mercoledì 30 settembre 2020

Segnalazione su Science: nuovi anticorpi superpotenti per combattere il SARS-CoV-2

In un articolo apparso sulla prestigiosa rivista Science viene presentato il risultato di una vasta collaborazione internazionale che ha permesso di selezionare due anticorpi "superpotenti" che sembrano essere particolarmente efficaci nel contrasto al virus SARS-CoV-2. Tra i diversi gruppi di ricerca che hanno partecipato al lavoro c'è anche un gruppo dell'Ospedale Universitario Sacco di Milano diretto dal prof. Galli.

M.A. Tortoric et al. "Ultrapotent human antibodies protect against SARS-CoV-2 challenge via multiple mechanisms"; Science 24 sep. 2020; DOI:10.1126/science.abe3354   

L'articolo non  è certamente il primo di questo tipo e da molti mesi si sta cercando di trovare nel plasma dei pazienti guariti gli anticorpi più efficaci per la lotta al virus e di produrli artificialmente per curare i malati di Covid-19. Proprio in questi giorni l'impresa biotecnologica Regeneron ha annunciato i primi risultati positivi della sperimentazione su pazienti con sintomi non gravi (non ospedalizzati) di un cocktail di anticorpi di sua produzione. 

Come riportato nell'articolo, il fatto che ne stiano stati selezionati due, tutti classificabili come "superpotenti" è importante perché l'uso di un solo anticorpo potrebbe indurre la selezione di una variante del virus ancora più aggressiva di quella attuale. Si tratta di un problema da non sottovalutare perché potrebbe rappresentare un serio limite per questo tipo di terapia. Ovviamente se invece di un unico anticorpo si utilizzasse un cocktail contenente anticorpi diversi che agiscono con meccanismi complementari, il problema delle possibili mutazioni del virus verrebbe ridimensionato.

Attualmente è in corso il tentativo di produrre questi due anticorpi per via artificiale, in modo da renderli disponibili in quantità apprezzabile. Potrebbero essere utilizzati sia per curare i malati sia a scopo preventivo per soggetti ad alto rischio. Come per tutti gli altri anticorpi artificiali rimane il limite del costo di produzione che è molto elevato (parliamo di cifre intorno a 1000 Euro per ciascun trattamento). 

Al momento non è ancora partita la sperimentazione di questi due nuovi anticorpi su esseri umani e quindi ci vorrà tempo prima che questi due anticorpi possano essere eventualmente utilizzati per trattare i malati di Covid-19. Si tratta comunque di un ulteriore passo in avanti - non sappiamo quanto effettivamente rilevante - per l'affinamento delle terapie a cui sottoporre i malati di Covid-19.

Mascherine, contrordine compagni!

Il motto “contrordine compagni!” fa tornare in mente ai lettori meno giovani i vecchi film di Beppone e Don Camillo, basati sui romanzi di Giovannino Guareschi. Ho adattato il motto al tema delle mascherine ed, in particolare, alle indicazioni fornite alle truppe leghiste su tale argomento.

Fino a qualche settimana fa il “capitano” leghista era in prima fila tra i negazionisti. Organizzava convegni al Senato in cui si negava l’utilità delle mascherine. Molti di quei compagni d’avventura si sono nel frattempo defilati, a parte un noto critico d’arte che come virologo non è un granché e rischia di fare la fine "dell’ultimo giapponese" dell’esercito dei negazionisti. Comunque i leghisti di provata fede (almeno quelli di rito ambrosiano) fino a poche settimane fa si guardavano bene dal mostrarsi con le mascherine calate sul viso.

Passato il primo turno elettorale non esattamente esaltante per i leghisti trentini, nell’affannosa ricerca di rimediare qualche voto per gli imminenti ballottaggi, il Presidente pro-tempore della Provincia Autonoma di Trento ha pensato bene di chiedere aiuto al vicino "Doge". Oggi ha organizzato un tour elettorale con il Governatore veneto nelle terre trentine che già furono sotto il dominio della Serenissima Repubblica. Zaia è arrivato raccogliendo applausi con il suo stile concreto che bada al sodo. Nella foga del discorso gli è scappata anche qualche frase classificabile tra le fake news come quella secondo cui attualmente il 95% dei positivi sarebbe asintomatico. Forse si riferiva anche ai positivi che sfuggono ai controlli (ammesso di sapere quanti possano essere), considerato che il 6% circa degli attualmente positivi si trova ricoverato in ospedale e molti sintomatici non gravi sono trattati nelle loro abitazioni. Si tratta comunque di un peccato veniale, subito rimediato da un lungo ed accorato appello ad indossare la mascherina. Appello pienamente sottoscrivibile da chiunque, indipendentemente dalle inclinazioni politiche personali.

Il repentino cambio di linea a proposito delle mascherine ha disorientato le truppe leghiste che ancora si attenevano alle indicazioni del loro "capitano". Che fare si sono domandati. Qualcuno è corso nella farmacia più vicina per acquistare almeno un pacco di mascherine chirurgiche. I più ligi si sono addirittura dotati di mascherine FFP2 e girano senza calarsele mai dal volto.

Come si dice: tutto è bene quel che finisce bene. Non ho idea se l’arrivo di Zaia servirà a spostare l’asse della bilancia dei ballottaggi previsti per domenica prossima. Comunque se qualche trentino d’ora in avanti farà un uso più responsabile della mascherina, l’arrivo di Zaia non sarà stato inutile.

Contro la Covid-19 nessuna azione è di per sé risolutiva: e allora cosa possiamo fare?

Il dibattito di questi giorni sull'utilizzo dei tamponi ha aumentato la percezione che nessuna azione di contrasto alla Covid-19 sia di per sé  risolutiva. La percezione è corretta, ma non ci deve gettare nello sconforto. In linea di principio, l'unico modo - del tutto astratto - veramente efficace per eradicare la pandemia sarebbe quello di isolare ciascuno di noi rispetto a tutti gli altri per un congruo numero di settimane (almeno due, ma probabilmente ce ne vorrebbero molte di più). Una specie di super-lockdown planetario impossibile da praticare che produrrebbe - tra l'altro - danni ingentissimi sia sul fronte della salute (perché le altre malattie continuano ad esserci e devono essere curate) che su quello economico. Torniamo con i piedi per terra e vediamo un po' più in dettaglio come stanno le cose.

All'inizio della pandemia, ciascun contagiato trasferiva mediamente il contagio ad altre tre persone. Il numero dei contagiati cresceva con andamento esponenziale ed i clinici avevano idee piuttosto vaghe rispetto ai protocolli terapeutici da applicare alla nuova malattia. Pensare, come sostengono alcuni, che prima o poi torneremo in una situazione analoga non ha molto senso, a meno che il virus nel frattempo evolva dando spazio ad una forma geneticamente molto diversa rispetto a quella attuale che renda la Covid-19 decisamente più letale. Questa ipotesi è puramente accademica e fa il paio con l'ipotesi simmetrica che l'evoluzione naturale del virus lo trasformi in qualcosa di simile ai coronavirus che provocano il semplice raffreddore. Al momento, non ci sono solide indicazioni né in un senso, né nell'altro. Ragioniamo quindi sul virus così come lo conosciamo oggi, sempre pronti a rivedere le nostre idee quando ci saranno robuste prove scientifiche di una significativa evoluzione del virus.

Spesso utilizziamo una espressione "convivere con il virus" che ha un doppio significato: limitarne la circolazione e ridurre i danni sanitari prodotti dai contagi. Mascherine, lavaggio delle mani, riduzione delle interazioni sociali (anche senza arrivare a rigidi lockdown), uso esteso e razionale dei tamponi molecolari e degli altri strumenti diagnostici, isolamento delle persone positive, ricerca dei contatti dei contagiati per circoscivere sul nascere eventuali focolai, misure di protezione per le categorie più fragili sono tutte azioni che possono essere classificate come "di per sé non risolutive". Alcune di queste azioni sono affidate al senso di responsabilità dei singoli, altre ricadono sotto la regia e la responsabilità delle Autorità politiche e sanitarie. Se il contagio si diffonde non basta gridare "piove, governo ladro!". Tutti noi dobbiamo comportarci responsabilmente e dalle Autorità dobbiamo pretendere che vengano messe in atto strategie lungimiranti e coerenti, risparmiandoci promesse e annunci inutili che alla fine si ritorcono contro chi li fa.

La stessa "immunità di gregge" non è affatto "di per sé risoltiva". Come abbiamo visto in precedenti post c'è evidenza di casi di re-infezione a pochi mesi di distanza una dall'altra e sono numerose le pubblicazioni scientifiche che riportano di una rapida discesa del livello degli anticorpi misurati in alcuni malati nell'arco di qualche mese. La questione è ancora dibattuta, ma certamente chi ha già contratto la Covid-19 non può essere sicuro di aver acquisito una immunità duratura. 

