sabato 8 maggio 2021

Aggiornamento settimanale 7 maggio 2021

La settimana che si è conclusa il 7 maggio è stata caratterizzata da una situazione abbastanza tranquilla, con un ulteriore miglioramento della situazione dei reparti Covid degli ospedali italiani. Calano sia i ricoveri complessivi che quelli in terapia intensiva, con un andamento dei nuovi ricoveri in terapia intensiva che non mostra segnali di allarme.

Sul fronte dei contagi si osserva un calo complessivo, più accentuato per le generazioni più anziane che – almeno sopra i 65 anni – hanno già potuto ricevere (se lo volevano) almeno una dose vaccinale. Ad oggi sono state somministrate oltre 23 milioni di dosi. Il 27% della popolazione italiana ha ricevuto almeno una dose vaccinale. Poco meno della metà di loro (12% circa) ha completato la vaccinazione. Sono numeri molto lontani da quelli di altri Paesi come Israele, ma il loro effetto sui contagi e soprattutto sui ricoveri incomincia a farsi sentire.

Durante questo fine settimana l’attenzione dei media è tornata a focalizzarsi sull’indice di trasferimento del contagio R che mostra quasi ovunque una certa tendenza alla risalita. È troppo presto per collegare tale incremento all’effetto delle riaperture. Considerato il ritardo con cui l’Istituto Superiore di Sanità fornisce le sue stime, l’aumento comunicato venerdì 7 maggio è da attribuire molto probabilmente ad una sorta di “onda lunga” legata alle festività pasquali. A Pasqua molti contagi non erano stati individuati, producendo un calo anomalo dei dati relativi alla circolazione virale. Con il ritorno alla normalità sono stati trovati alcuni contagi prodotti dai positivi che erano sfuggiti alle statistiche nei giorni precedenti, provocando un incremento dell’indice che - a mio avviso - è stato più “strumentale” che reale. Le mie proiezioni per le settimane più recenti basate sui tutti i casi inclusi gli asintomatici mostrano una tendenza dell’indice R in calo. Si tratta di una stima molto approssimata, ma in generale abbastanza vicina all’andamento reale.

In conclusione, potremmo definire la prima settimana di maggio come una “settimana di attesa”. Troppo presto per dichiarare un indiscriminato “liberi tutti”, ma non c’è neppure l’evidenza di segnali di allarme che possano annunciare un imminente ritorno ad una situazione critica.

Augurandoci che qualche variante più o meno esotica non rimetta tutto in discussione.

Qui di seguito vi mostro i grafici relativi ai diversi parametri che hanno caratterizzato l’andamento della pandemia durante la prima settimana di maggio:

Nuovi ricoveri nei repati Covid di terapia intensiva di Trentino (linea rossa), Alto Adige (linea verde) e Veneto (linea azzurra). La linea nera rappresenta la media nazionale che cala costantemente da 7 settimane. Il dato del Trentino mostra forti oscillazioni spiegabili tenendo conto della dimensione ridotta della popolazione. Durante le ultime due settimane ha coinciso con la media nazionale, anche se il numero ufficiale dei nuovi contagi in Trentino è minore rispetto al dato medio nazionale. Tutti i dati sono normalizzati per un campione di 100.000 abitanti

Tasso di ricovero nei reparti Covid di terapia intensiva in funzione dell'età. Tratto dal rapporto ISS dello scorso 5 maggio. Si noti il crollo recente registrato per i ricoveri degli ultra ottantenni (linea arancione) che sono stati i primi a ricevere il vaccino. Da un paio di mesi a questa parte il tasso di ricovero per gli ultra ottantenni è inferiore rispetto a quello dei cittadini di età compresa tra 60 e 79 anni (linee verde e marrone)



Variazione percentuale della media dei ricoveri settimanali nei reparti Covid degli ospedali italiani (somma di tutti i reparti). Per la terza settimana di seguito si registra un calo superiore al 10%

Nuovi contagi registrati in Italia. Si nota il minimo relativo regsitrato durante le recenti vacanze pasquali. L'andamento attuale mostra una discesa abbastanza regolare con il numero massimo di contagi che supera di poco le 10.000 unità (erano 4 volte di più durante lo scorso mese di novembre). Siamo comunque ancora lontani dal valore medio intorno a 5.000 casi giornalieri che permetterebbe di ripristinare un reale tracciamento dei contagi (ammesso che le Regioni/PPAA siano veramente interessate a farlo e non preferiscano "nascondere la polvere sotto al tappeto")

