domenica 28 marzo 2021

La didattica a distanza tra disagio sociale e docenti neo-luddisti

Crescono in tutta Italia le manifestazioni di protesta contro la didattica a distanza, ormai nota con l’acronimo DAD. Come succede spesso, queste manifestazioni raccolgono un fronte molto eterogeneo che va da chi mette in evidenza l’innegabile disagio degli studenti (e dei loro genitori) fino a chi usa la protesta anti-DAD come una opportunità per propagandare idee negazioniste.

Il copione di queste manifestazioni è sempre più o meno lo stesso:
  1. Si parte dalle difficoltà oggettive e dai limiti tecnologici di questo forzato esperimento di interazione a distanza.
  2. Si mettono in evidenza i danni psicologici e le difficoltà di apprendimento dei nostri giovani.
  3. Si ricordano i disagi delle famiglie e soprattutto delle madri costrette ad impossibili tour de force tra DAD, lavoro ed altri impegni famigliari.
  4. Si citano – senza capirne i limiti – gli studi che negherebbero il ruolo delle Scuole come amplificatore del contagio, confondendo l’ampiezza (in termini di numero di pagine) di un rapporto con la sua consistenza scientifica;
  5. Si citano studi in modo parziale domandandosi "basta chiudere le Scuole per bloccare la diffusione del virus?". La risposta è ovviamente no se non si chiudono anche molte altre attività, ma questo non vuol dire che quando la situazione è particolarmente critica (ovvero quando le terapie intensive sono sature) e dopo avre chiuso tutte le attività non strettamente indispensabili, non si debba mettere nel conto anche la chiusura temporanea delle Scuole.
  6. Si fa finta di ignorare che quando sono state chiuse le Scuole in Trentino i contagi tra i giovani in età scolare erano cresciuti di quasi il 50% nell’arco di due sole settimane a dimostrazione che ormai le Scuole erano diventate un potente amplificatore della circolazione virale. 
  7. Si nega l’importanza dei tamponi come strumento di monitoraggio dello stato epidemiologico delle Scuole e, in taluni casi, si arriva addirittura alla richiesta di non farli.
  8. Si conclude definendo la DAD come una sorta di “male assoluto” da abbandonare definitivamente al più presto possibile.
A sinistra la distribuzione d'età dei contagiati del Trentino nella settimana che terminava lo scorso 26 febbraio. A destra, lo stesso dato due settimane dopo, poco prima della chiusura delle Scuole. Il livello complessivo dei contagi è rimasto pressoché stabile nel corso delle due settimane prese in considerazione, ma la percentuale di contagi tra la popolazione in età scolastica (6-19 anni, fetta di colore verde) è passata dal 10,7% al 15,7% dei casi complessivi. Elaborato sulla base dei dati comunicati durante le conferenze stampa PAT
 
Questa miscela di verità e di posizioni quantomeno opinabili rende oggettivamente difficile discutere di DAD perché ormai siamo ad una specie di scontro ideologico. Si è pro o contro e qualsiasi tentativo di approfondire la realtà delle cose rischia di scontentare tutti.

Pur essendo consapevole di questa difficoltà, provo ad affrontare comunque l’argomento concentrandomi, in particolare, su una domanda: “cosa rimarrà di questa esperienza quando la pandemia sarà passata?”.

Premetto che non è certo mia intenzione negare l’esistenza degli enormi problemi sollevati dalla DAD. In queste settimane molti nonni si sono improvvisati “tutor” dei loro nipoti più piccoli che avevano entrambi i genitori impegnati in attività lavorative esterne e non potevano essere abbandonati a casa da soli per seguire la DAD. Molti nonni – come il sottoscritto - hanno potuto toccare con mano il disagio dei più piccoli e le difficoltà affrontate dai docenti che disponevano di strumenti tecnologici limitati (la frase più comune ascoltata era “scusate, non funziona”) e poco addestrati a gestire l’interazione a distanza (che non può essere la mera riproduzione di ciò che avviene in presenza).

Siamo sempre alla prima stanza di un tipico museo dell’automobile, dove si vedono carrozze in cui il motore a scoppio ha preso il posto dei cavalli, ma non vere e proprie automobili, almeno come le conosciamo noi oggi.