Anche il vaccino (almeno i primi che saranno resi disponili) non sarà propabilmente "di per sè risolutivo". Le aziende impegnate nei principali progetti stimano che sia possibile raggiungere un livello di efficienza di almeno il 50-60%. Sarebbe già un grosso risultato e potrebbe contribuire a ridurre drasticamente la circolazione del virus soprattutto tra le categorie più a rischio. Al momento il vaccino non c'è ancora e dobbiamo lavorare con gli strumenti di cui disponiamo. Nessuno risolutivo, ma tutti utili per portare i tre contagi medi di inizio pandemia ad una valore il più possibile inferiore ad uno. Solo così potremo contenere il livello dei contagi sotto una soglia accettabile, anche se non possiamo escludere grosse fluttuazioni temporali. L'importante è che la situazione non degeneri dal punto di vista sanitario e che gli ospedali non si saturino così come era accaduto ad inizio pandemia.

Anche sul fronte della cura dei malati più gravi sono stati fatti dei progressi, anch'essi "non di per sé risolutivi". Non c'è ancora una cura specifica, ma i protocolli sanitari sono stati messi a punto e continuano a migliorare mese dopo mese. L'individuazione precoce dei casi di contagio che possono portare alle complicanze più pericolose, il tempestivo ricovero e trattamento dei malati prima che le complicanze insorgano, il trattamento dei casi più gravi con opportune combinazioni di farmaci sono la chiave di volta per ridurre la letalità della Covid-19. Ovviamente se arrivasse un farmaco specifico tutto sarebbe più semplice, ma anche dal punto di vista sanitario siamo in una situazione molto migliore rispetto a quella sperimentata all'inizio della Pandemia.

In conclusione, ben vengano i dibattiti sui limiti delle diverse azioni di contrasto alla Covid-19, soprattutto se servono a dissipare definitivamente il messaggio da "liberi tutti" che tanti danni ha provocato durante la stagione estiva. Ma non dobbiamo mai dimenticare che la combinazione di tanti strumenti (tutti di per sé non risolutivi) ci aiuta comunque a gestire al meglio la situazione. 

Del resto, se ci pensate bene, nella vita l'unica azione risolutiva al 100% è la morte. Il più tardi possibile ovviamente.



martedì 29 settembre 2020

Aggiornamento sui ricoveri in Italia e in Trentino

Aggiornamento settimanale su contagi e ricoveri, partendo dai dati nazionali. Tutti i parametri sono in crescita, con oltre 50.000 pazienti attualmente positivi e non si vedono, per il momento, segni di inversione della tendenza iniziata a metà luglio. La situazione è certamente meno grave rispetto a Paesi vicini come Francia e Spagna, ma se andremo avanti così ancora per diverse settimane finiremo fatalmente in una situazione critica anche in Italia.

I grafici aggiornati sono mostrati qui di seguito:




Le ultime settimane mostrano che la frazione di attualmente positivi che richiede un ricovero ospedaliero è tornata a crescere, interrompendo la lieve discesa a cui avevamo assistito durante gran parte dell'estate ed attualmente si trova stabilmente sopra il 6%:

Continua a crescere la frazione di attualmente positivi che richiedono un ricovero in terapia intensiva:

Da notare che nelle ultime settimane il numero dei decessi da Covid-19 ha mostrato un sensibile aumento anche in Italia, attestandosi attualmente tra circa 100 e 150 casi settimanali. Si tratta  di persone che erano presubilmente ricoverate in ospedale, non necessariamente in terapia intensiva. Poichè nel mese di settembre il numero delle persone ricoverate (in tutti i reparti Covid, terapie intensive incluse) è cresciuto di circa 500 unità alla settimana, correggendo per il numero dei decessi che comunque "liberano posti" negli ospedali, otterremmo un incremento più ampio del 20-30%. 

I dati trentini relativi ai nuovi contagi settimanali ed alla media settimanale dei ricoveri ospedalieri sono riportati qui di seguito:


Notiamo una crescita della media dei ricoveri (punti blu) che si mantengono comunque ad un livello inferiore rispetto al dato nazionale (il 6% dei 587 trentini attualmente positivi porterebbe ad una stima di 35 ricoveri, circa il triplo dei valori attuali). Per quanto riguarda i contagi (punti rossi), le ultime settimane mostrano in Trentino un livello più o meno stabile oscillante intorno a circa 200 nuovi contagi settimanali. Un dato che, rapportato alla popolazione, ha portato il Trentino in testa alle classifiche nazionali dei nuovi contagi, come abbiamo già discusso in altri precedenti post. Sappiamo che ci sono forti contributi legati a specifici focolai, anche se oggi, nell'ambito del Convegno nazionale del FADOI, la Società scientifica italiana di medicina interna, il Trentino è stato segnalato come un esempio negativo perché, nel corso dell'ultima settimana, non sarebbe stato possibile tracciare (risalire all'origine) oltre il 60% dei nuovi contagi rilevati. La notizia è stata ampiamente ripresa da diversi organi di stampa anche se, personalmente, non sono riuscito a verificarla. Gli scarni comunicati emessi da APSS Trento non mi consentono  di dire se quanto riportato dal FADOI sia un dato reale. Se fosse così sarebbe preoccupante, soprattutto in prospettiva futura.





Anche la Covid-19 ha i suoi tempi

L'episodio di contagio diffuso che ha colpito la squadra di calcio del Genoa  ha gettato nello sconforto i tifosi che già assaporavano la possibilità di tornare, sia pure con qualche limitazione, negli stadi ed ora vedono il rischio di un arresto del campionato. Analoghi episodi hanno riguardato recentemente le squadre di altri sport agonistici. ma il caso del Genoa è certamente quello che ha attirato la maggiore attenzione mediatica. Un noto infettivilogo genovese ha definito l'episodio come "la Waterloo dei tamponi", ma il suo è un giudizio di parte perché notoriamente il famoso clinico è incline a dare maggiore rilevanza ai sintomi manifestati dai pazienti, piuttosto che alle analisi di laboratorio.

Senza entrare nella vexata quaestio che vede contrapposti virologi e infettivologi, io vorrei sottolineare un aspetto di carattere generale che va ben oltre il caso specifico. Vorrei partire ricordando che, fin dall'inizio della pandemia, i giocatori della Seria A non hanno mai avuto problemi ad accedere ai tamponi (anche a fine inverno quando fare un tampone era difficile perfino per chi mostrava sintomi gravi). Non è assolutamente mia intenzione fare un discorso di stampo moralistico. Dietro al calcio professionistico c'è un pezzo di economia rilevante ed è naturale che i giocatori siano trattati come un "bene prezioso". Del resto i tamponi fatti ai giocatori di calcio non sono mai stati sottratti agli altri malati. L'analisi dei tamponi è stata affidata a strutture private, senza oneri per la Sanità pubblica. Il punto che mi interessa sottolineare è che - neppure somministrando tamponi a distanza ravvicinata - è possibile evitare al 100% che il virus si infiltri all'interno di una comunità ristretta. Ovviamente se si applicano molti tamponi la probabilità di bloccare l'ingresso del virus sale considerevolmente, ma la certezza assoluta di bloccare la propagazione del contagio non può mai essere raggiunta. Fermo restando che i numeri precisi relativi a questo episodio saranno disponibili dopo che arriveranno i risultati dei test di conferma, più che di una "Waterloo dei tamponi" parlerei più propriamente di limiti dei tamponi. 

Limiti che sono ben noti da sempre e che non dobbiamo mai dimenticare. La Covid-19 ha i suoi tempi. Ci vogliono fino a 14 giorni (con una mediana di circa 5 giorni) tra il momento del contagio e quello in cui il paziente incomincia a mostrare gli (eventuali) sintomi. Anche a livello di contagiosità le cose non sono immediate e sappiamo che possono passare fino a 4-5 giorni dal contagio prima che il tampone diventi positivo. Questo è il motivo per il quale le persone vengono convocate per fare il tampone con alcuni giorni di ritardo rispetto alla segnalazione di una possibile esposizione al contagio. Ritardo che talvolta viene interpretato come una carenza dei sistemi di somministrazione dei tamponi, ma non è sempre così. Se fatto troppo presto, un tampone oggi negativo non esclude che la stessa persona possa risultare positiva il giorno seguente o pochi giorni dopo. 

Questa considerazione è talvolta utilizzata per motivare la decisione di non fare mai tamponi a scopo preventivo. Tuttavia, tra fare un tampone a tutti, tutti i giorni e non farlo mai a nessuno, si può trovare una via di mezzo che, pur non escludendo la possibilità che si verifichino episodi come quello che ha riguardato la squadra di calcio del Genoa, riduca comunque la possibilità che il contagio si diffonda incontrollato. Non ci sono formule semplici per decidere quale sia la frequenza ottimale dei cosiddetti "tamponi preventivi", ma ciò non toglie che i tamponi preventivi, se ben mirati, possano essere molto utili. Non solo quando dobbiamo proteggere i nostri preziosi calciatori di Serie A, ma soprattutto, quando abbiamo a che fare con le persone più anziane e fragili.

lunedì 28 settembre 2020

Aggiornamento 28 settembre della distribuzione regionale dei ricoveri

Oggi i ricoveri nei reparti Covid degli ospedali italiani hanno sfiorato quota 3000 nei reparti ordinari a cui si aggiungono 264 ricoveri nei reparti di terapia intensiva. Questi dati confermano la crescita registrata durante tutto il mese di ottobre e vanno letti tenendo conto che purtroppo un certo numero di ricoveri si risolvono con il decesso dei pazienti. Non sempre un (temporaneo) calo dei ricoveri è un segno positivo. Il numero dei decessi giornalieri sembra essersi attestato tra 15 e 20 unità ed oggi, dopo oltre tre mesi, anche il Trentino ha dovuto registrare un evento funesto. Possiamo concludere che la "tregua estiva" è definitivamente svanita.