Confronto dell'indice di trasferimento del contagio nazionale stimato dall'Istituto Superiore di Sanità (punti rossi) con i risultati del mio modellino empirico che considera tutti i contagi, inclusi gli asintomatici. Il valore per il prossimo 12 maggio è solo una proiezione basata su dati parziali

Confronto dell'indice di trasferimento del contagio del Trentino stimato dall'Istituto Superiore di Sanità (punti rossi) con i risultati del mio modellino empirico che considera tutti i contagi, inclusi gli asintomatici

Confronto dell'indice di trasferimento del contagio dell'Alto Adige stimato dall'Istituto Superiore di Sanità (punti rossi) con i risultati del mio modellino empirico che considera tutti i contagi, inclusi gli asintomatici




giovedì 6 maggio 2021

Prima e seconda dose: il vaccino Pfizer - BioNTech nel mondo reale

In un post successivo (11 maggio) ho aggiornato alcuni dati relativi alla dose singola
 
 
 
Nel corso degli ultimi giorni sono usciti due nuovi lavori che discutono l’efficacia del vaccino Pfizer – BioNTech nel mondo reale. Un articolo pubblicato su The Lancet [1] fornisce un quadro aggiornato e molto dettagliato della situazione di Israele.

Ricordo che Israele ha somministrato il vaccino Pfizer – BioNTech con una campagna vaccinale che è stata la più vasta e rapida a livello internazionale [9]. Il ceppo virale che circola attualmente in Israele è costituito quasi integralmente dalla cosiddetta variante inglese (B.1.1.7).
 
Israele ha sempre somministrato la seconda dose tre settimane dopo la prima, senza mai attuare ritardi aggiuntivi come è stato fatto in Gran Bretagna e, più recentemente, anche in Italia. Il 3 aprile Israele aveva vaccinato (con due dosi) il 72% della popolazione di età superiore ai 16 anni, raggiungendo una quota di circa il 90% per i cittadini di età superiore ai 65 anni. All’interno di Israele ci sono forti disomogeneità rispetto ad alcuni gruppi di cittadini. In particolare i cittadini israeliani di origine araba ed i cosiddetti “ebrei ultra-ortodossi” hanno dimostrato una propensione a farsi vaccinare decisamente inferiore rispetto al resto della popolazione.

I dati riportati nell’articolo [1] sono particolarmente interessanti perché analizzano non soltanto i casi sintomatici e quelli più gravi, ma considerano anche i contagi asintomatici. Tutti i numeri misurati “sul campo” mostrano per le forme sintomatiche più o meno gravi (dove c’è almeno la febbre) una efficacia vaccinale superiore al 95%, confermando brillantemente i risultati dello studio di fase 3 fatto prima della distribuzione su larga scala del vaccino.

Per le forme asintomatiche l’efficacia risulta leggermente inferiore al 90%, un dato che potrebbe tuttavia essere affetto da significativi errori sistematici come discutono gli stessi Autori dell’articolo.

Un altro articolo uscito su The New England Journal of Medicine [2] discute i dati dell’efficacia del vaccino stimata in Qatar, dove, oltre alla variante inglese, circola anche la variante sudafricana (B.1.351). I limiti di questo articolo (che in realtà è una semplice comunicazione) sono sostanzialmente legati alla dimensione limitata del campione statistico che è stato analizzato e, soprattutto, dalla particolare definizione di "contagi dopo la prima dose" di cui discuterò più avanti.

Per la variante inglese (B.1.1.7) la protezione rispetto alle infezioni sintomatiche è stata trovata pari a circa il 90% due settimane dopo la seconda dose vaccinale e arriva molto vicina al 100% per le forme più gravi (sostanzialmente quelle che richiedono l'ospedalizzazione). Da notare che una singola dose ha dimostrato di fornire una protezione modesta (dell’ordine del 50% per le forme più gravi).

I dati per la variante sudafricana (B.1.351) sono meno buoni. Il grado di protezione rispetto alle infezioni sintomatiche due settimane dopo la seconda dose è pari a circa il 75%, mentre se si considerano solo le forme più gravi l’efficacia si avvicina al 100% (come nel caso della variante inglese). Questo risultato è in linea con quanto anticipato da un precedente studio eseguito in Israele che ha analizzato i casi di persone contagiate con il ceppo sudafricano dopo aver completato la vaccinazione con Pfizer BioNTech. Si trattava tuttavia di uno studio che riguardava un limitato numero di casi, non idoneo per fornire informazioni statisticamente accurate. 
 