La Scuola trentina avrebbe potuto utilizzare la scorsa estate per prepararsi meglio al possibile ritorno alla DAD. Non lo ha fatto o lo ha fatto in modo largamente insufficiente, forse perché allora molti si illudevano che il virus fosse “clinicamente morto”. Peccato perché sarebbe stata un’occasione per dimostrare il vero valore dell’Autonomia che non è un privilegio caduto dall’alto, ma dovrebbe essere soprattutto capacità di far bene e di innovare, svolgendo un ruolo propositivo utile per tutto il Paese.

In particolare, mi pare che – anche in Trentino – sia mancata completamente una approfondita discussione sulle implicazioni pedagogiche della didattica a distanza. Un anno fa, la DAD spuntò fuori “come un coniglio dal cilindro” per rispondere alla sfida del lockdown. Oggi, in condizioni completamente diverse, continuiamo a privilegiare l’approccio emergenziale e pochi sembrano preoccuparsi di fornire le dotazioni tecnologiche che sarebbero necessarie (che non significa solo dare un tablet a chi non ce l’ha) e soprattutto di cambiare il modo di fare didattica quando si lavora a distanza.

Mettere in discussione i metodi pedagogici non significa svilire il futuro ruolo dei docenti per sostituirli con un computer. Ma il solo fatto di adombrare che la didattica del futuro possa essere – almeno in parte – diversa rispetto a quella che si faceva fino a ieri, ha fatto nascere anche tra il personale docente talune posizioni che potremmo definire neo-luddiste: “la didattica a distanza è il male assoluto, il “cavallo di Troia” con il quale si vuole svilire il ruolo dei docenti e, come tale, va combattuta senza se e senza ma”.

Gli echi di queste posizioni neo-luddiste li abbiamo sentiti con molta chiarezza durante le manifestazioni anti-DAD di questi giorni. Molti hanno chiesto che, passata l’emergenza, la didattica a distanza sia messa definitivamente in soffitta e si ritorni “al bel tempo che fu”.

Personalmente non credo che la DAD sparirà del tutto, così come non abbandoneremo completamente le esperienze di lavoro a distanza a cui siamo stati costretti a causa dell’emergenza pandemica. Durante l’ultimo anno abbiamo sviluppato sperimentazioni che – in tempi normali – avrebbero richiesto almeno un decennio. L’oggettiva impreparazione ed i limiti tecnologici con cui abbiamo affrontato l’emergenza non ci possono far perdere di vista il fatto che stiamo vivendo un passaggio epocale. C’è tanto lavoro da fare per capire gli errori di questa frenetica sperimentazione, ma certi processi sono irreversibili.

All’inizio del XIX secolo i luddisti si illudevano di fermare lo sviluppo industriale distruggendo le fabbriche, salvando così le vecchie pratiche artigianali. Qualsiasi processo innovativo porta con sé movimenti più o meno consistenti di neo-luddisti che si illudono di fermare il tempo.

Io non sono un acritico entusiasta dell’innovazione: ci sono un sacco di stupidaggini che nessuno ha mai fatto prima e che talvolta vengono confuse con l'innovazione. Ad esempio, aver smantellato il sistema di assistenza distribuita sul territorio e aver concentrato gli investimenti della Sanità lombarda esclusivamente nei grandi ospedali è stato a lungo presentato come un modello altamente innovativo,  fonte di ispirazione anche per le altre Regioni/PPAA. L'arrivo della pandemia ha rivelato tutti i limiti di questo approccio.
 
Pur essendo consapevole che talvolta bisogna pensarci bene prima di abbandonare i vecchi (e collaudati) modelli per adottare approcci completamente nuovi, non sottovaluto il fatto che le nuove tecnologie (e quelle che saranno disponibili a breve) cambieranno profondamente l’interazione tra gli esseri umani. La formazione dei nostri giovani non potrà prescindere dall’utilizzo di tali tecnologie e lo dovrà fare capendo che, per sfruttarle al meglio, bisognerà anche rivedere profondamente il nostro approccio pedagogico. Il fatto che la pandemia abbia - sia pure in modo un po' caotico - accelerato tali processi non ci deve far presumere che, finita la pandemia, l'orologio del cambiamento si fermi.

Illudersi che tutto torni come prima serve a poco e rischia di produrre danni futuri non meno gravi rispetto ai danni prodotti dall’attuale approccio incompleto e talvolta raffazzonato alla didattica a distanza.