Aldilà dell'incremento numerico, anche i dati di questa settimana confermano che la distribuzione dell'epidemia è profondamente cambiata rispetto ai dati di fine inverno. Ora sono le grandi Regioni del Centro-Sud a registrare il numero maggiore di ricoveri (normalizzati rispetto ad un campione di 100.000 abitanti). La media odierna, calcolata a livello nazionale, è pari a circa 5,4 ricoveri per ogni 100.000 abitanti (considerando la somma dei ricoveri nei reparti ordinari ed in quelli di terapia intensiva). La distribuzione geografica dei ricoveri è mostrata nella figura seguente:

Elaborato su dati del Ministero della Salute, distribuiti dalla Protezione Civile Nazionale

Lazio e Liguria sono appaiate in testa alla classifica della densità di ricoveri che è decisamente più alta rispetto alle altre Regioni/PPAA. Il dato ligure può essere parzialmente spiegato tenendo conto che la popolazione ligure è quella più anziana d'Italia. Inoltre a La Spezia è in atto da giorni un focolaio di particolare intensità che certamente ha contribuito ad aggravare la situazione. Potrebbe esserci anche un effetto legato alla vicina Costa Azzurra, dove gli ospedali sono in condizioni di grave emergenza e sono ormai costretti a trasferire una parte dei pazienti più gravi nelle terapie intensive degli ospedali parigini. Non si può escludere che una parte dei numerosi italiani che vivono gran parte del loro tempo in Costa Azzurra, in caso di grave contagio abbiano preferito rientrare in Italia ed essere ricoverati in un ospedale ligure. Il dato laziale è poco più alto rispetto a quello ligure a testimonianza di una situazione che ha iniziato a deteriorarsi con la massicia importazione di contagi legati all'effetto "Costa Smeralda" ed è progressivamente peggiorata nel corso delle ultime settimane destando non poche preoccupazioni.

Dopo il duo di testa, seguono Campania, Sardegna, Sicilia e Puglia. Sono tutte Regioni che erano state toccate relativamente poco dalla fase acuta iniziale della pandemia, ma ora si trovano in condizioni pouttosto serie. La Provincia Autonoma di Bolzano, pur mostrando un livello di ricoveri lievemente inferiore rispetto alla media nazionale, è - dopo la Liguria - il secondo territorio del Nord ad apparire nelle posizioni di testa della non invidiabile classifica. La Provincia Autonoma di Trento, pur registrando un livello di contagi molto elevato (simile a quello di Liguria e Provincia Autonoma di Bolzano) si trova localizzata in fascia bassa. Per capire come ciò sia possibile sarebbe interessante disporre di maggiori informazioni sull'età media dei contagiati nelle tre Regioni/PPAA. Sappiamo che la probabilità di dover ricorrere ad un ricovero ospedaliero cresce sensibilmente con l'età delle persone contagiate e questo potrebbe spiegare la discrepanza. Si tratta naturalmente solo di una ipotesi, tutta da verificare.



L'affascinante (e non provata) teoria della mascherina come agente per la "vaiolizzazione" da SARS-CoV-2

In un contributo apparso sul New England Journal of Medicine, Monica Gandhi e George W. Rutherford dell'Università di California, San Francisco avanzano l'ipotesi che l'uso sistematico delle mascherine oltre a proteggere da forme di contagio intenso possa produrre nel tempo un certo tipo di risposta immunitaria al virus SARS-CoV-2. L'argomento è stato prontamente ripreso da numerosi quotidiani italiani e internazionali

In pratica poichè nessuna mascherina garantisce un filtaggio del virus in entrata pari al 100% (si va da circa il 70% fino al 99% a seconda del modello) durante un eventuale contatto con un soggetto infetto chi indossa la mascherina inalerebbe comunque una ridotta carica virale. Tale carica sarebbe spesso sotto la soglia necessara per trasferire il contagio (soglia che per la verità nessuno conosce esattamente) perché il sistema immunitario, anche in assenza di difese specifiche, non avrebbe difficoltà ad eliminare il virus grazie alla sua concentrazione estremamente bassa. Uno o più episodi di questo tipo addestrerebbero il sistema immunitario a riconoscere il SARS-CoV-2 aumentando l'efficacia della risposta immunitaria nelle eventuali successive esposizioni. Questo potrebbe produrre in una crescente frazione della popolazione una sorta di immunità che contribuirebbe a ridurre la probabilità di essere contagiati e che, in caso di contagio, porterebbe a forme più lievi della malattia.

Si tratterebbe quindi di una immunità acquisita assumendo piccole dosi di virus in tempi successivi, un po' come il re Mitridate faceva con i veleni. Nel caso specifico il termine corretto da utilizzare sarebbe quello di vaiolizzazione (detta anche variolizzazione dal latino Variolis), una pratica (abbandonata dopo l'introduzione del vaccino), che produceva (non senza seri rischi)  una immunizzazione al vaiolo di soggetti sani a cui veniva inoculata una piccola quantità di materiale virale prelevato dalle lesioni di malati non gravi. 

La teoria è suggestiva, ma come riconoscono gli stessi proponenti, servirebbero studi approfonditi prima di poter affermare che abbia una solida evidenza scientifica. In particolare, è difficile separare l'effetto meccanico certo della mascherina (riduzione della carica virale ricevuta in caso di contatto con una persona virologicamente positiva) dall'effetto incerto (potenziamento del sistema immunitario dovuto a piccole quantità di virus inalate in precedenza che potrebbe ridurre la probabilità di contagio o la severità della malattia). Sarebbe disastroso - aggiungo io - se qualcuno dopo aver indossato la mascherina per mesi, decidesse di non metterla più illudendosi di essere ormai diventato immune. 

Tutte le argomentazioni presentate in questo lavoro potrebbero essere solo un incentivo per favorire un uso più estensivo delle mascherine che comunque rimangono uno strumento essenziale per limitare la circolazione del virus. Personalmente, non ho le competenze necessarie per esprimere un parere di merito sulla teoria proposta dai due ricercatori californiani. I commenti degli esperti non sono univoci, come è normale di fronte ad un argomento non verificato sperimentalmente. Rimane - a mio avviso - lo stimolo a considerare il problema dello sviluppo della pandemia nella sua complessità. Vedo troppo spesso girare modelli elementari e scarsamente affidabili. La pandemia procede con la sua scia di lutti e danni sanitari ed economici, ma i meccanismi che la governano sono estremamente complicati. Ci sono, in particolare, una serie di effetti secondari che non si possono individuare e dimostrare con facilità, esattamente come quello proposto nell'articolo citato in questo post.

domenica 27 settembre 2020

La complessa relazione esistente tra tamponi fatti e contagi trovati

Fin dall'inizio della pandemia di Covid-19 uno dei temi più dibattuti è stato quello dell'utilizzo dei cosiddetti tamponi e del loro numero ottimale. In linea di principio siamo tutti d'accordo sul fatto che più tamponi si fanno, più persone virologicamente positive si trovano, ma come vedremo in questo post la relazione esistente tra il numero di tamponi fatti ed il numero di casi accertati è tutt'altro che lineare. In altre parole, non basta fare molti tamponi, ma bisogna farli alle persone giuste. Se si fanno tamponi a caso si può tranquillizzare l'opinione pubblica sostenendo che si fanno molti tamponi, ma si rischia di non trovare molte delle persone contagiate, impedendo una ulteriore crescita dei contagi.

Per capire meglio il punto, partiamo dalla classificazioni dei diversi scopi affidati ai tamponi che sono alquanto diversi tra loro. Grossolanamente possiamo individuare almeno cinque diverse categorie di tamponi che abbiamo rappresentato in figura con tratti di colore diverso:

Modello semplificato che esprime la relazione tra il numero di tamponi eseguiti (asse orizzontale) ed il numero di nuovi contagi rilevati (asse verticale). Vedi il testo per i dettagli.