Da notare che secondo quanto sostenuto nel lavoro [2] una singola dose offre una protezione molto limitata rispetto ai contagi provocati dalla variante sudafricana

Il grafico seguente riassume i dati pubblicati per diversi ceppi virali. I risultati dello studio [2] sono mostrati coi punti neri e rossi. I punti blu si riferiscono allo studio [1]. Il risultato dello studio [4] condotto in Scozia prima del dilagare della variante inglese viene rappresentato con il simbolo di colore verde. Ho aggiunto anche il dato dello studio [6] condotto in Israele tra la metà di dicembre 2020 e la fine del mese di gennaio 2021 (punti di colore marrone) attribuendolo al ceppo "tradizionale". In realtà, già all’inizio dell'anno anche in Israele ha iniziato a girare la variante inglese che è diventata dominante alla fine del mese di gennaio [8]. I dati dello studio [6] comprendono anche una certo numero di casi di variante inglese, ma non sappiamo esattamente quanti.
 
Poiché il dato scozzese [4] viene spesso utilizzato a sostegno della scelta di posporre la data di somministrazione della seconda dose vaccinale, è interessante osservare come questo dato si confronti con i risultati degli studi più recenti.

Figura riassuntiva dei risultati provenienti da studi che hanno analizzato diversi ceppi virali. I punti tondi si riferiscono al grado di protezione rispetto a tutte le forme di contagio sintomatico, mentre i simboli rappresentano il livello di protezione rispetto ai casi più gravi che comportano l'ospedalizzazione. I dati dello studio [2] relativi alla variante inglese e a quella sudafricana sono rappresentati con punti di colore nero e rosso. Il punto verde si riferisce allo studio [4], mentre i punti di colore marrone si riferiscono al lavoro [6]. I punti blu sono i risultati dello studio [1]. La linea grigia tratteggiata separa i punti che si riferiscono al livello di protezione ottenuto con una o due dosi vaccinali
 
Riassumendo, l’attuale versione del vaccino Pfizer - BionTech offre un'eccellente protezione contro la variante inglese. Per la variante sudafricana la protezione è meno buona, ma la copertura rispetto ai casi più gravi o letali è comunque ottima se si fanno due dosi vaccinali. 
 
I dati relativi alla copertura offerta da una singola dose vaccinale sono meno rassicuranti. In particolare, considerando i casi più gravi o addirittura letali, si nota una progressiva riduzione della protezione offerta da una singola dose vaccinale quando si passa dal ceppo virale "tradizionale" (pre-variante inglese) alla variante inglese e a quella sudafricana
 
Va tuttavia detto che lo studio [2] considera tutti i contagi registrati dopo la prima vaccinazione [3], invece di limitarsi a considerare - come viene fatto abitualmente - solo quelli che avvengono tra la seconda e la terza settimana dopo la somministrazione della prima dose vaccinale. Solo durante questa terza settimana (che generalmente precede la somministrazione della seconda dose) è possibile escludere che le positività riscontrate non siano attribuibili a contagi avvenuti prima di aver ricevuto il vaccino e soprattutto prima che il vaccino abbia avuto modo  di produrre un adeguato livello di anticorpi. La metodologia adottata nello studio [2] potrebbe aver portato ad una sottostima del grado di copertura della prima dose vaccinale. Va detto comunque che la stessa procedura è stata utilizzata per ambedue i ceppi virali e quindi anche se i valori assoluti dell'efficacia vaccinale possono essere sottostimati, ci aspettiamo che i rapporti relativi (ovvero valori più bassi per la variante sudafricana) possano essere abbastanza realistici.
 
Se la risposta alla variante sudafricana dopo una sola dose vaccinale fosse effettivamente molto bassa, in presenza di tale variante (o di altre varianti con comportamenti simili)  la strategia di ritardare la somministrazione del vaccino Pfizer - BioNTech rispetto ai tempi canonici potrebbe rivelarsi inefficace, se non addirittura controproducente. Infatti ha senso tatticamente ritardare la seconda dose solo se - molto grossolanamente - la somma del livello di protezione ottenuto da due persone che hanno ricevuto una sola dose di vaccino è superiore al livello di protezione garantito ad una singola persona da una doppia dose vaccinale.
 
Il possibile problema legato alla presenza di particolari varianti virali si aggiunge a quello già noto relativo a determinate categorie di persone (ad esempio i malati oncologici) per le quali una sola dose vaccinale può produrre un bassissimo livello di copertura [5].
 
Ovviamente non sappiamo ancora nulla rispetto alla nuova variante indiana perché non c’è stato ancora il tempo materiale per svolgere tutte le necessarie indagini. 

