattie infettive tentano spesso di riutilizzare gli antimicrobici e altri farmaci per curare altri tipi di infezioni, diverse rispetto a quelle per le quali i farmaci sono stati approvati. Il riutilizzo dei farmaci è un processo molto interessante perché l'approvazione per un nuovo uso può avvenire molto rapidamente e ad un costo inferiore, poiché quasi tutta la ricerca di base necessaria per l'approvazione del farmaco è già stata completata. 
 
Negli anni trascorsi da quando è stato approvato per il trattamento della cecità fluviale, l'ivermectina ha dimostrato di essere altamente efficace anche contro altre infezioni parassitarie. Tra queste va ricordata la strongiloidiasi, un'infezione da ascaridi intestinale, che colpisce da 30 a 100 milioni di persone in tutto il mondo.

Altri esempi noti di riutilizzo di farmaci riguardano, ad esempio, l'amfotericina B, originariamente approvata per il trattamento delle infezioni da lieviti e muffe umane. I ricercatori hanno scoperto che può anche essere un trattamento efficace per forme gravi di leismaniosi, un'infezione parassitaria prevalente nei paesi tropicali e subtropicali. Allo stesso modo, la doxiciclina, un antibiotico utilizzato per un'ampia varietà di infezioni batteriche umane come la polmonite e la malattia di Lyme, si è rivelato molto efficace anche nella prevenzione e nel trattamento della malaria.

Tuttavia, non tutti i tentativi di riproporre un farmaco funzionano come sperato. All'inizio della pandemia, scienziati e medici hanno cercato di trovare farmaci ampiamente disponibili e poco costosi da riutilizzare per il trattamento e la prevenzione della COVID-19. 
 
La clorochina e l'idrossiclorochina erano due di questi farmaci. Erano stati scelti per i possibili effetti antivirali documentati negli studi di laboratorio e per i dati limitati relativi ad alcuni casi aneddotici riportati durante la comparsa dei primi focolai di COVID-19 in Cina. Tuttavia, ampi studi clinici su questi farmaci non hanno evidenziato l'esistenza di benefici significativi per il trattamento della COVID-19. Ciò era in parte dovuto ai gravi effetti tossici sperimentati dai pazienti prima che i farmaci raggiungessero una dose sufficientemente elevata da inibire o uccidere il virus.

Sfortunatamente, le lezioni di questi tentativi falliti non sono state applicate all'ivermectina. 
 
La falsa speranza sull'uso dell'ivermectina per il trattamento del COVID-19 è nata da uno studio di laboratorio dell'aprile 2020 fatto in Australia. I risultati di questo studio sono stati pubblicati, ma hanno subito generato molti dubbi tra gli esperti. In particolare, la concentrazione di ivermectina che era stata usata nei test australiani era da 20 a 2.000 volte superiore ai dosaggi standard usati per trattare le infezioni parassitarie umane. Tali alte concentrazioni del farmaco potrebbero essere significativamente tossiche. 
 
Un altro lavoro comunemente citato sui presunti effetti dell'ivermectina contro il COVID-19 è stato ritirato nel luglio 2021 dopo che sono stati riscontrati gravi difetti nello studio. Questi difetti andavano da analisi statistiche errate a discrepanze tra i dati raccolti e i risultati pubblicati, alle cartelle cliniche duplicate e all'inclusione di soggetti deceduti prima ancora di entrare a far parte dello studio. Almeno altri due studi, spesso citati a sostegno dell’uso dell’ivermectina nel trattamento della Covid-19, hanno sollevato gravi dubbi e sono stati accusati di frode scientifica.

Al momento della stesura di questo articolo, due ampi studi clinici randomizzati non hanno mostrato alcun beneficio significativo dall'uso dell'ivermectina per il trattamento della COVID-19. Rinomate organizzazioni sanitarie nazionali e internazionali, tra cui l'Organizzazione mondiale della sanità, i Centri per il controllo e la prevenzione delle malattie, il National Institutes of Health, la Food and Drug Administration e la Infectious Diseases Society of America, raccomandano all'unanimità di non utilizzare l'ivermectina per prevenire o trattare la COVID-19, se non nel contesto di una sperimentazione clinica.

Purtroppo, molte organizzazioni con dubbie intenzioni hanno continuato a promuovere l'uso infondato dell'invermectina per il COVID-19. Ciò ha portato a un drammatico aumento delle prescrizioni di ivermectina e a un'ondata di chiamate ai centri antiveleni statunitensi per overdose di ivermectina. Molte chiamate erano dovute all'ingestione di grandi quantità di prodotti veterinari contenenti ivermectina: nel settembre 2021 sono stati segnalati due decessi legati a overdose di ivermectina.

L'ivermectina, usata correttamente, ha prevenuto milioni di malattie infettive potenzialmente fatali e debilitanti. È un farmaco pensato per essere prescritto solo per il trattamento di infezioni causate da parassiti. Non è pensato per essere prescritto da parassiti umani che cercano di estorcere denaro a persone disperate durante una pandemia.

Speriamo che questo sfortunato e tragico capitolo della storia - altrimenti incredibilmente positiva - di un farmaco salvavita, si concluda rapidamente.