 

  1. Tamponi utilizzati per verificare le condizioni delle persone "attualmente positive". Questi tamponi non ci permettono di scoprire nuovi positivi, ma ci danno informazioni sulle condizioni di coloro che erano stati riconosciuti come positivi nelle settimane (talvolta mesi) precedenti. Sappiamo che ci vogliono due tamponi negativi consecutivi per poter essere liberati dai vincoli della quarantena. Il carico di lavoro dipende dal numero di persone attualmente positive. Tale numero era sceso considerevolmente durante l'estate, ma attualmente è di nuovo in forte crescita. Nella figura rappresentiamo questi tamponi come un tratto di colore nero.
  2. Il primo tipo di tamponi veramente "diagnostici" è quello che riguarda le persone che manifestano sintomi. Possono essere persone che si sono presentate al pronto soccorso di qualche ospedale o si sono rivolte al loro medico di famiglia e sono state indirizzate ai centri di somministrazione dei tamponi. Con la riapertura delle Scuole stanno crescendo i casi di studenti che sono rimasti a casa dopo aver manifestato sintomi compatibili con la Covid-19 e devono ricorrere al tampone. L'arrivo delle malattie invernali porterà ad un aumento sensibile delle persone che manifestano sintomi e devono essere sottoposte a tampone. Come conseguenza crescerà sensibilmente il carico dei laboratori di analisi che dovranno essere in grado di analizzare tutti i tamponi fatti. I tamponi fatti ai sintomatici sono rappresentati nel grafico con la retta di colore giallo. Il numero di tamponi da fare è ben preciso e pari al numero di persone che manifestano sintomi. All'inizio della pandemia i tamponi che si facevano erano sostanzialmente solo questi e talvolta neppure tutti quelli necessari. A quel tempo il termine "asintomatico" riecheggiava solo nelle cronache da Vo' Euganeo.
  3. Un secondo caso di tamponi "diagnostici" riguarda la individuazione dei cosiddetti focolai. Si opera a livello concentrico, estendendo l'analisi fino a che il tasso di rilevamento di nuovi positivi non diventi trascurabile. Proprio per questo motivo ci aspettiamo di vedere un effetto di saturazione che è mostrato nel grafico dal tratto di colore blu. Vedete che oltre un certo livello di tamponi (difficile da prevedere a priori) ulteriori tamponi non portano all'individuazione di nuovi positivi. Solo a questo punto possiamo ragionevolmente pensare di aver circoscritto il focolaio (ovviamente non bastano i tamponi se non sono accompagnati da precise e verificate misure di quarantena).
  4. Il tratto rosso della curva rappresenta i cosiddetti tamponi positivi di importazione, fatti cioè a persone che siano appena rientrate da altri territori dove la circolazione del virus sia particolarmente intensa. Parliamo in particolare di persone asintomatiche, perché quelle che manifestano sintomi dovrebbero essere comunque già comprese nella categoria numero 2 (vedi sopra). Il numero di tamponi da eseguire è pari al numero delle persone che sono arrivate da zone a particolare rischio ed è quindi soggetto a forti fluttuazioni (ferie estive, arrivo di lavoratori stagionali, ecc.).
  5. Parliamo infine dei tamponi fatti a persone che, anche se positive, sono comunque asintomatiche (tratto verde tratteggiato della curva). Una categoria particolarmente insidiosa perché portatrice inconsapevole del virus. Se si scelgono le persone a caso (a differenza di coloro che sono collegabili ad un focolaio) la probabilità di trovare casi positivi è piuttosto bassa. Nell'esempio mostrato in figura se passassimo da 5.000 a 10.000 tamponi estendendo in modo non mirato il gruppo di persone analizzate passeremmo da un totale di 72 nuovi contagi a 75 nuovi contagi. Quindi gli ulteriori 5000 tamponi servirebbero per trovare meno del 5% del totale di positivi. Un chiaro spreco di tempo e denaro. Fare tamponi "a tappeto" ha senso solo per scopi preventivi. Parliamo ad esempio del personale delle RSA e della Sanità o delle persone che si devono ricoverare in ospedale per cause non Covid. In questi casi, eventuali positivi asintomatici potrebbero fare grossi danni portando il virus all'interno di comunità particolarmente fragili. Un altro esempio riguarda alcuni settori lavorativi conosciuti come "ad alto rischio di focolaio" come, ad esempio quello delle carni. Se in estate in Trentino fossero stati fatti adeguati controlli preventivi in tali aziende sarebbe stato possibile ridurre drasticamente l'incidenza dei focolai trovati recentemente (e non ancora completamente risolti) che sono la vera ragione per cui il Trentino è attualmente segnalato a livello nazionale ed europeo come uno dei territori italiani a circolazione più elevata del virus. Ha quindi molto senso fare tamponi "preventivi" che talvolta ci permettono di individuare anche delle persone asintomatiche, purché siano finalizzati ad uno scopo ben preciso. Non avrebbe invece molto senso mettersi all'uscita dei supermercati per sottoporre a tampone un campione casuale della popolazione (che comunque - scelto in questo modo - tanto "casuale" non sarebbe!).
Purtroppo, sulla base dei dati corrrentemente distribuiti dalle Regioni/PPAA non è possibie dedurre quale sia l'effettiva suddivisione dei tamponi fatti tra i cinque diversi scopi evidenziati qui sopra. Oltre ai tamponi viene indicato il numero di persone che sono state sottoposte a tampone e questo ci fornisce una idea (piuttosto incerta) di quanti potrebbero essere i tamponi di categoria 1. Ad esempio, se un dipendente di una RSA viene periodicamente sottoposto a tampone per verificare che non sia diventato positivo asintomatico, i tamponi oltre il primo non concorrono a far aumentare il numero delle persone osservate e quindi si confondono con quelli utilizzati per gli attualmente positivi.

Osserviamo che nell'ipotetico campionamento schematizzato in figura il numero di tamponi positivi sarebbe pari all'1,44% del totale dei campioni fatti, un numero vicino a quelli che attualmente vediamo in Italia. Tale percentuale sale all'1,8% se escludiamo dal computo i tamponi di categoria 1 (quelli dedicati al monitoraggio degli attualmente positivi). Tuttavia se andiamo a vedere le cose nel dettaglio, la percentuale sale al 5% per il monitoraggio dei sintomatici ed al 4% nel caso dei focolai. Scende all'1,25% per i casi di importazione ed è pari solo allo 0,1% nella ricerca casuale di asintomatici. Se, pur mantenendo costante il numero complessivo dei tamponi, dimezzassimo il numero di tamponi dedicati ai sintomatici (ad esempio, alzando il livello dei sintomi per i quali viene garantito il tampone)  e dedicassimo più tamponi ai focolai (ben oltre quelli effettivamente necessari) e agli asintomatici cercati in modo casuale, misureremmo certamente un numero di contagi inferiore e le cifre apparirebbero meno preoccupanti, ma non faremmo un buon lavoro. Una scelta di questo tipo porterebbe ad una rapida crescita della circolazione del virus che prima o poi verrebbe evidenziata.

Il modello che vi ho presentato è estremamente semplificato e non ha alcuna pretesa di descrivere in termini quantitativi quello che succede quotidianamente a livello di somministrazione dei tamponi. Spero comunque di essere riuscito a convincervi che parlare del numero totale dei tamponi non è suffciciente per valutare l'efficacia dell'azione di ricerca e prevenzione del contagio.

sabato 26 settembre 2020

Aggiornamento decessi Covid Spagna, Francia e Italia

Riporto l'aggiornamento settimanale sull'andamento dei decessi associati alla pandemia di Covid-19 nei tre principali Paesi mediterranei: Spagna, Francia e Italia. Lo stato di circolazione del virus è attualmente molto diverso, con livelli particolarmente elevati in Spagna ed in una buona parte della Francia. I dati dei tre Paesi sono normalizzati per il numero di abitanti (riferiti ad un campione di 100 mila abitanti) e corretti per eventuali conguagli riferiti a decessi dei mesi precedenti che sono stati aggiunti o tolti dalle statistiche ufficiali.

Le linee continue sono un fit polinomiale che non ha alcun valore predittivo, ma serve soltanto per cogliere meglio l'andamento dei dati aldilà delle fluttuazioni statistiche. La situazione spagnola (rosso) è quella che palesemente ha mostrato il peggioramento più marcato. Siamo passati da una situazione molto vicina a decessi zero (inizio giugno) ad un progressivo innalzamento dei valori. Il valore assoluto dei decessi settimanali nel corso delle ultime due settimane è stato vicino ai 750 casi settimanali. Per confronto il numero di decessi settimanali dovuti ad incidenti stradali in Spagna è inferiore ai 50 casi settimanali. Si tratta quindi di una situazione molto preoccupante e della quale non si vedono - almeno per il momento - serie prospettive di miglioramento.

Anche la Francia (blu) mostra una significativa ripresa dei decessi che tornano al livello di inizio giugno. Sappiamo che la Francia sta predisponendo misure più severe per cercare di limitare la circolazione del virus. Anche in questo caso è troppo presto per capire come evolverà la situazione nel corso delle prossime settimane.
 