Lista delle pubblicazioni citate in questo post:
  1. Eric J Haas, et al. "Impact and effectiveness of mRNA BNT162b2 vaccine against SARS-CoV-2 infections and COVID-19 cases, hospitalisations, and deaths following a nationwide vaccination campaign in Israel: an observational study using national surveillance data", The Lancet, May 05, 2021, https://doi.org/10.1016/S0140-6736(21)00947-8
  2. Laith J. Abu-Raddad, et al. "Effectiveness of the BNT162b2 Covid-19 Vaccine against the B.1.1.7 and B.1.351 Variants", N Engl J Med, May 05, 2021, https://www.nejm.org/doi/full/10.1056/NEJMc2104974
  3. Laith J. Abu-Raddad, private communication
  4. Eleftheria Vasileiou, et al. "Effectiveness of First Dose of COVID-19 Vaccines Against Hospital Admissions in Scotland: National Prospective Cohort Study of 5.4 Million People", preprint available at SSRN:  http://dx.doi.org/10.2139/ssrn.3789264
  5. Leticia Monin, et al. "Safety and immunogenicity of one versus two doses of the COVID-19 vaccine BNT162b2 for patients with cancer: interim analysis of a prospective observational study", The Lancet Oncology, April 27, 2021, https://doi.org/10.1016/S1470-2045(21)00213-8 
  6. Noa Dagan, et.al. "BNT162b2 mRNA Covid-19 Vaccine in a Nationwide Mass Vaccination Setting", N Engl J Med 2021; 384:1412-1423, htttp://dx.doi.org/10.1056/NEJMoa2101765
  7. Talia Kustin, et al. "Evidence for increased breakthrough rates of SARS-CoV-2 variants of concern in BNT162b2 mRNA vaccinated individuals", preprint available at
  8. Ariel Munitz, et al., "BNT162b2 vaccination effectively prevents the rapid rise of SARS-CoV-2 variant B.1.1.7 in high-risk populations in Israel", Cell Reports Medicine (2021), https://doi.org/10.1016/j.xcrm.2021.100264
  9. Eyal Leshem and Annelies Wilder-Smith, "COVID-19 vaccine impact in Israel and a way out of the pandemic", The Lancet, 05 May 2021, https://doi.org/10.1016/S0140-6736(21)01018

mercoledì 5 maggio 2021

Segnalazione: quanto può essere utile rimandare la seconda dose dei vaccini ad mRNA?

Vi segnalo un interessante articolo pubblicato recentemente su PLOS Biology nel quale viene analizzato l’impatto in termini di contagi, ricoveri e decessi di una campagna vaccinale impostata introducendo un forte ritardo nella somministrazione della seconda dose dei vaccini ad mRNA (Moderna e Pfizer-BioNTech).

Lo studio – basato su un modello matematico – parte dall’ipotesi che la disponibilità di vaccini sia tale da limitare la possibilità di fare vere e proprie vaccinazioni di massa. Ad esempio, il massimo tasso di somministrazione dei vaccini considerato nello studio è uguale a 450 dosi giornaliere per 100.000 abitanti (per gli USA sarebbero 1 milione e mezzo di dosi al giorno, ma per il piccolo Trentino circa 2400 dosi al giorno, numero leggermente inferiore rispetto a quello raggiunto durante le ultime due settimane). 
 
Un altro importante dato di partenza è quello relativo alla percentuale di popolazione che possiede una immunità avendo già contratto la malattia (in Trentino almeno il 12% della popolazione, tenendo conto anche dei positivi antigenici non confermati con il tampone molecolare spariti dalle statistiche ufficiali fino allo scorso 15 gennaio). Lo studio è basato su simulazioni che considerano un livello medio del 20%, con limiti minimo e massimo pari rispettivamente al 10 e al 30%.

Lo studio evidenzia come gli eventuali benefici associati al ritardo nella somministrazione della seconda dose dipendano da una molteplicità di fattori e non siano sempre scontati. In generale, sulla base dei dati disponibili, sembra che i vantaggi siano più forti per il vaccino Moderna piuttosto che per il vaccino Pfizer-BioNTech. Addirittura, in alcuni casi, per il vaccino Pfizer-BioNTech si può ipotizzare che, almeno per quanto riguarda il numero dei contagi, la strategia del rimando sia addirittura controproducente
 
La tempistica ideale per massimizzare i benefici in termini di minori ospedalizzazioni e decessi si ottiene aggiungendo un ulteriore ritardo di circa 9 settimane rispetto ai tempi canonici stabiliti dalle ditte produttrici dei vaccini.
 
