martedì 4 maggio 2021

La pandemia, il declino demografico dell'Italia ed i duri numeri della statistica

Se volessimo riassumere i dati ISTAT relativi all'andamento degli indicatori demografici italiani nel corso del 2020 potremmo un po’ brutalmente scrivere: “Culle vuote e cimiteri pieni!”. I dati sono stati ampiamente discussi dalla stampa italiana.

L'effetto della pandemia si è sovrapposto all'andamento del generale calo demografico che interessa l'Italia ormai da alcuni anni:

Andamento della popolazione residente in Italia durante l'ultimo ventennio. Nel corso degli ultimi 5 anni il forte calo dei cittadini italiani (figura a sinistra) e la sostanziale stabilità del numero di cittadini stranieri (figura a destra) hanno prodotto un progressivo declino della popolazione complessiva. Il massimo della popolazione residente in Italia era stato toccato nel 2014. Tratto da Rapporto ISTAT sui dati demografici nel corso del 2020.

Nel corso del 2020 ci sono stati in Italia quasi 750mila decessi, 112mila in più (+18%) rispetto all’anno precedente. Si tratta di un eccesso di mortalità chiaramente correlato con i due picchi pandemici che hanno colpito l’Italia durante il 2020. Inoltre andrebbe tenuto conto del fatto che le forti limitazioni introdotte durante il lockdown della primavera 2020 hanno temporaneamente ridotto i decessi legati ad alcune cause come, ad esempio gli incidenti stradali o quelli sul lavoro. 

La speranza di vita alla nascita si è ridotta di poco più di un anno rispetto al 2019, arrivando a circa 82 anni. Il calo più forte è stato registrato nelle Regioni/PPAA del Nord più colpite dalla pandemia. Questo ce lo aveva già detto l’INPS che, grazie alla pandemia, ha ricevuto un insperato aiuto per il contenimento dei suoi costi pensionistici.

A fronte dell'aumento di mortalità delle generazioni più anziane, si potrebbe pensare che il 2020 abbia portato ad un abbassamento dell’età media degli italiani. Falso! Malgrado la pandemia, nel corso del 2020, l’età media degli italiani è aumentata da 45,7 anni a 46 anni. La frazione di ultra sessantacinquenni è cresciuta dal 23,2 al 23,5% dell’intera popolazione.

La colpa di quest’aumento è tutta da attribuire al crollo della nascite: nel 2020 sono nati solo 404mila bambini, il 30% in meno rispetto al 2008. Il calo delle nascite sembra ormai inarrestabile e, almeno per gran parte del 2020, è difficilmente ascrivibile tra gli effetti secondari della pandemia. Se la Covid-19 ha provocato un calo della propensione a fare figli, il grosso degli effetti lo vedremo analizzando i dati della natalità durante il 2021.

Speriamo almeno che il progresso della campagna vaccinale e l’allentamento delle preoccupazioni legate alla pandemia inducano le giovani generazioni a “festeggiare” adeguatamente la fine delle restrizioni. Secondo notizie di stampa, sembra che in Inghilterra stia già accadendo.

Riassumendo, la pandemia ha provocato una forte crescita dei decessi, soprattutto tra le persone più anziane, ma non ha prodotto neppure una temporanea inversione di tendenza rispetto al progressivo invecchiamento che caratterizza, ormai da molti anni, la popolazione italiana.

Basterà il “Recovery plan” per porre fine al declino demografico? Purtroppo, penso proprio di no.



2 commenti:

  1. Perché all’improvviso Draghi può dare il benvenuto ai turisti?
    La mia idea è questa
    Ivo Mej - 5 maggio 2021

    Non c’è nessun dubbio che chiunque stia per leggere queste righe sia più bravo di me e che capisca i numeri meglio di quanto possa fare io. Del resto, in matematica non ero molto bravo a scuola e se ho fatto il Liceo Classico, un motivo c’era. Il fatto è che all’ennesimo proclama mediatico di ‘accelerazione’ di questo governo papocchio con ‘il Santo’ a capo, in merito all’uscita dell’Italia dall’incubo del Covid, mi sono sforzato di ricordare come stavamo messi l’anno scorso, quando ci segregarono in casa ‘per il nostro bene’.

