È stata tutta colpa dei cinesi?
Non c'è dubbio che il Coronavirus sia partito dalla Cina, ma basta dare un’occhiata ai numeri per rispondere che la diffusione del virus in Italia non può essere addebitata ai nostri concittadini di origine cinese. I tentativi di risalire al cosiddetto "paziente zero" sono stati infruttuosi. A parte i
due turisti cinesi trovati positivi a fine gennaio, in Italia abbiamo scoperto solo pochi casi che possiamo attribuire con certezza ad una
importazione diretta dall’Oriente. Recentemente si è ipotizzato che una parte del contagio sia avvenuto tramite un passaggio intermedio via Germania: ulteriori studi genetici sul virus potranno aiutarci a capire meglio cosa sia successo. Gli studiosi sono abbastanza concordi nell'affermare che il virus circolasse già nel mese di gennaio, prima che l'opinione pubblica europea incominciasse a capire con maggiore chiarezza gli avvenimenti che stavano accadendo in Cina.
Quelli che se la
prendono con i nostri concittadini cinesi, li insultano e talvolta
passano pure alle vie
di fatto dovrebbero meditare sul fatto che, fino
ad oggi, pochissimi membri della comunità cinese che vive in Italia sono
stati classificati come positivi al virus. Forse, sapendo meglio di noi cosa stava succedendo in Cina, sono stati più attenti di noi ad evitare i contagi. Tenuto
conto delle strette interazioni esistenti tra i membri della comunità
cinese, è difficile pensare che un eventuale paziente zero di
origine cinese avrebbe infettato solo padani,
lasciando indenne la sua comunità.
Quando
incrociamo un cinese per strada evitiamo di cambiare marciapiede.
Muoiono solo i vecchi, perché dovremmo preoccuparci?
Confesso che essendo over-70 non
riesco ad affrontare questo tema con il necessario distacco. Tra le
tante sciocchezze che ho trovato in rete, mi ha particolarmente colpito l’affermazione che tutto
sommato
il virus potrebbe avere un effetto benefico per le esauste casse
dell’INPS.
Se ci pensate, altro non è che una delle tante forme di
razzismo che affliggono i nostri tempi: in fondo perché dovrei
preoccuparmi di qualcosa che colpisce qualcuno che è diverso da me?
Chi pensa che il problema non lo riguardi dovrebbe guardare le
statistiche cinesi. È verissimo che gli anziani sono le persone più
a rischio (come succede per moltissime altre patologie), ma in Cina
ci sono stati anche molti morti in giovane età, specialmente tra il
personale sanitario. Anche se il pericolo non è omogeneo, il
problema riguarda tutti e lo possiamo affrontare solo se lavoriamo
uniti, lasciando da parte i pregiudizi.
Le misure di restrizione al movimento delle persone servono davvero o
producono solo danni
all’economia?
Le limitazioni alla mobilità delle
persone che sono state imposte (o che i cittadini si sono
auto-imposti) sono essenziali per mitigare lo sviluppo dell’epidemia.
È chiaro che il contagio avviene solo per contatto ravvicinato: se i
contatti non ci sono l’epidemia non si propaga. Tuttavia, passato
il panico iniziale, abbiamo realizzato che limitare il movimento
delle persone produce danni significativi dal punto di vista
economico e sociale. Non sarà facile trovare il giusto equilibrio e
nessuno in questo momento ha la ricetta
magica.
Va anche detto che non dobbiamo comportarci in modo
schizofrenico e che tutto sarebbe più semplice se taluni politici
non provassero a speculare su questi argomenti per guadagnare un
pugno di voti. Gli scienziati sono concordi nel dirci che, essendo il
virus completamente nuovo, il vero pericolo sarebbe quello di una
espansione incontrollata che metterebbe in ginocchio il sistema sanitario del Paese.
L’obiettivo
minimo delle
restrizioni imposte al movimento delle persone è quello di contenere
l’epidemia entro livelli tali da garantire la stabilità del
sistema sanitario nazionale. I politici, invece di improvvisarsi epidemiologi,
dovrebbero cercare di concentrarsi sul loro compito: evitare di
sottovalutare i problemi o di generare panico ingiustificato,
mitigando i danni che le restrizioni alla mobilità delle persone
produrranno
sul sistema economico e sociale del Paese.
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