Il dato italiano (verde) è quello migliore, coerentemente con il livello dei nuovi contagi che in Italia è decisamente inferiore rispetto a quello di Francia e Spagna. Recentemente si osserva una tendenza alla risalita anche per i dati italiani. Parliamo di numeri abbastanza piccoli e alcuni di essi si riferiscono ancora a casi di pazienti che sono stati contagiati mesi fa. Il fatto che il numero dei decessi tenda a risalire è comunque un forte campanello di allarme e mostra che l'aumento dei contagi legato alle vacanze estive sta producendo un effetto anche su questo fronte.



venerdì 25 settembre 2020

Ultimo aggiornamento ISS e ECDC

Raggruppo in un unico post  gli ultimi dati rilasciati dall'Istituto Superiore di Sanità e dall'ECDC. I dati ISS si riferiscono allo sviluppo della pandemia nelle Regioni/PPAA italiane nel periodo 14-20 settembre, mentre i dati ECDC riportano la densità di nuovi contagi registrata nelle diverse Regioni europee durante le ultime due settimane (mappa aggiornata lo scorso 23 settembre). Ambedue i rapporti segnalano la Liguria, il Trentino-Alto Adige come i territori italiani dove la diffusione del contagio è attualmente più  intensa.

Partiamo dalla mappa ECDC che è mostrata qui di seguito:

Tratto da ECDC

A livello Europeo si segnalano quattro Nazioni dove il livello dei contagi supera il livello di 150 nuovi casi per ogni 100.000 abitanti durante le ultime due settimane. I Paesi sono: Spagna, Francia, Repubblica Ceca e Lussemburgo. A breve distanza seguono Belgio, Olanda, Malta e Austria.

L'Italia, come Nazione, si trova ancora in una situazione di bassa circolazione del virus (35 contagi per ogni 100.000 abitanti durante le ultime due settimane) poco al di sopra della Germania.  La mappa italiana mostra però che Liguria e Alto-Adige hanno un colore più scuro, mentre solo Calabria e Basilicata sono colorate in giallo chiaro.

Il rapporto ISS riporta maggiori dettagli sullo stato della pandemia a livello regionale. Vediamo la tabella che descrive lo stato attuale dei contagi:

Notiamo che il livello della circolazione del virus è allineato per la maggioranza delle Regioni alla media nazionale (15,42 contagi settimanali per ogni 100.000 abitanti). si notano solo due Regioni (Calabria e Basilicata, cerchiate di verde) che rimangono sotto il livello 10, mentre Liguria e Trentino-Alto Adige hanno valori simili prossimi a 35 (il dato di Bolzano è leggermente inferiore). Oggi la Svizzera (che comunque non se la passa troppo bene) ha introdotto la quarantena obbligatoria per chi arriva dalla Liguria. Speriamo che non prendano simili provvedimenti anche per noi!

Sempre dal rapporto ISS apprendiamo che solo l'8% dei contagi è stato attribuito all'importazione dall'estero, mentre cresce ancora il numero dei focolai. I grafici seguenti indicano l'andamento della pandemia a livello nazionale durante le ultime settimane:

 

Come si vede c'è una crescita evidente, ma siamo fortunatamente ancora lontani da una situazione di crescita incontrollata.





 

giovedì 24 settembre 2020

Contagi e ricoveri in Trentino

La fine dell'estate è stata caratterizzata in Trentino da una forte ripresa della circolazione del virus che ha riportato la nostra Provincia in testa alla classifica dei nuovi contagi in Italia. La situazione è stata caratterizzata dalla presenza di forti focolai legati a specifici ambienti di lavoro (logistica, macelli, ecc.), ma anche da una circolazione più diffusa non direttamente ascrivibile ai principali focolai. Il dato complessivo dei contagi settimanali riportati da maggio in poi è mostrato nella figura qui sotto (punti rossi). Nella stessa figura riporto l'andamento medio (settimanale) dei ricoveri nei reparti Covid del Trentino (punti blu).

Rivoveri (dato giornaliero mediato su base settimanale, linea blu) e nuovi casi di contagio riscontrati nell'arco di una settimana (dato settimanale complessivo, linea rossa) riscontrati in Trentino da inizio Maggio ad oggi

L'uso della scala verticale logaritmica mette in evidenza le variazioni percentuali e ci consente di cogliere i dettagli durante il periodo centrale dell'estate quando sia i nuovi contagi che i ricoveri erano al minimo: circa 10 nuovi contagi settimanali ed un numero medio di ricoveri che oscillava intorno ad 1 (sostanzialmente reparti Covid vuoti).

Il primo focolaio legato al settore della logistica rilevato a fine luglio è molto ben visibile ed appare come un picco significativo nella curva rossa. Notate invece che durante il mese di settembre, pur in presenza di forti focolai legati principalmente al settore delle carni si osserva un andamento con una minore evidenza di picchi (sempre su scala logaritmica, naturalmente). Questo è dovuto al fatto che diversi focolai si sono succeduti con una certa rapidità e che una gran parte dei contagi complessivi non è comunque riconducibile a focolai isolati. Questo è un segnale preoccupante perché indica il passaggio da una struttura dei contagi granulare (focolai isolati) ad una diffusa, molto più difficile da gestire.

Sul fronte dei ricoveri (linea blu) la tendenza è simile a quella registrata a livello nazionale e mostra una crescente occupazione dei reparti Covid. Siamo comunque ancora a livelli molto inferiori rispetto ai dati di inizio maggio e questo è un dato confortante. Sappiamo tuttavia che l'evoluzione dei diversi parametri che caratterizzano la pandemia è soggetta a forti sfasamenti temporali e quindi è necessario mantenere un elevato livello di allerta.


La distribuzione settimanale dei contagi in Trentino

Sappiamo bene che ovunque si osservano forti oscillazioni settimanali nell'andamento dei contagi. Queste oscillazioni non sono quasi mai dovute ad effettive variazione della circolazione del virsu, ma sono piuttosto legate a rallentamenti e/o ritardi nei sistema di identificazione e/o segnalazione dei nuovi contagi. Anche in Trentino osserviamo spesso forti fluttuazioni nell'arco della settimana. Il grafico che riporto qui sotto si riferisce alla distribuzione giornaliera dei contagi (percentuale dei contagi settimanali registrata dal lunedì alla domenica) registrati in Trentino durante gli ultimi due mesi. Il giorno numero 1 è il lunedì.

La linea tratteggiata mostra il valore medio, calcolato nel periodo dal 20 luglio ad oggi.

Notiamo che durante il periodo considerato il numero complessivo dei nuovi contagi registrato nell'arco di una settimana è variato moltissimo. siamo andati da un minimo di 8 casi fino ai livelli più recenti che hanno superato abbondantemente quota 200. I dati riportati in figura rappresentano la percentuale dei casi settimanali registrata durante i diversi giorni della settimana e quindi sono normalizzati rispetto al numero complessivo dei contagi. 
 
Aldilà delle fluttuazioni che sono abbastanza ampie, c'è un evidente disomogeneità nella distribuzione dei nuovi contagi: il picco dei contagi si osserva il giovedì, mentre lunedì e martedì sono caratterizzati da valori mediamente bassi. Tenendo conto che c'è un ritardo di uno-due giorni tra il momento in cui i tamponi sono somministrati alle persone e la segnalazione dei nuovi contagi, i dati di lunedì e martedì possono essere spiegati come effetto di una significativo rallentamento della ricerca dei contagi durante il fine settimana. Non si spiega però la differenza sensibile che rimane tra i rimanenti giorni della settimana. In particolare il picco del giovedi potrebbe essere collegato ad un incremento nella ricerca dei contagi avvenuto nelle giornate di martedì-mercoledì, ma non se ne capisce la motivazione.
 

Test rapidi salivari: sciuscia e sciurbì no se peu

In un articolo apparso su Il Sole 24Ore Marzio Bartolani riporta del sostanziale flop dei cosiddetti test rapidi salivari, quelli cioè che sono basati sull'analisi della saliva. Rispetto ai test tradizionali (fatti in laboratorio con la tecnica RT-PCR) e a quelli rapidi già in uso da tempo negli aeroporti italiani (basati sulla ricerca di antigeni), i test salivari si distinguono perché non hanno bisogno del prelievo con tampone naso-faringeo (operazione che deve essere comunque affidata ad una persona che abbia un minimo di addestramento), ma analizzano direttamente un campione di saliva. Secondo alcuni, questi test sarebbero stati l'arma definitiva per lo svolgimento di screening di massa, ma purtroppo si sono rilevati altamente inefficienti (parliamo in particolare di quelli veramente rapidi che danno la risposta nel giro di pochi minuti senza bisogno di passare attraverso uno strumento di laboratorio). Purtroppo le prove effettuate allo Spallanzani hanno mostrato che il livello di accurateza è molto basso, probabilmente anche perché quando si analizza la saliva la concentrazione del virus può subire ampie variazioni temporali legate a probemi di diluizione. 