4 commenti:

  1. Parlando di didattica a distanza pare che anche per i bambini trentini e anche per bambini di infanzia e primaria (che se non messi in quarantena per presenza di due positivi in classe sono sempre stati in presenza) si parli di disagio sociale, di bambini demotivati e frustrati. Due settimane di DAD e sono così? Questo mi fa presupporre che 6 mesi di didattica in presenza non siano bastati a cancellare i tre mesi scarsi di didattica a distanza dello scorso anno; e quest'anno, date l'immediata costituzione di gruppi di genitori "contro", apparentemente non è andata meglio. Personalmente posso dirmi fortunata, i miei figli se pur piccoli, non l'hanno vissuta male e ormai che si erano assuefatti all'idea di essere a casa fino a dopo Pasqua vivono forse peggio il dover essere costretti domani a un nuovo "ricalcolo percorso". E questo mi fa ancora più pensare "Come mai in Trentino ci sono così tanti bambini di infanzia e primaria terrorizzati dalla DAD?" E come mai sono così pronti ai cambiamenti repentini dal non risentirne da due settimane di DAD seguiti da massimo tre giorni in presenza per poi stare una settimana a casa e infine di nuovo a scuola? Ma il bello è che questi bambini apparentemente sono felici di tornare in classe nonostante la scuola che trovano (che è quanto di più lontano esista da ciò che tutti i pedagogisti propongono per renderli felici). Torneranno infatti forse un po' rintronati (perché fra il resto c'è pure un cambio dell'ora di mezzo), ancora distanziati e con mascherina (perché il virus c'è ancora), ancora coi banchi singoli, ancora con le ricreazioni strane in cui non ci si potrà ne toccare o abbracciare, ne giocare con una palla; e non si potranno ancora fare uscite, ne si potrà andare a visitare musei o a visitare una fattoria didattica. Non so, a me e ai miei figli la scuola di quest'anno non mi par essere di qualità (come sostiene Fugatti). Se pur in presenza e per due settimane non siamo morti per la DAD; nei momenti in cui ero impegnata col lavoro, riuscivano a gestirsi e non ne hanno fatto drammi. Non faranno drammi neanche domani ma ho trovato eccessiva e sproporzionata la manifestazione di ieri a Trento... se poi fosse stata una manifestazione non per il ritorno in presenza ma per cambiare questa scuola, permettere uscite, riaprire musei e teatri (per gruppi singoli e con le opportune misure di sicurezza) allora l'avrei capito, ma per quello che ho sentito è stata l'ennesima occasione perduta per provare a chiedere di cambiare le cose.

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  2. Fact Checking - Contagio nelle scuole: ecco tutte le falle nello studio di Sara Gandini
    Andrea Casadio – editorialedomani.it - 29 marzo 2021

    I risultati sono pubblicati non su Lancet, ma su Lancet Regional Health: mandi il tuo articolo, paghi 3500 euro e te lo pubblicano con un minimo processo di revisione. E infatti gli scienziati seri non la citano mai
    - Lo studio esamina i dati solo fino al novembre 2020, epoca in cui la seconda ondata non era ancora scoppiata del tutto.
    - Gli autori scrivono che hanno preso in esame 753 scuole medie, in ognuna delle quali sono stati fatti in media 17 tamponi. Ma, ammettono loro stessi, ci sono scuole dove hanno fatto 0 tamponi e altre dove ne hanno fatti 87.
    - Se trovi che la popolazione scolastica (composta per il 90% da giovani che normalmente si infettano da 2 a 4 volte meno degli adulti) si contagia tanto quanto la popolazione generale, significa che il virus nelle scuole circola tantissimo.

    Alla fine, il tanto dibattuto articolo scientifico scritto dall’epidemiologa Sara Gandini e dai suoi colleghi, dal titolo Studio sul ruolo delle scuole nella seconda ondata del Sars-Cov-2 in Italia, che dimostrerebbe che le scuole non diffondono il contagio, è stato pubblicato.

    Ma lo studio di Gandini è davvero così solido? No, ha molte debolezze. E’ comparso su Lancet REGIONAL HEALTH, una rivista scientifica minore edita dallo stesso gruppo che pubblica anche Lancet, una delle riviste di scienze mediche più importanti del mondo. Ma Lancet Regional Health non è Lancet.