I risultati delle simulazioni dipendono criticamente da un dato che oggi conosciamo poco: la stabilità nel tempo della (limitata) protezione offerta dalla prima dose vaccinale. Sappiamo abbastanza bene cosa succede fino a circa un mese dopo la somministrazione della prima dose, ma non abbiamo dati affidabili per il periodo successivo. Va segnalato inoltre che lo studio è parametrizzato su dati demografici e sociali tipici degli Stati Uniti e quindi non riflette esattamente le condizioni tipiche di un Paese europeo.

Pur con tutti i limiti e le approssimazioni che sono tipici di questo tipo di simulazioni numeriche, lo studio mette in luce la complessità del problema e ci fa intuire anche la reale portata della decisione italiana di estendere il ritardo nella somministrazione della seconda dose fino ad un massimo di 6 settimane (in pratica, 3 settimane di ritardo in più per il vaccino Pfizer-BioNTech e 2 settimane per  Moderna): una piccola “boccata d’aria” rispetto alla carenza di vaccini con un impatto tutto sommato trascurabile sugli effetti pratici della campagna vaccinale.

martedì 4 maggio 2021

La pandemia, il declino demografico dell'Italia ed i duri numeri della statistica

Se volessimo riassumere i dati ISTAT relativi all'andamento degli indicatori demografici italiani nel corso del 2020 potremmo un po’ brutalmente scrivere: “Culle vuote e cimiteri pieni!”. I dati sono stati ampiamente discussi dalla stampa italiana.

L'effetto della pandemia si è sovrapposto all'andamento del generale calo demografico che interessa l'Italia ormai da alcuni anni:

Andamento della popolazione residente in Italia durante l'ultimo ventennio. Nel corso degli ultimi 5 anni il forte calo dei cittadini italiani (figura a sinistra) e la sostanziale stabilità del numero di cittadini stranieri (figura a destra) hanno prodotto un progressivo declino della popolazione complessiva. Il massimo della popolazione residente in Italia era stato toccato nel 2014. Tratto da Rapporto ISTAT sui dati demografici nel corso del 2020.

Nel corso del 2020 ci sono stati in Italia quasi 750mila decessi, 112mila in più (+18%) rispetto all’anno precedente. Si tratta di un eccesso di mortalità chiaramente correlato con i due picchi pandemici che hanno colpito l’Italia durante il 2020. Inoltre andrebbe tenuto conto del fatto che le forti limitazioni introdotte durante il lockdown della primavera 2020 hanno temporaneamente ridotto i decessi legati ad alcune cause come, ad esempio gli incidenti stradali o quelli sul lavoro. 

La speranza di vita alla nascita si è ridotta di poco più di un anno rispetto al 2019, arrivando a circa 82 anni. Il calo più forte è stato registrato nelle Regioni/PPAA del Nord più colpite dalla pandemia. Questo ce lo aveva già detto l’INPS che, grazie alla pandemia, ha ricevuto un insperato aiuto per il contenimento dei suoi costi pensionistici.

A fronte dell'aumento di mortalità delle generazioni più anziane, si potrebbe pensare che il 2020 abbia portato ad un abbassamento dell’età media degli italiani. Falso! Malgrado la pandemia, nel corso del 2020, l’età media degli italiani è aumentata da 45,7 anni a 46 anni. La frazione di ultra sessantacinquenni è cresciuta dal 23,2 al 23,5% dell’intera popolazione.

La colpa di quest’aumento è tutta da attribuire al crollo della nascite: nel 2020 sono nati solo 404mila bambini, il 30% in meno rispetto al 2008. Il calo delle nascite sembra ormai inarrestabile e, almeno per gran parte del 2020, è difficilmente ascrivibile tra gli effetti secondari della pandemia. Se la Covid-19 ha provocato un calo della propensione a fare figli, il grosso degli effetti lo vedremo analizzando i dati della natalità durante il 2021.

Speriamo almeno che il progresso della campagna vaccinale e l’allentamento delle preoccupazioni legate alla pandemia inducano le giovani generazioni a “festeggiare” adeguatamente la fine delle restrizioni. Secondo notizie di stampa, sembra che in Inghilterra stia già accadendo.

Riassumendo, la pandemia ha provocato una forte crescita dei decessi, soprattutto tra le persone più anziane, ma non ha prodotto neppure una temporanea inversione di tendenza rispetto al progressivo invecchiamento che caratterizza, ormai da molti anni, la popolazione italiana.

Basterà il “Recovery plan” per porre fine al declino demografico? Purtroppo, penso proprio di no.



lunedì 3 maggio 2021

Addio all'immunità di gregge in USA?

Un articolo apparso sul New York Times fa il punto sull'avanzamento delle vaccinazioni negli USA, mettendo in dubbio la possibilità che gli Stati Uniti possano raggiungere la cosiddetta "immunità di gregge" (herd immunity).