Da molti mesi è in atto - a livello mondiale - una ricerca affannosa per lo sviluppo di sistemi di rilevazione del virus che soddisfino i quattro parametri fondamentali validi per qualsiasi sistema diagnostico: accuratezza, sensibilità, rapidità di risposta e facilità d'uso. A questi si aggiunge anche il fattore costo che non è indifferente visto che la richiesta potenziale per questi dispositivi ammonta a valori incredibilmente alti ed è destinata a rimanere a tali livelli fino a che la pandemia continuerà ad imperversare a livello mondiale. In alcuni casi, dietro agli annunci si nascondevano situazioni poco chiare che potevano adombrare l'esistenza di veri e propri tentativi di truffa. Ma molti dei prodotti che appaiono sul mercato sono il frutto di lavori seri anche se non dobbiamo mai dimenticare l'antico detto genovese che riporto nel titolo di questo post.

Sciuscia e sciurbì no se peu tradotto in italiano dal mio dialetto nativo genovese vuol dire che non si può - contemporaneamente - succhiare e soffiare. Concetto semplice quanto ovvio che si applica anche a qualsiasi sistema di misura. I quattro parametri che abbiamo citato sopra (accuratezza, sensibilità, rapidità di risposta e facilità d'uso) non possono essere soddisfatti tutti al meglio contemporaneamente. Ciascun metodo di misura deve essere ottimizzato trovando il giusto compromesso tra le diverse esigenze. Per sperare di realizzare un vero salto di qualità ovvero un miglioramento di uno o più parametri senza peggiorare gli altri bisogna introdurre una forte innovazione legata alla metodologia di misura oppure bisogna lavorare sulla procedura di misura. In quest'ultimo caso possono essere di grande aiuto tecniche come la robotica e l'intelligenza artificiale che permettono di eseguire la misura in modo molto più efficace di quanto non si riesca a fare con procedure semi-automatiche. Purtroppo queste tecniche funzionano bene in laboratorio quando si tratta una grande quantità di campioni, ma non sono adatte per i kit fai da te a basso costo di cui tutti vorremmo disporre. Questo ci induce a trattare con una certa prudenza gli annunci di soluzioni più o meno "miracolose".

Anche se non avremo soluzioni miracolose ci sono comunque tanti piccoli passi che ci possono aiutare a definire una strategia efficace per l'individuazione ed il contenimeno dei contagi. Mi riferisco, in particolare, all'utilizzo integrato delle analisi molecolari (tamponi tradizionali) con i test rapidi basati sulla ricerca di antigeni. Per migliorare le operazioni di screening su specifiche comunità (ad esempio lavoratori di industrie ad alto rischio (vedi macelli) o comunità scolastiche) si può pensare all'impiego di tecniche di pool testing, così come all'utlizzo di laboratori mobili che riducano drasticamente i tempi morti legati alla raccolta ed al trasporto dei campioni. Nessuna di queste soluzioni è di per sé risolutiva, ma se integrata in una strategia organica può aiutare a migliorare la situazione.

Purtroppo, almeno fino ad oggi, In Trentino di strategie organiche per l'individuazione ed il contenimento dei contagi ne ho viste poche. I numeri dei contagi stanno a dimostrare le carenze fin qui esistenti. Speriamo che in futuro vengano accolti i pressanti appelli che vengono dalle categorie produttive, dal mondo della Scuola e dagli Ordini professionali e che una strategia efficace sia messa in campo al più presto anche in Trentino

mercoledì 23 settembre 2020

La pandemia mondiale: nuova "situation dashboard" di ECDC

ECDC oggi ha lanciata una grafica completamente rinnovata per visualizzare l'evoluzione della pandemia a livello mondiale. Potete trovare la nuova "situation dashboard" a questo link. I miglioramenti rispetto alla versione precedente sono - a mio avviso - evidenti anche se il nuovo sito non è stato ancora completato in tutte le sue sezioni. Tra l'altro, nel momento in cui sto scrivendo questo post, il sito è stato preso d'assalto da numerosi utenti curiosi di vedere le novità ed il server ECDC "vacilla". Penso che ci vorrà ancora qualche giorno prima che sia a regime. Oltre a visualizzare le mappe, è possibile scaricare i dati per eseguire eventuali analisi. 

Raccomando questo sito (una volta che sarà pienamente operativo) a tutti coloro che sono interessati a seguire l'andamento della pandemia a livello mondiale.

Strano, ma gli inglesi parlano bene di noi!

Il Financial Times, giornale mai tenero nelle sue analisi dei guai italiani, questa volta deve ammettere - dati alla mano - che l'Italia sta reagendo meglio di Francia, Spagna e Gran Bretagna alla crescita della circolazione del virus iniziata a metà estate. L'articolo lo potete trovare qui. Va detto che il povero BoJo si è subito consolato affermando che "il nostro Paese (UK) ama la libertà, per questo qui più contagi che in Italia".

Leggendo l'articolo emerge uno scenario per certi versi inaspettato. Secondo una ricerca effettuata dall'Imperial College gli italiani sarebbero quelli più disponibili ad usare la mascherina quando si trovano a stretto contatto con altre persone. Forse la grande paura di marzo-aprile ha lasciato il segno, aldilà degli sciagurati messaggi del tipo "liberi tutti" che qualche politico e qualche scienziato (?) in cerca di visibilità mediatica ci hanno propinato durante l'estate. 

Andamento temporale della propensione all'utilizzo della mascherina in quattro Paesi europei. I dati sono il frutto di una ricerca dell'Imperial College di Londra. Grafica elaborata a cura del Financial Times (vedi testo per i dettagli)

Ammetto che se non fossi uno scienziato di professione, farei ampi scongiuri, sperando che i complimenti ricevuti oggi non si rivelino fasulli domani. Comunque è un dato di fatto che, pur tra mille difficoltà, l'Italia sta reagendo meglio di altri Paesi (Spagna, Francia, Belgio, Olanda, UK, Svizzera, Austria e Repuublica Ceca, ad esempio) al ritorno di fiamma della pandemia

Come commento aggiuntivo mi viene da dire che per fortuna il Trentino è piccolo e influenza poco i dati sui contagi nazionali!

Lampade UVC a 222 nm: possono essere la soluzione per sanificare gli ambienti chiusi?

Con il ritorno della stagione fredda saremo progressivamente costretti a ridurre le attività all'aperto e tornare a studiare, lavorare, riunirci in ambienti chiusi, non sempre dotati di un adeguato sistema di ricambio dell'aria. Questo fatto produrrà problemi crescenti perché sappiamo quanto sia difficile bloccare la circolazione del virus in tali condizioni. L'uso estensivo delle mascherine può aiutare, ma  non è affatto confortevole. In certe "linee guida" ho letto stravaganti indicazioni che invitano a lasciare le finestre spalancate anche in pieno inverno. Forse potrà funzionare nella bella Sicilia, ma vi immaginate cosa può succedere alle nostre latitudini quando la temperatura esterna scenderà sotto zero? A meno che, oltre alla mascherina, non si introduca anche l'obbligo di tenere sempre addosso sciarpa e cappotto.

Da qui nasce l'esigenza di disporre di sistemi di sanificazine dell'aria, in grado di distruggere la maggior parte del virus che fosse eventualmente in circolazione sotto forma di aerosol. Tali sistemi non sono di per sè risolutivi, ma se adeguatamente dimensionati possono ridurre drasticamente il rischio di contagio.

L'approccio tradizionale è basato sull'utilizzo della radiazione UVC. Il principio di funzionamento è molto semplice: la radiazione UVC viene assorbita dagli acidi nucleici e li danneggia. Questo  produce un potente effetto germicida. La figura che riporto qui sotto indica lo spettro di assorbimento tipico degli acidi nucleici (banda azzurra) e la linea di emissione tipica posizionata a 253,7 nm di una lampda UVC tradizionale (a vapori di mercurio).

Tratto da https://www.clordisys.com/pdfs/misc/UV Data Sheet.pdf
 
La riga di emissione della lampada è molto vicina al picco di assorbimento degli acidi nucleici (i costituenti di DNA e RNA) e quindi la luce emessa dalla lampada è molto efficace nella soppressione di virus e batteri, SARS-CoV-2 incluso. C'è però un pegno da pagare: oltre a virus e batteri la radiazione UVC danneggia anche le cellule di noi umani ed è quindi molto pericolosa. In particolare, l'esposizione alla radiazione UVC può dannegguare gli occhi e provocare tumori della pelle. Come già ricordato in un precedente post, la vita sulla Terra come noi la conosciamo è legata alla presenza nell'atmosfera terrestre di uno strato di ozono che assorbe la radiazione UVC proveniente dal Sole, impedendo che raggiunga il suolo. Se non ci fosse l'ozono la vita sarebbe possibile solo nelle profondità marine o nelle caverne.