    Lancet Regional Health è OPEN ACCESS, cioè tu mandi il tuo articolo, paghi 3500 euro e te lo pubblicano con un minimo processo di revisione da parte di altri scienziati, il che depone per la scarsa autorevolezza della rivista, tanto scarsa che praticamente non se la fila nessuno scienziato serio, e difatti ha un impact factor pari a zero. L’impact factor è il numero medio di volte che uno studio su una rivista viene citato da altri scienziati: più alto è, maggiore è l’importanza della rivista.

    Per pubblicare su Lancet, che invece ha un impact factor di 60, tu devi fare una scoperta fondamentale, devi produrre un lavoro scientifico a prova di bomba, devi superare lo scrutinio di altri scienziati severissimi che passano al setaccio il tuo studio, e ovviamente non devi pagare. E’ probabile che Gandini abbia inizialmente mandato il suo paper a Lancet, ma l’hanno rifiutato e lo hanno dirottato verso la sotto-marca della loro rivista.

    C’erano ragioni per rifiutarlo? A Lancet sanno che la maggior parte degli scienziati sostengono, dati alla mano, che le scuole sono UN LUOGO PRIVILEGIATO per la diffusione del Coronavirus, poiché dentro un’aula scolastica si assembrano 30 persone per cinque ore.

    LE FALLE nello studio di Gandini - Lo studio della Gandini nella prima stesura aveva titolo: «Non c’è prova scientifica dell’associazione tra le scuole e la seconda ondata di SARS-CoV-2 in Italia». Ma l’hanno costretta a cambiarlo in: «Studio sul ruolo delle scuole nella seconda ondata di SARS-CoV-2 in Italia».

    Gandini scrive: «Tra gli insegnanti e i non docenti i contagi sono stati IL DOPPIO rispetto a quelli osservati nella popolazione generale». Chi li avrà contagiati? Gli studenti, è ovvio.

    Se uno si prende la briga di fare un grafico con i dati nazionali prolungati fino a novembre, forniti dalla stessa Gandini, che però li ha usati, ottiene una figura che dimostra che gli insegnanti si infettano MOLTO PIU’ della popolazione generale! E chi li avrà infettati, ripeto? Ovviamente gli studenti.

    DIRE CHE le scuole sono il luogo più sicuro in assoluto, cosa che tra l’altro va contro all’opinione scientifica prevalente, ci impedisce di metterle davvero in sicurezza, proprio ora che si stanno diffondendo nuove varianti del Coronavirus, come quella inglese, più aggressive e letali, e che colpiscono anche i giovani.

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  3. Giovanni Sebastiani (CNR): "Era meglio non riaprire le scuole, nemmeno dopo Pasqua.
    Il contagio maggiore è ora tra bambini e ragazzi"
    lastampa.it - 30 marzo 2021

    Giovanni Sebastiani (Matematico CNR) analizza le curve dei dati dell'espansione dell'epidemia COvid, in particolare, con i dati divisi per fasce d'età, oltre che i ricoveri Covid e l'occupazione delle terapie intensive.

    A questo proposito, Sebastiani fa notare come - rispetto alla prima ondata dello scorso anno - i positivi tra i bambini e ragazzi siano IN FORTE INCREMENTO, in particolare la fascia degli Under 11 è quella con la maggiore incidenza di contagi. Riaprire le scuola adesso è UN AZZARDO, dice Sebastiani, e forse anche la riapertura dopo Pasqua; bisognava adottare linee di maggiore prudenza.

    Il picco generale dei contagi però è alle nostre spalle, mentre invece LA PROSSIMA SETTIMANA ci sarà il picco dei decessi (ancora troppo alti nel nostro Paese) e anche dei ricoveri. Bisognava adottare il metodo inglese, dice ancora Sebastiani, che ha stretto molto con le limitazioni per quattro mesi: ora - grazie anche alla forte campagna di vaccinazione - può non solo riaprire in presenza tutte le scuole, ma gradualmente si prepara a breve a tornare ad una vita quasi normale.