Fino ad oggi negli Stati Uniti sono state somministrate 250 milioni di dosi vaccinali e la vaccinazione è stata completata (due dosi o dose singola per il vaccino J&J) da circa un terzo dei cittadini. Per confronto, in Italia (poco meno di un quinto degli abitanti degli Stati Uniti) siamo a 21 milioni di dosi vaccinali somministrate. Solo poco più del 10% della popolazione italiana ha completato la vaccinazione. 

I dati USA relativi ai nuovi contagi ed ai decessi stanno migliorando, anche se non c'è una differenza abissale rispetto ai dati italiani. Se riscaliamo gli attuali numeri della pandemia negli Stati Uniti (circa 330 milioni di abitanti) rispetto al numero di abitanti dell'Italia (circa 60 milioni) otteniamo circa 10.000 nuovi contagi e 120 decessi al giorno. Numeri migliori, ma non lontani rispetto a quelli italiani. Va detto che, a differenza di quanto avvenuto in Israele e Gran Bretagna, in USA la campagna vaccinale non è mai stata accompagnata da misure particolarmente severe di lockdown.

La situazione attuale della campagna vaccinale americana mostra chiari segnali di rallentamento. Si stima che circa il 30% dei cittadini americani siano poco propensi a vaccinarsi e il calo dei contagi spinge molti a ritenere che, tutto sommato, il vaccino non sia più così importante. 

Gli Stati Uniti stanno affrontando un problema che presto potrebbe diventuare di attualità anche in Italia: dopo avere velocemente vaccinato le persone più propense alla vaccinazione (salta-fila inclusi), come fare a convincere quella fascia di cittadini che - pur non essendo irriducibili no-vax - sono piuttosto riluttanti a farsi vaccinare? Problema che in Italia potrebbe diventare ancora più grave a causa della ben nota "telenovela" AstraZeneca, vaccino a cui gli USA non hanno ancora concesso l'autorizzazione per la somministrazione.

Andamento della campagna vaccinale in USA (percentuale della popolazione vaccinata giornalmente). Dopo essere cresciuta progressivamente fino a raggiungere un picco pari a circa l'1% di popolazione vaccinata in un solo giorno, la somministrazione dei vaccini mostra chiari segni di rallentamento. Attualmente solo un terzo dei cittadini americani ha completato la vaccinazione. Tratto da Our World in Data
 

Alla perdita di spinta della campagna vaccinale si aggiunge il problema delle nuove varianti ad elevata contagiosità. L'aumento della contagiosità fa salire la percentuale minima di persone che devono essere immuni per poter arrivare all'immunità di gregge. Tale livello era inizialmente stimato tra il 60 ed il 70% della popolazione. L'arrivo delle nuove varianti, più contagiose, ha fatto alzare la stima fino all'80%. Anche assumendo che i vaccini siano approvati per la vaccinazione dei bambini, raggiungere tale obiettivo non sarà affatto facile.

Partita persa? Vincerà sempre il virus? Non è detto. Raggiungere la classica immunità di gregge significherebbe mettere il virus in condizione di non riprodursi per mancanza di persone sensibili, costringendolo all'estinzione.

Anche se la immunità di gregge non fosse raggiunta, l'effetto delle vaccinazioni sarebbe comunque determinante per produrre una sostanziale riduzione sia del numero dei nuovi casi che della loro gravità. In altre parole, se anche il virus rimanesse in circolazione, gli effetti sulla sanità pubblica sarebbero nettamente inferiori rispetto a quelli che abbiamo sperimentato durante questo anno e mezzo di pandemia.

Ogni vaccino in più è un piccolo passo verso il ritorno alla tranquillità.


domenica 2 maggio 2021

Segnalazione: l'impatto di alcune varianti virali sui ricoveri ospedalieri

In un articolo pubblicato recentemente su Eurosurveillance, la rivista open-access dedicata all'epidemiologia, gestita dall'European Centre for Diseases Prevention and Control (ECDC), un gruppo di ricercatori europei presenta una analisi dedicata all'impatto delle nuove varianti virali che sono apparse in Europa alla fine del 2020 (variante inglese, sud-africana e brasiliana) sul livello di ospedalizzazione dei malati di Covid-19. Naturalmente, considerati i tempi di realizzazione, questo studio non ha considerato il possibile impatto della nuova variante indiana.

Per tutte le varianti inserite in questo studio c'è l'evidenza ormai consolidata di una maggiore contagiosità rispetto al ceppo virale che circolava in Europa fino all'autunno 2020. Si è molto discusso sul fatto che, oltre ad essere più contagiose, le nuove varianti possano provocare forme mediamente più gravi di Covid-19.