I sistemi tradizionali di sanificazione dell'aria basati su lampade UVC sono abbastanza complessi perché si deve evitare che una parte della radiazione UVC raggiunga le persone. Non è pensabile, ad esempio, appendere una lampada UVC al soffitto di una stanza scolastica o di un bar, a meno che non la si accenda solo ed esclusivamente quando nessuno è presente nella stanza. Da qui è nato l'interesse di sperimentare altre lunghezze d'onda  che siano comunque letali per il virus SARS-CoV-2, ma che riducano al minimo il problema degli eventuali danni per gli umani esposti alla medesima radiazione. Recentemente sono apparsi numersi articoli che affrontano questo argomento, concentrandosi, in particolare, sull'utilizzo di radiazione nell'UVC lontano a 222 nm:

Buonanno, M., Welch, D., Shuryak, I. et al. Far-UVC light (222 nm) efficiently and safely inactivates airborne human coronaviruses. Sci Rep 10, 10285 (2020). https://doi.org/10.1038/s41598-020-67211-2
 
H. Kitogawa et al. Effectiveness of 222-nm ultraviolet light on disinfecting SARS-CoV-2 surface contamination.AJIC, Sept 04 (2020) https://doi.org/10.1016/j.ajic.2020.08.022

Anche se i risultati non sono completi, sembra che usando la radiazione a 222 nm si ottenga una efficace eliminazione del SARS-CoV-2 pur in presenza di danni nulli (punto che richiede ulteriori verifiche, secondo me) per gli esseri umani. Questo può consentire di costruire sistemi più semplici e soprattutto di tenerli in funzione anche quando gli spazi sottoposti a sanificazione sono occupati da persone. Le lampade a 222 nm non sono banali da costruire perché sono basate sull'uso dei cosiddetti eccimeri, ma alcuni modelli specificamente pensati per la sanificazione di ambienti stanno già apparendo sul mercato. Il vantaggio di questi sistemi è che, oltre all'aria, sanificano contemporaneamente anche le superfici raggiunte dalla luce ultravioletta, a differenza di quanto fanno i sistemi tradizionali di sanificazione dell'aria.
 
In questo momento è difficile dire con ragionevole confidenza se questa può essere una soluzione pratica e completamente priva di rischi per la salute umana, ma si tratta comunque di uno strumento da valutare con attenzione in una logica di convivenza col virus che non limiti troppo le nostre normali attività.


Quanto sono contagiosi i cosiddetti asintomatici?

La questione è dibattuta fin dall'inizio della pandemia e molte pubblicazioni scientifiche hanno cercato di far luce su questo argomento. Uno degli ultimi articoli pubblicati è stato scritto da un gruppo di ricerca coreano e lo potete trovare qui:

S.H. Ra et al. "Upper respiratory viral load in asymptomatic individuals and mildly symptomatic patients with SARS-CoV-2 infection", Thorax 2020 DOI: 10.1136/thoraxjnl-2020-215042

La principale conclusione dello studio è legata al fatto che non sia stata trovata una sostanziale differenza di carica virale tra pazienti asintomatici e pazienti che abbiano mostrato sintomi di moderata intensità. Da qui la raccomandazione ad attivare politiche attive per l'individuazione di positivi asintomatici specialmente in alcuni ambient lavorativi critici come ospedali e case di riposo per anziani.

Come altri studi analoghi, il lavoro ha alcune limitazioni. In particolare, la coorte di pazienti analizzati è limitata (poco più di 200 persone) e, come ben sappiamo, le analisi basate sul tampone non distinguono virus attivi da frammenti di virus non più in grado di trasmettere il contagio. Quindi non tutti coloro che sono stati trovati positivi al tampone sono necessariamente contagiosi.

Come ricordato all'inizio, la questione si trascina da lungo tempo ed è destinata ad assumere una grande rilevanza alla luce delle attuali discussioni riguardanti la possibilità di ridurre i tempi di quarantena di alcuni pazienti. Difficile trarre conclusioni con elevato grado di confidenza, anche perché in realtà il termine "asintomatico" richiude in sé diverse categorie di persone (incluse quelle che qualche sintomo lo percepiscono, ma cercano di nasconderlo per paura di finire in quarantena). Certamente possiamo smentire l'idea accarezzata anche da taluni "esperti" secondo cui gli asintomatici non sarebbero contagiosi. Non si spiegherebbe come mai il virus si sia diffuso ampiamente all'interno di talune comunità di lavoratori tutti sostanzialmente asintomatici. Probabilmente gli asintomatici sono meno contagiosi di chi manifesta sintomi, anche per una banale questione di natura "meccanica": chi tossice diffonde il virus meglio di chi non ha la tosse.

C'è un altro aspetto che vorrei sottolineare. Mi riferisco in particolare alla raccomandazione di tracciare sistematicamente lo stato di salute di chi lavora in ambienti critici come ospedali o case di riposo. Spesso sento ripetere, anche in Trentino, che azioni di questo tipo sarebbero controproducenti perché indurrebbero a comportamenti azzardati coloro che oggi risultassero negativi, aumentando il rischio che dventino positivi domani. L'argomento mi sembra debole e vorrei far notare come sottenda l'idea che i lavoratori siano sostanzialmente delle persone irresponsabili. Se avessimo fatto questo tipo di controllo a suo tempo forse avremmo ridotto i tanti lutti che hanno colpito le RSA trentine nella fase acuta dell'epidemia.

martedì 22 settembre 2020

Aggiornamento 22 settembre sui ricoveri nei reparti Covid italiani

Consueto aggiornamento del martedì sul livello di occupazione dei reparti Covid-19 degli ospedali italiani. I dati sono gli stessi mostrati negli analoghi post rilasciati durante le ultime settimane e non mi dilungo nei dettagli. Si conferma la tendenza generale all'aumento non solo delle persone virologicamente positive (punti verdi), ma dei ricoverati, sia come numero complessivo (punti blu), sia in modo particolare nelle terapie intensive (punti rossi).




Sembra confermato il cambio di pendenza della curva relativa alla frazione di attualmente positivi che sono ricoverati (in tutti i tipi di reparti). Gli ultimi dati (punti rossi) sono abbastanza stabili intorno al 6% e la tendenza alla leggera riduzione vista nelle settimane precedenti sembra rmai interrotta. Continua leggermente a crescere la percentuale di attualmente positivi che deve essere ricoverata in terapia intensiva (punti viola). Il quadro che ne emerge è quello di un progressivo peggioramento dela situazione, probabilmente collegato all'aumento dell'età media dei nuovi contagiati verificato in questo mese di settembre.





lunedì 21 settembre 2020

Più ricoveri, specialmente al Centro-Sud

Oggi il numero complessivo dei ricoveri nei reparti Covid (inclusi i ricoveri in terapia intensiva) ha superato il livello di 2700 unità, un numero che non si vedeva dalla seconda metà di giugno. Come evidenziato in un analogo post della settimana scorsa, aldilà del numero complessivo, è completamente cambiata la distribuzione regionale dei ricoveri. 

Il grafico mostrato qui sotto riporta la densità di ricoveri (ricoveri per ogni 100.000 abitanti) per le diverse Regioni/PPAA italiane. La media nazionale è pari a 4,5 ricoveri per ogni 100.000 abitanti, ma Regioni come Liguria, Lazio, Sardegna, Campania e Puglia sono decisamente in testa per densità di ricoveri.

Il caso della Liguria è un po' particolare. Oltre ad essere la Regione con la popolazione di età media più avanzata in Italia (e quindi particolarmente esposta alle complicanze della Covid-19), la Liguria è stata recentemente interessata da un intenso focolaio sviluppato nella città di La Spezia che ha certamente contribuito ad aggravare la situazione. Tutte le altre Regioni che troviamo con una densità di ricoveri elevata erano state esposte alla fase apicale della pandemia in modo abbastanza lieve (almeno in confronto al nord del Paese). Forse questo ha portato a sottovalutare i possibili danni generati da un incremento della circolazione del virus. Naturalmente si tratta solo di una congettura, ragionevole, ma non facilmente dimostrabile. Tutto il Nord Italia si trova attualmente al di sotto del valor medio nazionale (di poco nel caso dell'Emilia-Romagna). a conferma di una sostanziale inversione nella circolazione del virus.



Oggi in Trentino sono spariti i contagi (e anche i tamponi)

Nota aggiunta martedì 22 settembre
Oggi, secondo i dati del Ministero della Salute, 999 tamponi e 25 contagi
Trascorsa la domenica, il virus ha ricominciato a circolare ...

 

Il dato del lunedì riporta sistematicamente un sensibile calo dei tamponi fatti (la media nazionale corrisponde a circa la metà del dato medio settimanale). Anche se diffuso nella serata del lunedi, il dato si riferisce al lavoro fatto nella giornata di domenica quando i laboratori di analisi riducono le attività  per dare un po' di giusto riposo al personale. Anche tenendo conto di questo fatto il dato trentino di oggi è davvero preoccupante: solo 118 tamponi fatti e solo 69 nuovi casi analizzati (persone che non erano state precedentemente sottoposte a tampone). In pratica siamo a meno di un decimo dei livelli riscontrati durante il resto della settimana. Si spiegano così i soli due nuovi casi positivi individuati oggi in Trentino.