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  4. Roberto De Vogli, Professore, Università di Padova - 1 Aprile 2021
    Ancora sullo studio sulle ‘scuole sicure’. Per me I DATI DIMOSTRANO L'OPPOSTO

    Lo studio pubblicato su Lancet Regional Health, una nuova rivista open access senza fattore d’impatto e poco conosciuta, dimostrerebbe che “la scuola è sicura”. L’ipotesi, d’altra parte, era stata ampiamente sostenuta da numerose figure pubbliche ANCORA PRIMA della pubblicazione dello studio stesso. Azzolina ha affermato che “la scuola è il luogo più sicuro di tutti”. Miozzo: “la scuola non è luogo di rischio con le dovute precauzioni, è una priorità riaprire”. Locatelli: “La scuola è sicura. Basta bugie”.

    Cosa dicono i risultati principali dello studio su Lancet Regional Health? Sostengono che:
    a) l’incidenza SARS-CoV-2 tra gli studenti 6-13 anni è molto più bassa (66/10 000) rispetto a quella della popolazione generale (108/10 000);
    b) l’incidenza SARS-CoV-2 tra gli studenti 14-18 anni è appena inferiore (98/10 000) a quella della popolazione generale;
    c) l’incidenza SARS-CoV-2 tra insegnanti e personale scolastico è più del doppio (220/10,000) di quella della popolazione generale. In altre parole, sono proprio i dati in Figura 1 di questa ricerca spesso interpretata come solida evidenza a sostegno dell’ipotesi che “la scuola è sicura” a indicare che in realtà non lo è affatto.

    In precedenza, oltre a uno studio su Euro Surveillance che aveva dimostrato che la trasmissione all’interno delle scuole medie e superiori Italiane avviene soprattutto tra gli studenti di età compresa tra i 10 e 18 anni, un’analisi cross-nazionale pubblicata su Lancet Infectious Diesases, riguardante centinaia di Paesi inclusa l’Italia, ha concluso che la riapertura delle scuole PUO’ EFFETTIVAMENTE AUMENTARE il numero di riproduzione.

    C’è anche un contributo su Italian Journal of Pediatrics dove addirittura NEL TITOLO si dichiara che la scuola in Italia è sicura, nonostante i dati presentati dagli autori includano una prevalenza SARS-CoV-2 dell’1.1% in 1 dei 3 periodi considerati durante la seconda ondata.

    Se questa proporzione venisse estrapolata ai quasi 8,5 milioni di studenti e oltre 800mila docenti (senza contare bidelli, amministrativi e altro personale) parleremmo di oltre 100 mila contagiati. Anche questo studio in pratica ha dimostrato, a insaputa degli autori, che LA SCUOLA NON E’ AFFATTO SICURA.

    Riaprire le scuole è sì una priorità, tuttavia sono necessari interventi efficaci al fine di renderle davvero sicure. In un recente editoriale sulla rivista The Lancet, Deepti Gurdasani e colleghi affermano con forza che la riapertura delle scuole senza robusti interventi di mitigazione Covid-19 rischia di accelerare la pandemia. Secondo gli autori, affermare che le scuole non contribuiscano alla trasmissione del virus, sulla base di dati limitati, implica indirettamente UN ABBASSAMENTO DI ATTENZIONE rispetto alle strategie di protezione.

    Questo è specialmente vero con la diffusione delle nuove varianti. Secondo un recente report dell’Istat, in Italia al 18 marzo scorso la prevalenza della cosiddetta ‘variante inglese’ del virus Sars-CoV-2 era del 86,7%, con valori oscillanti tra il 63,3% e il 100% nelle singole Regioni. In pratica, questi dati suggeriscono che gli studi sopra discussi sono pertinenti per quel che concerne poco meno del 15% dei contagi del paese.

    Nel Regno Unito l’Independent SAGE sottolinea spesso che per aprire le scuole in modo sicuro dovremmo affidarci a DATI (tempestivi), non a DATE: i dati che abbiamo non sono sufficienti.

    L’editoriale su Lancet ha anche incluso un elenco di raccomandazioni su come ridurre la trasmissione Covid-19 per rendere la scuola davvero sicura. Questi consigli sono applicabili anche ad altri Paesi. Ma se alcuni politici e scienziati HANNO GIA’ DECISO A PRIORI che la scuola è sicura, e continueranno a selezionare solo le informazioni che confermano la loro ipotesi, le raccomandazioni del Lancet rimarranno inascoltate.

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