    Il prossimo 15 maggio – santa dichiarazione odierna – liberi tutti di fare i turisti e di accogliere i turisti. Immagino quindi che l’anno scorso di questi tempi in Italia ci fosse una catastrofe. Invece no.

    Come vedete dalle tabelle allegate, tratte dal Covid-19 Data Repository del Center for Systems Science and Engineering (CSSE) della Johns Hopkins University:
    - il 5 maggio del 2020 i nuovi contagiati furono 1075, con una media settimanale di 1644;
    - il 4 maggio di quest’anno siamo a 9113 in un giorno con una media settimanale di 11187.

    Direte voi che forse all’epoca si facevano molti meno tamponi, ma la statistica prende in esame le percentuali dei numeri a disposizione e per il 2 maggio 2020 dice che su 57299 tamponi effettuati, i positivi furono il 3,5%, il 2 maggio di quest’anno su 284116, siamo al 4,2. Quindi l’indice che attualmente si strombazza in discesa, era molto più basso un anno fa.

    Poi, c’è la triste conta dei morti che il 4 maggio 2020 erano stati 195 con una media settimanale di 300, mentre nel medesimo giorno di un anno dopo, dopo tutte le chiusure e i sacrifici, i morti risultano essere 305, con una media settimanale appena più bassa, 261.

    Ripeto, la matematica non è il mio forte, ma ad occhio non mi sembra che ci sia questo grande miglioramento della situazione, a dispetto di tutti i vaccini, tutte le mascherine e tutto il distanziamento sociale (locuzione orrenda e classista!). Anzi.

    Allora, perché all’improvviso oggi un primo ministro può dare il benvenuto ai turisti e dire tranquillamente ai suoi concittadini ‘andate pure in vacanza dove volete’? Non sarà che, molto semplicemente, STA ARRIVANDO L’ESTATE e come sempre i virus regrediscono con il caldo e la bella stagione?

    Se tutta la politica italiana e i generali col pennacchio stessero riponendo tutte le speranze in una semplice legge di natura per giustificare l’insostenibilità economica della sicurezza dei propri cittadini, non sarebbero degli incoscienti. Sarebbero solo squallidi.

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    1. Aldilà delle prese di posizione della politica che seguono logiche tutte loro, c'è una differenza sostanziale rispetto all'anno scorso: la presenza dei vaccini.

      I numeri delle statistiche – almeno quelli dei contagi – sono facilmente manipolabili, un anno fa come adesso. Come ho scritto in altri post, l’indicatore critico a cui guardare è quello relativo ai nuovi ricoveri nei reparti di terapia intensiva. È uno dei pochi dati che i burocrati della sanità non possono modificare, a meno di non dichiarare platealmente il falso (rischiando la galera). La media nazionale di questo indicatore mostra un calo progressivo ormai da alcune settimane e finché scenderà possiamo guardare al futuro con una certa fiducia.

      Oggi, per fortuna, ci sono i vaccini e questo fa la differenza rispetto all’estate 2020. Allora dovevamo affidare le nostre speranze alle sparate degli “scienziati da salotto televisivo” che affermavano che il virus fosse “clinicamente morto” oppure che ci spiegavano “perché non dobbiamo più avere paura della pandemia”.

      Anche se la campagna vaccinale procede più lentamente rispetto a quanto sarebbe auspicabile, ormai si vedono gli effetti protettivi indotti sulle persone più anziane e fragili che sono già state vaccinate. È sperabile che prima della fine di giugno si riesca a vaccinare almeno la metà della popolazione italiana.

      Il che non significa “liberi tutti” perché comunque il virus continuerà a circolare e a produrre danni, ma auspicabilmente dovremo affrontare una situazione meno rischiosa rispetto allo scorso anno.

      Purché tutti accolgano l’invito a farsi vaccinare, anche i più giovani meno a rischio per le complicanze della Covid-19.

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