L'articolo che vi segnalo oggi analizza i dati raccolti in 7 Paesi europei (tra cui l'Italia) nel periodo che va da fine 2020 (settimana numero 38) fino alla metà di marzo 2021 (settimana 10). Il principale limite di questo studio dipende dal numero relativamente basso di sequenziamenti genetici che sono stati fatti in Europa. Il numero di casi incluso nello studio, pur superando complessivamente quota 20.000, non è sufficiente per svolgere un'analisi statisticamente accurata che tenga conto di tutti i parametri che possono condizionare l'esito della malattia (età, genere, presenza di co-morbilità, ecc.).

Pur con un certo margine di incertezza, i risultati dello studio pubblicato da Eurosurveillance sono abbastanza eloquenti: le 3 nuove varianti virali producono un aumento sensibile della probabilità di ricovero (anche in terapia intensiva) per tutti i contagiati, anche quelli della cosiddetta "mezza-età". In pratica, lo studio conferma quello che conoscevamo dalle cronache dei giornali, ovvero un progressivo abbassamento dell'età media delle persone ricoverate nei reparti Covid. Ricordiamo che questo effetto non dipende dalla maggiore contagiosità perché la probabilità di ricovero si misura osservando quante delle persone che hanno contratto un certo ceppo virale vengono ricoverate in ospedale.

Lo studio non mette in evidenza un aumento particolare della letalità rispetto al ceppo virale "tradizionale", ma questo potrebbe essere solo un effetto legato alla dimensione troppo piccola del campione analizzato (complessivamente lo studio ha evidenziato circa 250 decessi, poco più dell'1% dei pazienti considerati). 

Le conclusioni dell'articolo confermano la necessità di estendere, al più presto possibile, la copertura vaccinale a tutte le classi di età. Chi si illudeva che bastasse vaccinare gli ultra-settantenni per svuotare completamente i reparti Covid degli ospedali, forse ha sottovalutato l'impatto dei nuovi ceppi virali. 

sabato 1 maggio 2021

In Trentino vacciniamo di più o di meno rispetto al resto d'Italia?

Le notizie riguardanti le vaccinazioni Covid in Trentino sono talvolta contrastanti: da una parte c’è una assordante propaganda provinciale secondo cui saremmo sempre i “primi della classe”, dando tutte le colpe al Governo nazionale che “non manda abbastanza vaccini”. Non si capisce allora come sia possibile che in realtà le vaccinazioni procedano a rilento, con il Trentino che fatica a star dietro rispetto agli obiettivi assegnati dal Gen. Figliuolo
 
Oggi l’edizione trentina del Corriere della Sera riporta con un certo risalto un’intervista con l’Assessora trentina alla Salute che se la prende con i trentini settantenni che sarebbero riluttanti a farsi vaccinare.

Per cercare di capire meglio, sono andato a vedere i dati riportati dal sito AGENAS che ha una sezione molto ben fatta e dettagliata sull’andamento delle vaccinazioni. Il dato sulla percentuale di cittadini trentini (di tutte le età) che hanno ricevuto almeno una dose vaccinale è confrontato con quello delle altre Regioni/PPAA italiane e con la media delle altre Nazioni Europee. Il dato del Trentino è evidenziato in figura con una freccia di colore rosso:
 
Percentuale della popolazione che ha ricevuto almeno una dose vaccinale nelle Regioni/PPAA (barre arancione) confrontata con il dato medio delle altre Nazioni europee (barre blu, tratto da AGENAS). La freccia rossa indica il Trentino. La barra rossa corrisponde alla media italiana

Come potete vedere, il livello delle vaccinazioni fatte fino ad oggi in Trentino è leggermente superiore rispetto alla media nazionale, ma 8 Regioni/PPAA italiane hanno fatto più prime dosi vaccinali. 
 
Se osserviamo cosa accade negli altri Paesi europei, in testa troviamo Malta che è una vera e propria singolarità e l'Ungheria che – con scarso successo – ha esteso la sua campagna vaccinale scegliendo di utilizzare anche vaccini di produzione russa e cinese, talvolta di dubbia efficacia. Quasi tutti gli altri Paesi europei hanno raggiunto una percentuale di prime dosi non lontana da quella media dell’Italia e 4 Regioni/PPAA italiane si trovano all’interno delle prime 10 posizioni (Liguria, Valle D’Aosta, Marche e P.A. Bolzano) della particolare classifica elaborata da AGENAS.
 