Il personale addetto alla analisi (che fa un duro lavoro ed a cui va tutta la nostra riconoscenza) ha certamente diritto al riposo domenicale, ma se la domenica siamo costretti a sospendere di fatto l'analisi dei tamponi mi sembra che qualche grosso problema organizzativo ci sia. Non dimentichiamo che attualmente il Trentino è in testa al resto d'Italia per la densità di nuovi contagi. Sospendere di fatto l'attività di ricerca dei nuovi positivi la domenica non mi sembra una grande idea. Il virus non fa festa la domenica e in un momento come questo non dovremmo dargli tregua fino a che non saremo riusciti a riportare il livello dei contagi sotto controllo. Chi ha la responsabilità di organizzare il sistema di individuazione e tracciamento dei contagi dovrebbe fornire adeguate risposte a queste esigenze. 

Se non è in grado di farlo, andrebbe sostituito.

Aggiornamento 20 settembre sulla pandemia a livello mondiale

Ieri ECDC ha rilasciato le mappe aggiornate relative allo sviluppo della pandemia a livello mondiale. Il quadro complessivo  che emerge è quello di una sostanziale stabilità in termini di nuovi casi e decessi, anche se è in atto una evoluzione a livello intercontinentale che vede Europa ed Asia nuovamente in una fase di crescita della circolazione del virus.

La mappa aggiornata della pandemia è mostrata qui sotto:

Tratto da ECDC

 

Il continente americano è ancora quello dove si registra la maggiore densità di nuovi contagi, ma il quadro europeo si sta facendo progressivamente sempre più preoccupante. L'andamento è evidente nella figura seguente che riporta la suddivisione per continenti dei nuovi contagi:

Tratto da ECDC 

 

Aldilà delle fluttuazioni giornaliere legate al metodo di raccolta dei dati, si nota che il numero complessivo dei nuovi contagi è sostanzialmente stabile da almeno due mesi. Tuttavia, nello stesso periodo, si nota una crescita della banda gialla (Asia) e blu scura (Europa), mentre il contributo del continente americano (banda azzurra) mostra una leggera tendenza a decrescere. Marginali sono i contributi dell'Oceania e dell'Africa. Nell'ultimo caso ci sono comunque seri dubbi sull'efficacia dei sistemi di identificazione dei contagiati.

Qui di seguito riporto il dato sui decessi, anch'esso sostanzialmente stabile durante gli ultimi due mesi:

Tratto da ECDC

Il grosso dei decessi è ancora concentrato nel continente americano (banda azzurra), ma con una tendenza alla riduzione. Cresce sensibilmente il dato dell'Asia (banda gialla) soprattutto per il contributo dell'India. Il dato europeo (banda blu scuro) è ancora molto inferiorie rispetto ai picchi di inizio primavera, ma analizzando i dati in dettaglio c'è comunque una tendenza all'aumento. 

In conclusione, stiamo assistendo ad una sorta di un tragico ping-pong con la pandemia che si sposta lentamente da un continente all'altro. Le dinamiche dei singoli Paesi sono affette da molti fattori, anche locali, ma la tendenza è chiara. Nessuno può dirsi veramente al sicuro.






domenica 20 settembre 2020

Gran Bretagna: perché quello che succederà interessa tutti noi

Le notizie che provengono dalla Gran Bretagna parlano di una circolazione del virus in forte crescita a cui il Governo sta rispondendo con misure progressive che comprendono anche forme di lockdown localizzate. La notizia del giorno riguarda l'introduzione di multe severe (fino a 10.000 sterline) per chi viola le misure di quarantena che si accompagna comunque ad un sussidio che sarà dato alle persone a basso reddito costrette a rimanere in quarantena. Un esempio da imitare: aiuti per chi ha veramente bisogno e si trova in difficoltà, ma multe severe per coloro che violano le regole. Come già segnalato in un precedente post, la polizia britannica ha anche invitato i cittadini a segnalare qualsiasi caso di violazione di cui siano venuti a conoscenza telefonando ad un apposito numero telefonico (101).

I nuovi contagi in Gran Bretagna sono ormai vicini alle 5000 unità. I dati sui decessi della Gran Bretagna sono di difficile lettura a causa di uno strano criterio che le Autorità britanniche hanno introdotto nel computo di tali eventi. In particolare, questo repentino cambio di criterio rende praticamente impossibile effettuare una qualsiasi confronto con i mesi precedenti. visto il progressivo peggioramento della situazione, una parte del Governo britannico si starebbe orientando verso l'introduzione di un lockdown generalizzato per la durata di due settimane finalizzato ad interrompere la crescita dei contagi prima che la situazione degeneri. In pratica, una soluzione simile a quella già attuata dal Governo israeliano, anche se la situazione di Israele e Gran Bretagna è per molti aspetti abbastanza diversa. 

Anche in Spagna e Francia i rispettivi Governi stanno introducendo forme di limitazione della circolazione delle persone, specialmente in zone specifiche come alcuni quartieri di Madrid o del Sud della Francia dove i livelli di contagio sono più elevati

A differenza di quanto accadde a fine febbraio-inizio marzo quando l'Italia si trovò da sola ad affrontare l'arrivo della pandemia con gli altri Stati europei che facevano spallucce pensando che fosse un problema dei "soliti italiani", ora sono altri i Paesi che si trovano in prima linea. Spagna, Francia e Gran Bretagna presentano una situazione attualmente più critica di quella italiana, anche se non si può escludere affatto che l'Italia si troverà a breve in una situazione analoga. Sarà interessante vedere quali saranno le iniziative che i tre Paesi attiveranno per limitare la diffusione del virus e capire quali siano le più efficaci. 

Comprendere quello che succede in Spagna, Francia e Gran Bretagna è essenziale per evitare di ripetere gli errori degli altri e per gestire al meglio questa difficile ripresa autunnale.

Volare, oh NO! (ma forse anche SI)

La stampa internazionale ha dato ampio rilievo ad un articolo di prossima pubblicazione (N.C. Kang et al, "Transmission of Severe Acute Respiratory Syndrome Coronavirus 2 During Long Flight", EID 26 (11) 2020) nel quale si riferisce di un caso di un "supercontagio" che sarebbe avvenuto nello scorso mese di marzo durante un volo intercontinentale Londra-Hanoi. Malgrado la presenza del potente impianto di ricircolo e sanificazione dell'aria, una sola passeggera sistemata in business class avrebbe contagiato altre 15 persone. Da notare inoltre che altri 28 altri passeggeri non sono stati rintracciati perché una volta arrivati ad Hanoi hanno proseguito il viaggio verso altre destinazioni internazionali e quindi i contagi potrebbero essere stati ancora di più. Il tutto avveniva quando l'obbligo della mascherina durante i voli non era stato ancora introdotto. Non parliamo di uno stipatissimo volo low-cost, ma di viaggio in business dove gli spazi sono molto ampi e confortevoli. Potrebbe essere un segnale della pericolosità potenziale dei lunghi voli intercontinentali quando i passeggeri stanno assieme per molte ore, da cui potrebbe seguire una raccomandazione a stabilire standard più elevati per il ricircolo e la sanificazione dell'aria.

La giornalista Silvia Turin ci fa notare alcuni limiti dello studio  che gli Autori correttamente espongono nel loro paper, ma che sono stati completamente cassati in altri articoli di stampa. In particolare, non è stata fatta alcuna analisi genetica dei campioni di virus trovati nei contagiati, l'unica che potrebbe provare con certezza l'esistenza di una catena diretta di contagi (si veda ad esempio un simile articolo che riferisce di 4 casi di Covid-19 legati ad un volo Boston-Hong Kong). I dati devono essere letti con cura perché alcune delle persone coinvolte potrebbero essere state vittime di un contagio "secondario" dovuto ad un contagiato in volo che ha trasmesso il contagio alla sua cerchia di parenti/amici dopo l'arrivo in Vietnam (ad esempio, il marito contagiato in volo che successivamente contagia la moglie che volava con lui, ma non era stata direttamente contagiata). Una indicazione in tal senso è data dalla distribuzione della data di insorgenza dei sintomi nei contagiati che è sbilanciata verso tempi nettamente superiori rispetto alla tipica media di circa 5 giorni. Parliamo di una dato statistico e quindi di probabilità. Non possiamo escludere che tutti i contagi siano avvenuti in volo, ma è più probabile che una parte dei contagi sia avvenuta nei giorni successivi. Questa osservazione non ci fa dire che il contagio in volo non sia avvenuto, ma potrebbe ridimensionare l'importanza dell'evento. Ricordando che a quei tempi le mascherine non si usavano, anche l'allarme sulla sicurezza dei lunghi voli intercontinentali potrebbe essere quantomeno ridimensionato. Senza considerare che l'uso sistematico di test rapidi ai passeggeri in partenza potrebbe ulteriormente abbassare il livello di rischio.

P.S. A causa delle conseguenze economiche dela pandemia, le compagnie aeree hanno drasticamente ridotto il numero dei voli intercontinentali. Se il rischio non vi spaventa e volete comunque provare l'ebbrezza di un lungo volo, potete sempre comprare un biglietto per uno dei flight to nowhere (volo verso il nulla) che vanno di moda adesso.