In coda, sia a livello nazionale che europeo, troviamo Sicilia e Calabria. La posizione del Trentino per quanto riguarda le prime dosi vaccinali è buona, sopra la media nazionale ed anche leggermente sopra alla mediana della percentuale di somministrazione misurata a livello europeo. 
 
Il problema del Trentino è semmai un altro: all’inizio della campagna vaccinale il Trentino riusciva a somministrare molti più vaccini rispetto alla media italiana, ma poi ha rapidamente perso capacità d’azione ed ha iniziato a scivolare verso posizioni sostanzialmente allineate con la media nazionale. Attualmente è collocato molto meglio di Calabria e Sicilia, ma leggermente sotto rispetto alla Lombardia che, all’inizio della campagna vaccinale, aveva evidenziato gravissime criticità. 
 
In altre parole: un conto è vaccinare il personale sanitario e gli ospiti delle RSA (e qualche amico o parente salta-fila) ed un conto è gestire una campagna di somministrazione di massa. 
 

Rapporto tra il numero di dosi vaccinali somministrate in Trentino (somma di prime e seconde dosi, normalizzate rispetto al numero di abitanti) e quelle somministrate in Italia, in funzione dell'avanzamento della vaccinazione. La linea tratteggiata (rapporto uguale ad uno) corrisponde alla situazione in cui il Trentino ha valori identici rispetto alla media nazionale. La barra d'errore verticale, in corrispondenza del punto più a destra, indica l'intervallo coperto dal rapporto calcolato per le diverse Regioni/PPAA, aggiornato al 1 maggio 2021.

Osservando i valori attuali (aggiornati al 1 maggio 2021) delle dosi somministrate (normalizzati rispetto alla popolazione) si nota chiaramente che il Trentino sta registrando una certa difficoltà a tenere il passo con le altre Regioni/PPAA italiane:
Dosi somministrate per ogni 100.000 abitanti (colonna a destra). Il dato è aggiornato al 1 maggio 2021. Il Trentino è evidenziato in rosso. Tratto da Lab24

I motivi del rallentamento registrato in Trentino dopo lo sprint iniziale sono molteplici anche se l’Assessora “non è mai colpa mia!” oggi sembra prendersela con i 70enni che sarebbero diventati in massa “no-vax”.

Se guardiamo al dato dei trentini settantenni, fino ad oggi il 76% si è già vaccinato (o ha comunque prenotato la prima dose). Se teniamo conto del fatto che almeno il 10% dei settantenni ha contratto la Covid-19 da novembre in poi (anche se non tutti appaiono nelle statistiche ufficiali) la fascia di vaccinandi che manca all’appello è pari a poco meno del 15%. Tolta una base fisiologica del 5% costituita da irriducibili “no-vax” o da persone che, a causa delle loro condizioni di salute, non possono essere vaccinate, manca all’appello circa il 10% dei settantenni, ovvero circa 5.000 persone. Un numero poco significativo rispetto alle dosi fin qui somministrate (più di 180.000), ma rilevante dal punto di vista sanitario perché i 70-enni non immuni (per aver già contratto la malattia o grazie al vaccino) sono ad alto rischio di gravi complicanze in caso di contagio. 
 
Tra le cause che possono aver indotto molti cittadini di età 60+ a rimandare la vaccinazione non dobbiamo dimenticare la ben nota “telenovela” AstraZeneca. Molte persone "diversamente giovani" si sono chieste legittimamente: “Perché dovrei farmi somministrare un vaccino a vettore virale, sapendo che i vaccini ad mRNA sono più efficaci e hanno minori effetti avversi gravi?”. 
 
Poiché il vaccino AstraZeneca non è l’unico disponibile, vale fino ad un certo punto il ragionamento (assolutamente logico) secondo cui “i rischi associati alla vaccinazione con un vaccino a vettore virale sono assolutamente trascurabili rispetto ai rischi di complicanze in caso di contagio”. 

Oltre alle lettere che l’Assessora pensa di inviare a casa dei “renitenti al vaccino”, forse il Trentino, analogamente a quanto hanno fatto altre Regioni/PPAA (ad esempio, l'Alto Adige), potrebbe fare chiarezza sul tipo di vaccino che viene somministrato in ciascun centro vaccinale. Scegliendo dove sarannno vaccinati, i cittadini che lo desiderano, potranno scegliere anche il tipo di vaccino che sarà loro somministrato.

Un po’ di trasparenza – fin dal momento della prenotazione on-line – sul tipo di vaccino che sarà somministrato aiuterebbe a superare gli eventuali timori, consentendo di raggiungere migliori obiettivi in termini di percentuale della popolazione vaccinata.